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Scritto da Ornella Mariani.

Il tempo, questa entità astratta, ci si è incollato addosso come una seconda pelle; non ce ne rendiamo conto spesso ma l’energia, che abbiamo dentro e che chiamiamo vita, è strettamente legata a molte cose.
Anzitutto al tempo, al nostro corpo che conserva e rinnova l’energia, al movimento ed alla luce, come nella formula di Einstein. E in questa nostra civiltà dove sembra che tutti vogliano divorziare dagli stati già noti dell’essere per inventarne sempre di nuovi che posto hanno il tempo, il corpo (massa), l’energia, la luce, la velocità e il vuoto? La nostra vita non è che una lotta continua per mantenere in equilibrio la massa ( il nostro corpo), l’energia che abbiamo eredito alla nascita e la luce (ragione, intelletto, salute fisica e mentale) che circolano dentro di noi. Ci sono infatti continuamente dei vuoti da compensare, vuoti e pieni energetici: a questo proposito la medicina tradizionale cinese mappa con cura il corpo umano, saggiamente a mio parere, con punti ben definiti di sosta dell’energia, i meridiani, punti energetici che vanno stimolati quando l’energia manca o è in surplus. Mi è sempre piaciuta molto questa immagine del corpo umano come una pila, un contenitore di energia che deve scorrere veloce dentro di noi, e, quando l’energia si ferma perché incontra un ostacolo, nasce un dolore, la malattia.  

Anche se siamo tutti intimamente legati al tempo, al tempo che deruba la bellezza del corpo, che infierisce sulla nostra energia, oggi è come se lo si neghi continuamente. Non si usa più la parola vecchio, è diventata obsoleta. Oggi si dice sono più grande di qualche anno, e non si pronunci quella parola che comincia con la v, per piacere! 
Il tempo non può più fare il suo lavoro come natura vorrebbe: stormi di chirurghi plastici sono lì a ricordarci che con un lifting puoi dimostrare 40 anni di meno, le palestre per il body building ci insegnano a costruire il nostro corpo in modo che i muscoli nuovi di zecca possano reggere il peso di nuove forme più consone agli standard. In televisione trasmissioni dedicate al “prima” e al “dopo” di persone obese ricordano agli americani (e a noi europei) che i cibi spazzatura fanno diventare le persone deformi, ma che con una dieta corretta e il movimento tutto può tornare come prima. Un “prima” e un “dopo” che viene celebrato da persone ex obese che, alla fine di un anno di duro lavoro, vengono applaudite da una vasta platea; il loro sforzo, l’energia spesa per dimagrire, la velocità raggiunta nelle corse fatte per tonificare i muscoli, i momenti di sconforto, la lotta per resistere alle tentazioni del cibo (resistere per esistere), tutto è stato registrato da un abile regista che poi ha tagliato, montato e confezionato un film con loro come attori principali: la luce si può finalmente intravedere alla fine del tunnel.  

Quando non soltanto la forma fisica è diventata perfetta o quasi, anche il livello di colesterolo nel sangue si abbassa in automatico perché la quantità di cibo giornaliero ora ingurgitato (quindi energia) è diventata minima, ridotta spesso da un intervento chirurgico che ha ridotto lo stomaco alle dimensioni d’un mandarino. Finalmente l’uomo e la donna rinati, quasi resuscitati in masse ridotte e più piacevoli, hanno capito che la vita è movimento, attività fisica e mentale; non la passività del cibarsi per colmare i vuoti interiori. Ancora parliamo del vuoto, quel vuoto che la natura così tanto aborre perché nel vuoto nulla può crescere e fiorire, vivere. 
Eppure i mistici ci parlano senza posa di fare il vuoto nella mente, di sgombrare la mente da pensieri nocivi, di pensare positivo; si ripete un mantra per ottenere per delle frazioni di secondo l’annullamento del pensiero; il vuoto, dove pare che le onde Alfa facciano miracoli al nostro sistema neurologico. 
Come se nel vuoto mentale la luce (energia) possa andare più veloce come in effetti accade in fisica quantistica. E cos’è quella luce che non è pensiero se non la nostra coscienza in stato di latenza che non è ascoltata, definita dal pensiero? 

