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Di Fiaba e di Scura Protesta

Scritto da Filippo Lancietto.

Vi sono luoghi che più di altri, sono cari all’infanzia.

Quei luoghi sono quelli che assumono il ruolo di zona di confine e zona di superamento: zolle fragranti come terra da concimare, istantanee di un tempo che fugge; e poi casa, riconoscenza e debito. A ogni torto corrisponde un rimedio e una segreta ricompensa: severità e dolcezza da alternare. Del resto la disciplina la insegna la vita, solo se presa con misura adeguata ai propri ritmi: nessuno è perfetto, e a nessuno dovrebbe essere permesso di volerlo essere ad ogni costo. Occorre sbagliare con segreta convinzione, pur di sentire qual è il mancato incastro, quali le cause e gli effetti, senza doversi appellare alla sola teoria. Vi è come un manuale degli affetti, una cosa astratta che si trasmette di mente in empatia, di amore in amore; come di madre in figlio, e di nonno in nipote: chi la vita la percorre da anni più lunghi, vorrebbe sempre preservare dal dolore con un insegnamento dolce e caparbio, tipico di certi abbracci. L’augurio che segue precipitosamente è quello di crescere, ma con in mente e addosso la fantasia più libera e scomposta che ci sia: lo rivelano certe pieghe ai lati delle labbra, che camuffano i sorrisi quando è momento di mostrarsi seri, tutti d’un pezzo. Ma intanto si cede, dentro; a volte si frana per il male che stringe tutto l’essere in una morsa agghiacciante. A volte, invece, per le risa che alleggeriscono i rimproveri più tenaci e i musi lunghi da senso di colpa. E si cammina insieme così: chi è un sostegno e chi si affida, chi è piccolo e chi è grande. I ruoli sono intercambiabili, a dispetto delle apparenze.

Vi è un tempo per essere adulti, e uno per dimenticarsi di ogni cosa, fuorché di un sollievo diffuso: un sentimento vago, da definire. Sollievo che è distrazione, e a volte porta indietro nel tempo, tra i racconti, le fiabe, i giochi da prestarsi ad occhi chiusi e ad ogni età: ho in mente alcuni dipinti di Theodor Kittelsen, capaci di creare nella testa un viaggio lungo, freddo, lontano in ogni verso.
Kittelsen nasce nel 1857 nella città costiera di Kragerø, in Norvegia. La sua natura prende spazio e corpo nel suo stesso essere, tanto che si capisce in ogni illustrazione, in ogni tratto, ciò che agita i suoi giorni, il suo vivere. L’inquietudine trapela dalle tele, e dà contorni, volti, luoghi ben precisi alle numerose favole che si trova a raccontare con la sua arte: i personaggi rappresentati, vivono per qualche istante in seguito alla pressione su di un sostegno scelto, e a lungo poi, nell’immaginazione di chi legge e guarda con gli occhi, e non soltanto in superficie. Basta voler cadere di proposito nei dettagli di un’opera, immersi almeno fino al naso poiché si resta come in apnea dinanzi a un’opera ben fatta.
Un esempio di grande e scuro impatto è
L’arrivo della Peste: risale al 1900 ed è di sola matita su carta. Le luci sono timide, opache, quasi del tutto assenti. Sul fondo dell’illustrazione galleggia una linea ondulata di vegetazione, fitta nel fogliame raggruppato nella parte centrale, e diradata verso l’alto, dove spicca un albero scheletrico, fragile e tristemente esposto ad ogni intemperia.

