Stampa
PDF

Lo Straordinario

Scritto da Fiorella Pesino.

Nell’arco di un’intera esistenza si fa ricorso alle parole non poche volte: che sia per difetto, per emozione, per accusa o per difesa, per gratitudine, stupore o per affetto.

Vi sono grandi masse, onde, curve di vocaboli adatti ad ogni esigenza: per siglare, concordare, confidare, avvolgere. Vi sono addirittura i neologismi, perché è vero che dinanzi a certe cose si resta sprovvisti di quei discorsi che in testa filano dritto, quando nessuno li sente: e allora serve che accorra pure il nuovo, pur di riuscire a non arenarsi troppo facilmente. Sentirsi al sicuro è sempre una condizione buona per tutto, ecco perché si pensa meglio in solitudine, oppure sulla scia di una condivisione bella, autentica, sentita da ogni partecipante: l’empatia è un buon legante, si sa.
Mi soffermo su un aggettivo: straordinario è per definizione ciò che oltrepassa l’ordinario, tenendo bene a mente il peso che questo ha nella vita di ogni giorno, nella vita di tutti. Si devono avere presenti le lacune e i punti di forza di una data realtà per conservarne un minimo i princìpi, i sogni, le insistenze; poiché ciò che non porta cambiamento, straniamento, imprevisto, capovolgimento, ciò che non è mosso da un vento rinnovatore, finisce sovente con l’essere guardato con una noia abissale ed un mancato costrutto. Straordinario è dunque vendibile, perché non muove le coscienze ma i bisogni. Il bisogno poi conduce all’evoluzione in maniera sottilmente indotta, o per un puro istinto di sopravvivenza. Tutto insieme equivale a un guadagno, se non in termini economici, almeno di possibilità che a quelli prima o poi si arrivi. Ed è qui che entra in ballo la selezione: la società si direbbe divisa in assembramenti: spaesati e sbigottiti da un lato, più indecisi e invisibili dall’altro; i vincenti sono un corpo frastagliato, fatto di mille corpi in lotta per emergere. Raffazzonati, sfuggenti, fraintendibili, a tratti rozzi, presuntuosi, di una caparbietà che sfiora il narcisismo cronico da un lato, e la più semplice e cattiva ignoranza dall’altro. Ignoranza che non viene smussata dallo studio: è una condizione d’animo talmente vuota, da rinsecchire ogni florido impulso alla cultura e quindi al bello. Sarebbe altrettanto vuoto generalizzare, ed è per questo che quando tutto è proprio difficile da sbrogliare, mi rivolgo a quelle persone che sono un’eccezione e non lo sanno: a quelli che davvero vogliono e possono fare, quelli che guardano lontano attingendo al presente; quelli che si appassionano a qualcosa, e appassionano in poche mosse. Un preambolo necessario. 

La realtà non è per tutti semplice, e questo è alla portata di ogni corpo immerso nei sogni incerti, che per spinta e per causa di forza maggiore si troverà davanti a un brusco risveglio: i sogni equivalgono ai progetti di vita, così complicati da inseguire. Eppure sarebbero non dico di immediata attuazione, ma almeno facenti parte della sfera dei diritti di ciascuno di noi. Un lavoro, una casa, una famiglia, che diventano sempre più un miraggio, un viaggio quasi sempre a ritroso che soltanto qualche volta procede per il verso giusto, ma a sbalzi: la svolta, quando viene, sopraggiunge per sfinimento e cocciutaggine, per fortuna e per via di chissà quale incastro. 
Sembra tutto preso per un verso sbagliato, paradossale, insano. Ne parlano alla tv, ma quella non fa proprio testo: sfalsa tutto, spegne, ingabbia. Se ce lo dicono i libri, la sostanza è assai più buona, soprattutto quando accade che la si sappia prestare a una storia e a chi la legge, con tocchi sapienti, minuziosi, divertiti e brillanti: con Eva Clesis si fa ritorno a
Lo Straordinario, che questa volta è il titolo di un libro che tra le pagine, conserva molte impronte: si muove dallo stile di Palahniuk a quello di Stephen King, seppure in maniera assai meno macabra rispetto al maestro dell’horror. Quasi tutti i personaggi presenti nel romanzo, sembrano tirati fuori da un video dei Soundgarden: Black Hole Sun. Facce ghignanti e allungate, affiatate e sempre sorridenti, patinate e instancabili, da sgusciare ai primi posti di una classifica immaginaria riguardante i vicini di casa che non si vorrebbe avere mai, subito dopo Jack lo Squartatore.  

