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Quando il Computer sconfigge il Cartoon

Scritto da Giorgio Mascari.

C’era una volta il cartone animato. Oggi lo schermo è un epicentro caotico e polimorfo, dove passa di tutto e il contrario di tutto.

I ruoli sono confusi: ogni cosa è accessibile, grazie alla realtà virtuale. Che poi non è questa manna. La bugia si impiglia nel web, con la politica smascherata a Roma come a Tripoli, scordando le fiabe. Il Gatto con gli Stivali, i Fratelli Grimm, Shrek, Walt Disney. L’infanzia, e i romanzi dedicati agli animali. 
Silvestro è nero, come i gatti delle streghe. Come Salem, o Stephen King. E quando ho saputo che Tweety era un lui e non una lei, ci sono rimasto malissimo. Una delusione dal sapore scolastico. E poi la magia: il tempo che si ferma e riparte da un sosia quasi perfetto, con lo stesso perverso potere. Non più Tweety, ma Twitter. Come Facebook, ma diverso; come altri che saranno trastullo o bersaglio di indagini sociali, collettivi comunicanti, pronto intervento contro la lentezza. 
E io che sto ancora davanti alla tivù, e faccio colazione. E penso che Peppa Pig ed i cartoni animati fatti al piccì siano la tomba di un’arte finissima, che parlava ai piccoli e faceva ridere, pensare, gustare la nostalgia ai più grandi. 

Appartengo alla gioventù dei new media, quella che non guarda più al futuro meraviglioso, eppure sogna uguale ai suoi nonni. E non vi è tecnologia capace di scalzare certi dualismi. Silvestro è il cattivo, il predone, lo sconfitto per default, una parodia vintage dell’odierno trombato, vittima di se stesso. Tutti hanno desiderato, almeno una volta, vederlo ghermire l’ingenuo canarino, simbolo di un bene costretto a ripetersi, senza fascino. Perfino odioso.
Si dondola beato, il pennuto, mentre l’altro mulina progetti e trappole fantasiose. Il caso o la sua dabbenaggine lo fanno sconfitto. Irresistibile ma sconfitto. Se ne va scornato, perché la storia deve ripetersi, e la vecchina deve poter continuare a parlare con gli animali di casa. 
Spesso mi sono chiesto come potesse capire il loro linguaggio. La gente, il mio, non l’ha mai capito. Ho dovuto ricorrere ai profili sulla Rete, un luogo dove tutti si cercano ma hanno bisogno di un computer per trovarsi.  

Un bambino mi ha detto che ci vogliono inscatolare e spedire chissà dove. E niente panico, bastano modem e tastiera. Sei connesso col mondo, con uno strumento che trasmette il tuo cartone animato preferito. Sei un quadro appeso alla parete impalpabile di uno schermo. Il mondo non è più un ventre tondo e sempre gravido, eppure quello fra Tweety e Silvestro è amore. Perverso, ma amore. Il felino lo considera cosa sua, e nella brama lo sottrae a chiunque altro, ai propri simili e ai pericoli; lo salva, lo soccorre, ha una mira che va oltre la fame.  
Non venderà quel legame per un nuovo contatto o un’opportunità. Non disprezza la fedeltà a una cultura interiore che non ha prezzo, perché su di lei non grava misura. Neanche per i cartoons, la cui risata è sempre gratuita. È libertà... e la libertà minaccia il sistema.  
Ti affidi al profilo, condividi, passi stati d’animo e informazioni. Però resti ancora solo a pagare il prezzo della schiavitù. Hai bisogno di aria, di tempo da perdere. Da sprecare. Ecco perché ci affanniamo, e non sappiamo dove andare.

Tweety dovrebbe darmi le sue ali, Silvestro la sua simpatia. Mi basterebbero. 
Chissà se qualcuno ascolterà questa preghiera? Devo postarlo nel mio status. Non so cosa mi stia succedendo, ma vi è qualcosa che mi spinge a salvare a tutti i costi Tweety, e per farlo mi basta un click. Sono subito online, in quel territorio dove ognuno è un po’ canarino e un po’ gatto, e nessuno dei due ha le chiavi della gabbia.