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La Casta Stampata

Scritto da Nicholas Gineprini.

Gli ordini professionali, in Italia, hanno più ragione di esistere?

Sono effettivamente utili o sono solamente delle lobby di potere che andrebbero abolite quanto prima per poi andare a riformare il mondo del lavoro? Prendiamo in considerazione quello che è lo stato dell’Ordine dei Giornalisti (Odg), un ente oramai obsoleto che ha fallito totalmente nel proprio obiettivo di regolamentare la professione, andando a generare un precariato sempre più consistente.
«L’Ordine dei Giornalisti,» scrive la giornalista Zaira Bartucca sulla petizione di Change.org, «che non trova omologhi in nessun altro Paese europeo, è nato nel 1925 per controllare l’esercizio della professione, che veniva permessa soltanto ai giornalisti graditi a Mussolini e al suo regime. Novantatré anni più tardi, in uno Stato repubblicano fondato su principi costituzionali e democratici, appare sorpassata la visione corporativa di un ceto che ha perso tutta la vocazione di tutela degli iscritti, ma non quella a preservare gli interessi economici di quanti vi gravitano attorno in qualità di presidenti, consiglieri, componenti delle varie commissioni, docenti».

Come riporta la stessa Bartucca, quella dell’Ordine dei giornalisti è una lobby di potere che nel 2013 ha vantato un giro d’affari dichiarato da oltre cinque milioni di euro, cifre del tutto sbalorditive che evidenziano il grande gap economico che sussiste fra chi tesse le trame del sistema giornalistico italiano e chi vorrebbe fare il giornalista, ma si vede costretto a lasciare la professione per le poche entrate e la totale assenza di tutele. Secondo un rapporto presentato a marzo 2017 dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, è emerso che oltre il 40% degli oltre trentacinquemila giornalisti attivi in Italia, per lo più under 35, produce annualmente un reddito inferiore ai 5.000 euro, ovvero circa 416 euro al mese, neanche lontanamente vicini a quella che può essere definita una condizione di sopravvivenza.
Inoltre il numero dei giornalisti attivi in Italia è in costante diminuzione: secondo la stima Agcom sono stati 35.619 nel 2016, il 3.9% in meno del 2014.
Altro fatto che va ad aggravare considerevolmente quella che è la posizione dell’Ordine dei Giornalisti è la questione delle pensioni.
In base alla riforma pensionistica dei giornalisti, nel 2016 l’età pensionabile per chi svolge questo lavoro si allontana, e inoltre è stato ridotto fortemente l’importo dell’assegno percepito a fine carriera dalle generazioni dei professionisti più giovani, rispetto ai colleghi entrati in redazione prima di loro. Dunque, le nuove generazioni che si avvicinano al mondo del giornalismo saranno destinate ad un precariato asfissiante.

Ma vediamo qual è il percorso per diventare giornalista pubblicista o professionista (la differenza fra le due figure sta nel fatto che il pubblicista svolge anche altre mansioni lavorative, mentre il professionista no), evidenziando quelli che sono i difetti. Il percorso per diventare un pubblicista innanzitutto è all’insegna del precariato. Si devono pubblicare un tot di articoli retribuiti presso una testata regolarmente iscritta al tribunale civile con la quale si collabora in modo continuativo per due anni, e tale retribuzione non deve essere inferiore a una data cifra, diversa per ogni regione (dai 600 euro lordi del Piemonte agli addirittura 5.000 nel Lazio). Una volta conseguito l’obiettivo parte il lunghissimo iter burocratico per l’iscrizione come pubblicista all’albo regionale per un costo totale che può arrivare persino a 580 euro nel primo anno, considerando anche marche da bollo, ed i 168 euro di versamento della tassa di concessione governativa. Che uno ci riflette e pensa cosa sia quella tassa, ma è meglio non intubarci in querelle tra il satirico e il grottesco. Ogni anno, inoltre, il pubblicista deve rinnovare quella che è l’iscrizione all’albo, e di conseguenza pagare una tassa annuale il cui prezzo varia a seconda della regione. Dopotutto, mal che vada l’aspirante pubblicista si è intascato qualcosa nel corso del biennio e magari ha messo dei soldi da parte per potersi permettere l’iscrizione, ma questo è un caso più unico che raro. Spesso l’aspirante pubblicista viene retribuito, ma deve ridare i soldi indietro (sottobanco) perché il giornale non è in grado di pagare, ma ti fa il piacere di aver registrato una transazione. In fin dei conti risulta essere avvenuto un pagamento, quel che basta all’Odg per vedere quello che vuole, ma in realtà l’aspirante pubblicista spesso e volentieri scrive gratis almeno per due anni prima di dover pagare per prendere un tesserino che non migliora la sua condizione.

