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Vati, Suocere e Veleni Letterari

Scritto da Carlo Cassani.

Quando mi accennano ad un salotto letterario, la mente corre subito a famose diatribe del passato.

Nella storia della poesia leopardiana si incontra spesso, per fare un esempio, e sempre in modo poco simpatico, il nome di Niccolò Tommaseo. È una figura singolare, che sforza alcuni all’ammirazione e tanti altri alla protesta. La sua vasta dottrina, la povertà sdegnosa, l’orgoglio pur nella cecità e nell’estrema miseria della vecchiaia gli hanno procurato, ed è storia, molti reverenti estimatori. Di contro, il suo acerbo e iracondo inveire, il vizio di denigrare attenuando le lodi o infilandovi qua e là una pioggia di biasimi, per non dire del ciondolare tra le prediche da asceta e la pratica da torbido sensuale – che provocò la pungente ironia del Manzoni –, a più di un critico sono sembrati una grazia violentata, una attitudine perversa. Tutti ricordano, del resto, l’epigramma ebete e feroce che compose sul poeta di Recanati: «Natura con un pugno lo sgobbò / e, canta, disse irata, ed ei cantò». Ad onor di cronaca va detto che l’epigramma fu messo in giro anonimo, ma tutti ne riconobbero autore il Tommaseo. E nell’agosto del 1841 il Giordani, in ragione di quelle parole, proruppe in modo violento contro di lui, e non fu il solo. Anche Viani, nella sua Appendice all’epistolario leopardiano, da attento filologo e studioso della lingua trovava che la frase col verbo attivo sgobbare, inteso per “far venire la gobba”, era presente solo tra le proposte di giunte e correzioni al dizionario italiano proprio di Tommaseo. Ma non solo.

Nel carteggio con Gino Capponi, molti anni più tardi, venne fuori che il 17 luglio 1837 il Tommaseo si vantava di avere composto quei versi, e l’anno prima, in una lettera scritta a Cesare Cantù, annunciava la morte del poeta con un tono tra il crudele e l’ironico: «Nel dumila, il Leopardi non avrà d’eminente nell’opinione degli uomini né anco la spina dorsale, perché i bachi della sepoltura gliel’avranno appianata». Al duemila ci siamo arrivati, lo si è lasciato alle spalle, e si può dire che l’astioso profeta si era sbagliato. Certo anche il Leopardi, dal canto suo, non ci era andato leggero. In una lettera del 5 ottobre 1835 (epistol. III, 18) dice che il Poerio a Parigi era «rimasto assorto nella profonda sapienza di un asino italiano, anzi dalmata, chiamato Niccolò Tommaseo» e ribadiva nel dicembre nell’anno seguente, al De Sinner, il timore che lo stesso, qui definito «pazza bestia», potesse dissuadere tutti gli editori dal pubblicare le sue opere. È provato che il Tommaseo non desisté mai dal mescere gli elogi alle più dure censure anche sul Foscolo, sul Niccolini, sull’Alfieri. Va da sé che lo scambio di cortesie toccò i vertici proprio con il vate di Recanati. In una strofa della canzone
A mio padre, il Tommaseo prende di mira la poesia leopardiana quando parla di coloro a cui «fu meta unica e vanto / e sudor freddo ed affannoso gioco / la mera voce modulata in canto», e non pago dell’allusione, rincara la dose:

Vedi con fiacco volo 
le immagini tremar nel dubbio ingegno; 
e la parola languida in quel vano 
morir, com’eco di rumor lontano; 
ora a tropp’alto, ora a tropp’umil segno 
mirar l’egro pensiero; e degli scarsi 
suoi moti il cor sdegnarsi, 
e palpitar di mendicato affetto; 
vecchie imbelli querele, 
vecchio imbelle dispetto 
far sua delizia; Iddio chiamar crudele, 
natura maledir stolta e tiranna; 
e squisito tormento 
trar dagli acri piaceri; ad ogni vento 
mormorando piegar, debole canna. 