Sembra infatti che quello che accade al nostro corpo accada pure alla nostra mente: cali e surplus di energia anche lì e se manca la luce (del pensiero, della ragione, e anche della coscienza) si può pensare al suicidio, che è un atto di incoscienza, ed è frutto di una mancanza di energia, di inerzia, di mancanza di movimento, un accoglimento in toto, un abbracciare l’istinto di morte, che è una stasi malefica, una mancanza di stimoli, un liquefarsi di ogni desiderio di esistere, dove non può coesistere nulla se non il desiderio di ritornare ad essere nulla. 
Di converso abbiamo tutti dentro di noi la forza, se vogliamo, di riscoprire la gioia di vivere, il senso delle cose, la vita di ogni senso, in quell’humus vitale che è la nostra mente. 
E non sono forse le idee geniali dell’uomo nate proprio lì? Scaturite da quel brodo primordiale che ci portiamo dentro, fatto di sogni, intuizioni, ragionamenti, percezioni, sentimenti, istinti, paure che continuamente rigurgitano, si agitano, si muovono dentro di noi... 

Siamo una inestricabile giungla, di carne e di spirito collegati, e quando si ammala uno si ammala anche l’altro, perché ogni cosa si collega saldamente a questa unicità che qui, da noi, in Occidente ci è stata negata, da quando si è scisso il Tutto tra ragione e sentimento, tra corpo e spirito , tra mente e cuore. 
Persino l’uomo è stato diviso in due dal pensiero di Platone, che ci dice che per tutta la vita noi cerchiamo l’altra metà per formare l’unità; ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione”.
Così ci viene insegnato in filosofia, ma io ho sempre pensato, o meglio, mi sono aggregata a chi crede che il pensiero di Platone sia stato travisato, male interpretato. Forse siamo invece tutti quanti una Unità perfetta, formata da due parti, una maschile e l’altra femminile, che cercano una controparte che si colleghi, che collimi le due metà tra di loro. Come dire: anche se sono intero (un tutto), cerco una persona la cui parte femminile collimi con la mia parte maschile e la mia parte maschile collimi con la parte femminile dell’altro. O la mia parte femminile cerca una eco nella parte femminile dell’altro e formi un’interezza tutta al femminile, lo stesso con la parte maschile. 
E ci rifletto spesso: del resto, perché pensare che uomo e donna debbano essere attratti interiormente soltanto in modo eterosessuale? Forse stiamo dando troppa importanza alla sessualità. Che forma ha la sessualità umana dentro la nostra testa? Possibile che siamo da sempre bisessuali, come i grandi psicologi hanno intuito e affermato, ed è la società che ci indirizza e ci costringe a scegliere l’eterosessualità una volta diventati in grado di scegliere? Dobbiamo perpetuare la specie, alla fine della fiera. Oggi, però, non è così drammatica l’opzione della scelta. Vedo sempre più gente protendere verso persone del proprio sesso per una relazione anche stabile, perché attratte da una certa interiorità dell’altro; il sesso può essere gradevole con entrambi i partner, l’intesa e l’intimità intellettuale pure.  
L’amore è energia positiva e ben venga in qualsiasi forma sotto cui si celi. 

Palestrati o obesi, acculturati o analfabeti del lessico e dei sentimenti: nasciamo tutti scaraventati nel mondo senza che nessuno ce l’abbia chiesto, finiamo tutti su quell’orizzonte degli eventi dove tutto è possibile e anche se occorrerebbe farci delle domande su cosa accadrà quando ci piomberemo dentro, in questo buco nero della non-esistenza, non ha forse più senso formulare delle domande su quanta vita, e quindi quanta energia abbiamo messo, o dovremmo mettere dentro la vita stessa, piuttosto che sperare di averne di nuova in un’altra vita e di ricominciare tutto daccapo?