Ancora più drastico è il percorso per diventare giornalista professionista: è necessario riuscire a trovare una redazione (fatto di per se molto avventuroso) per un praticantato di 18 mesi regolarmente retribuito, per poi andare a sostenere un Esame di Stato il quale ha un costo superiore agli 850 euro. Al quale, poi, bisogna aggiungere i costi di iscrizione all’albo elencati in precedenza. Ad oggi assumere un giornalista professionista ha dei costi parecchio alti in quanto il contratto impone sia dei minimi salariali che il versamento dei contributi pensionistici, per questa ragione è molto difficile trovare una redazione che accetti il praticantato. L’alternativa è quella data dalle Scuole di Giornalismo, le quali però hanno dei costi esorbitanti che superano i 10.000 € per due anni di istruzione, il che chiude le porte a molti aspiranti giornalisti.

Quali sono i vantaggi effettivi per chi è iscritto all’albo come pubblicista o professionista?
Ad entrambe le figure sono riconosciuti gli accrediti per conferenze stampa o eventi sportivi e di spettacolo, mentre per il professionista ci dovrebbero essere anche benefici pensionistici con l’Ingpi, ma come abbiamo visto anche la categoria dei giornalisti non è scampata a quella che è una riforma delle pensioni alquanto deleteria. Non vi è nemmeno alcuna forma di tutela efficiente per proteggere il lavoro del giornalista che si vede copiato da testate di maggior rilievo il suo lavoro senza citare le fonti, un malcostume molto diffuso nel nostro paese, oltre alla proliferazione di fake news.
Ma è davvero necessario essere iscritti ad un albo professionale per poter scrivere in una testata giornalistica ed essere retribuiti? Secondo quella che è stata l’esperienza del sottoscritto e di vari altri colleghi interpellati, la risposta è no (da specificare che comunque non è garantito un salario minimo e che non vi è alcun tipo di contributo pensionistico).
Nel 2013 era stato fatto anche un disegno di legge per l’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti con una proposta del M5S, sottoscritta da 53 senatori, che definivano l’Odg: «Una struttura rivelatisi inadeguata ai cambiamenti e alla dinamicità tipici di una professione in rapida evoluzione. Le trasformazioni avvenute nel campo dell’informazione e dai mass media dal Sessantatré ad oggi postulano la necessità di liberare energie che rafforzino la garanzia democratica già presidiata dall’articolo 21 della nostra carta costituzionale. Dunque, l’abolizione dell’ordine risolverebbe la situazione complessa di quanti non essendo giornalisti professionisti svolgono l’attività giornalistica non occasionale e retribuita», e perciò la «insostenibile situazione di precariato con cui molte migliaia di giornalisti sono costretti a convivere ogni giorno». Quella dei grillini è stata l’ultima proposta seria di abolizione dell’Odg che non è andata poi a buon fine. L’ennesimo tentativo di partiti politici che nel corso della storia hanno tentato di sbarazzarsi della lobby parassitaria, iniziando con il partito repubblicano italiano nel 1972 fino alle otto proposte di legge fra camera e senato fra il 1996 e il 1997.

Ma come è il sistema giornalistico all’estero? Ogni paese fa storia a se, ma l’Italia rappresenta l’unica eccezione dato che è presente un Ordine professionale che non ha alcuna ragione di esistere. Il modello che a nostro giudizio pare essere il migliore sulla carta è quello inglese. In Inghilterra è giornalista semplicemente chi lo fa e soprattutto non esiste alcun ordine che vada a disciplinare la professione. In Inghilterra vi sono oltre 60.000 giornalisti (cifre leggermente in calo), ma ben 40.000 di questi vantano un lavoro a tempo pieno, inoltre godono della protezione di un sindacato efficiente, la National Union of Journalist. In Italia il sindacato dei giornalisti non conta nemmeno il 25% degli iscritti all’albo. La principale differenza con il paese inglese inoltre è data dal fatto che non esiste una normativa che distingue fra rivista o sito online registrato o meno come testata giornalistica. Come già detto il settore è liberalizzato, la concorrenza sarà pure tanta e spietata, ma pare un sistema maggiormente democratico, dove la burocrazia viene sostituita dalla meritocrazia.
Sono ormai cinque anni che non vi sono proposte di legge per l’abolizione dell’Ordine. È necessario dunque tornare a parlare del problema in maniera costante per sensibilizzare all’argomento i giornalisti e le persone che si avvicinano a questa professione, in modo da generare un movimento che possa portare all’abolizione dell’Ordine dei Giornalisti.