Più sotto, quello che sembra un rettangolo debole e sfumato, di casa. Una finestra di dimensioni ridotte, e un baluginare flebile di luci casalinghe, lasciano indovinare la presenza di qualcuno all’interno; un’intimità che verrà presto annientata. In primo piano, e di spalle, una figura cupa, curva, che nulla svela di sé: porta sulle spalle e sulla testa un gran peso di stoffe, come a ripararsi da un freddo che non avverte solo sulla pelle. E ha un rastrello in mano, che non lascia presagire nulla di buono. Nel vialetto accennato in brevi linee, tutto il senso di imminenza possibile.
Si tratta forse di un’opera tra le più tenui: in alcune, erano addirittura presenti dei corpi senza vita agli angoli delle strade, o dei cimiteri improvvisati nel cuore di un bosco.
A volte però, era facile addentrarsi nelle storie più fertili e fantasiose, nelle leggende nordiche di così grande fascino: Theo Kittelsen le curava con attenzione capillare. La fascinazione che lui stesso subiva da quelle atmosfere misteriose e incantate, restava come incollata ai suoi disegni, insieme a quell’alone di desolazione e di paure infantili da prestare all’età adulta, necessari alla sua arte. Un dipinto ospita una tra le molte creature sperse e solitarie dell’artista norvegese, ossia Nøkken, Il mostro del lago. A questo è affiancato un racconto breve e magnetico:

 

Il mostro del lago è astuto.
Gli umani sono le sue prede.
Quando il sole tramonta, state in guardia.
Potrebbe nascondersi nei fiori di ninfea,
così grandi e brillanti che vi verrà voglia di raccoglierli.
Ma quando li toccherete,
il pantano si aprirà sotto di voi
e vi afferrerà con le sue mani viscide.
Oppure, se sarete seduti sulle sponde del lago verso sera,
i ricordi affioreranno sulla superficie, all’inizio uno ad uno,
poi tutt’insieme in un turbinio,
con lo stesso calore e fulgore della luce del sole che si riflette sulle foglie di ninfea.
State all’erta! Il mostro del lago sta giocando con i vostri sentimenti.
Il lago rievoca il passato e il mostro è in agguato.
Sa come è facile intrappolarci, abbagliandoci con riflessi incantati.

 

È un racconto perfetto per le atmosfere impresse sulla tela, pregne di un colore che striscia che rimarca il buio tramite piccole parentesi di chiarore: riflessi provenienti da chissà quale punto. Una macchia d’acqua diffusa, scura anch’essa, lascia emergere la sola testa di una creatura dagli occhi accesi e dai capelli radi e duri, come di radice.
Ma i personaggi di Theo Kittelsen sono anche di aria e di terra: alcuni sembrano essere coni di luce e montagna, esseri millenari che non hanno parola e tuttavia narrano di storie antiche e polverose quanto il mondo che ignaro, li ospita. I troll sono una parte meravigliosa della sua intera produzione: spaventevoli e teneri al contempo, arruffati, imbronciati, pensosi, seduti su una roccia a contemplare chissà quale minuscola esistenza, o trame di pensieri.
Alcuni di loro emergono da un gran furore di onde, nel vasto e freddo mare del Nord. Altri si inoltrano nelle città, tra le case e un fuggifuggi generale: ma così posati, apparentemente innocui, con lo sguardo puntato in lontananza.

È una sorta di lungo viaggio, una specie di odissea, ciò che Kittelsen propone a chi lo osserva; chissà se ha saputo mai con quale intensità si raccoglie il suo invito, quando ad un tratto ci si ritrova al cospetto di una giovane donna immersa nel verde di un bosco, che con una pace elegante e malinconica si lascia condurre chissà dove da un orso bianco, dal manto candido come il suo incarnato. Ha lunghi capelli biondi, lei; una corona piccolissima in testa: forse è il simbolo di un cerchio di illusioni e di speranze abbandonate troppo presto. Bisognava dormirle ancora, sognarci sopra: e invece ecco quell’andare lento e arreso, quell’accordo silente, amaro e dolce. Gli occhi puntati in basso, una corona di fiori stretta tra le mani. Una serie di intricate incognite, come nella vita: tutto il male e il bene possibile, inframezzati dai racconti che spingono la voce fuori dalla gola, sopra un brusio di altre voci, e uno scoppiettare di fuoco. Tra le cose che sono senza dubbio vere, e le fantasie che di alcune realtà, riescono a fare un grande, scenografico, meraviglioso dubbio.