La protagonista della storia narrata è Lea: trentasettenne spiantata, procace, ingenua, sfigata, in costante ricerca di una propria dimensione e della forza di chi sa fare affidamento su di sé, e non appare mai debole e incompiuto, tanto da non riuscire a muoversi nel mondo con le proprie risorse e aspirazioni. Lea non viene certo aiutata in questo, da una madre che non sa svestire i panni di psicologa, ed è così inospitale e distante al punto che non serve allontanarla in concreto, nella strada percorsa in termini di vie, curve e chilometri: la loro è una lontananza emotiva, che le rende sempre e solo partecipi delle lacune che quel loro rapporto di circostanza terrà sempre strette: le mancanze sono la loro unica certezza, e continuano a lavorare per sottrazione quando, all’infelice duo, si aggiunge un terzo e pittoresco elemento, Tea, che è sorella gemella di Lea, simile a quest’ultima solo per una smezzata assonanza. Non potrebbero essere più diverse: una donna di mondo, realizzata e impettita; l’altra insicura, sballottata un po’ ovunque da un destino che le mette addosso un marchio: anima in pena, e per giunta itinerante, senza lavoro, senza amore né volontà. Non a caso, un bel giorno, Lea batte le ciglia e si ridesta per poi cadere nell’ennesima situazione paradossale, però comincia a seguire la traiettoria di mille piccole intuizioni sotto pelle. Un brulicare di situazioni irrisolte o addirittura intentate, le riempiono la vita almeno per un terzo. Ed è il gravare di una collezione di mancate scelte e azioni, che la sospinge verso un centro qualsiasi: non più i lati, le zone coperte ma il fulcro, l’ignoto che ha fauci di drago e non più la carezza delle cose conosciute. In fondo si può pure stare male, ma con abitudine. Il cambiamento invece, chi lo sa quali regole impone. Ad un tratto il dilemma sta tutto in pochi punti: l’errore può derivare da una determinata scelta, così come il successo. La stasi è di chi sta fermo, e non si presta a rischi evidenti ma acquattati, perfidi e ben distribuiti, che tolgono la vita con una lentezza abile e spietata, un entusiasmo alla volta, un sorriso, una fantasia, un progetto. Che tolgono la pace, o la fanno più lontana, come briciole da sommare e accatastare che, nel tempo, diventano limite e muro invalicabile.  

Temendo che ciò possa avvenire, Lea si trasferisce dalla città alla periferia di Milano trovando per sé una tana, un nido, un’opportunità nuova e lampante di crescita: una casa accogliente che le viene ceduta ad un prezzo irrisorio, affittuari a dir poco cortesi per quanto invadenti; un gatto, un uomo dal fascino magnetico, una comunità che abbraccia e a volte stritola; e poi fiori ovunque, dal profumo stordente, e mezzi di sostentamento da reperire con facilità sospetta: prodotti dell’orto e pane appena sfornato, dono dei vicini appena conosciuti.  
L’abilità di Eva Clesis sta nel tratteggiare e rimarcare la claustrofobia di un luogo pieno delle attenzioni di altri che, se non richieste, diventano pungenti, addirittura scabrose.
Il gioco delle parti è presto ribaltato: di sospetto in dubbio e viceversa; i ripensamenti di Lea in merito a chi (e cosa) la attornia non sono pochi, né di breve durata: si avvoltolano in riflessioni che rimangono sospese, fino a che trovano un appiglio e pretendono un punto fisso, una verità che sia una e plausibile.  

Lo Straordinario è un libro accattivante, che occhieggia al lettore: le anime candide, deluse o illuse, ingenue e pronte a dare battaglia, si ritroveranno almeno per un verso. E sorrideranno all’idea di essere state simili alla protagonista di un romanzo audace; quasi uguali a lei, in alcune fasi, seppure in maniera meno glitterata e fuori dal comune. I libri, certi libri ci salveranno come l’amore, quando verrà. E ogni cosa seguirà il suo corso avendo a fianco, nei casi migliori, il morso dell’imprevisto e il pizzicore di una fortuna a lungo sospirata.