È fin troppo facile ravvisare l’accenno a varie ispirazioni dell’arte di Leopardi, però è curioso notare come quei motivi tornino talora nelle poesie del Tommaseo, per imitazione. E tornano a più riprese, con parole nelle quali echeggia l’eco del recanatese. Così, quando il primo dice alla morte: «Freddo e atroce un amor di te mi prende, / che a cercarti m’invita in fondo alle acque» evoca, seppur nella beffa, il leopardiano «pensoso di cessar dentro quell’acque / la speme e il dolor mio?». E il verso del dalmata: «Ed in questo sognar l’alma s’appaga» ricorda da vicino il solenne «e naufragar m’è dolce in questo mare».
D’altra parte, molto altro sui rapporti della poesia del Tommaseo con quella del Leopardi è stato portato alla luce da uno studio di Gino Tenti, oltre un secolo fa, ma chi crederebbe che, dopo quei versi, il Tommaseo avrebbe insistito pure nei carteggi? Tant’è, in una missiva al Capponi (Carteggio cit., pag. 408), se ne sbuca con un madrigale
Al conte Giacomo Leopardi, che voleva dalla disperazione buttarsi in un pozzo

Affogar dentro un pozzo! Oh conte Lapo, 
che ti va mai pel capo? 
Quel pozzo dopo una sì brutta cosa 
Diverria l’Ippocrene della prosa. 

Tutto il carteggio col Capponi è percorso da quella satira feroce, che gioca sull’imitazione e su un giullaresco sberleffo in odor di invidia. Per accennare a un ebreo suo debitore, egli nota, tra le altre cose, alludendo alla crestomazia, che quel tale ebreo, stampò un libro dove parlava della castromanzia del Leopardi (lettera del 24 marzo 1834, pag. 136), ed il 1 dicembre del 1835 rincara la dose: «Che volete che i’ me ne faccia della gloria, se il Leopardi e il Giordani la godono, e tutti ch’hanno nella borsa due quattrini d’ingegno da pagare i suoi baci?». L’amico Capponi faceva quasi a gara con lui in quella furia denigratrice: «Fanno difficoltà per la stampa dei documenti storici, ma (...) la filosofia del Gobbo si stampa con licenza dei superiori». Il riferimento è alle Operette morali e ai Canti; evidente che i pensieri qui espressi erano molesti, e tanti ne avrebbero impedita più che volentieri la diffusione.
Vi riuscirono, dopo la morte del poeta, con il libraio Baudry di Parigi, ma in Italia ormai erano diffuse dovunque. 
Nel 1836, stracarico di astio ma anche di pruriti da grattare, chiedeva una copia dei versi sciolti del caro bersaglio e lo scherniva, immaginando le untuose parole con le quali li avrebbe – a suo dire – impregnati: «Come quell’infelice gobbo avrà leccati quei versi sciolti, e imbrodolati di bava elegantissima! Zoilo della natura!». Il fatto curioso è che il Capponi non capì, o finse di non capire, che nella Palinodia il maggior canzonato era proprio l’amico suo: 

Un già dei tuoi, lodato Gino, un franco 
di poetar maestro, anzi di tutte 
scienze ed arti e facoltadi umane 
e menti che furon mai, sono e saranno, 
dottore, emendator, lascia, mi disse, 
i propri affetti tuoi. Di lor non cura 
questa virile età, volta ai severi 
economici studi, e intenta il ciglio 
nelle pubbliche cose. Il proprio petto
esplorar che ti val? Materia al canto 
non cercar dentro te. Canta i bisogni 
del secol nostro e la matura speme. 
Memorande sentenze! 

Può darsi che il Capponi, e non solo lui, sentisse nell’«Un già quei tuoi» il Manzoni, uno degli altri destinatari di carezze verbali da scartavetrare lo spirito, ma l’allusione al tuttologo – «anzi di tutte scienze ed arti e facoltadi umane» è una limpida parodia del Tommaseo. 
Di quella “filosofica e poetica famiglia” scriverà, a mente fredda e con senno il Giordani, un clan che abbandonò l’Italia come indegna e da Parigi denigrò per partito preso tutto ciò che sotto le Alpi veniva promosso, vennero pessime invettive e cattiva pubblicità, ma anche un senso di nuore, di zie, di suocere invelenite che tanta parte avrà nel serraglio dei salotti. E tanta parte ha ancora, oggi, che di mafia letteraria e suocere gelose siamo assediati, inquinati. Dai grandi premi ai grandi nomi, alle firme celebri che dalle pagine dei quotidiani incensano fetecchie prive di qualità con frasi fatte, buone per ogni stagione, per non parlare dei gruppi di lettori consapevoli sospinti da furbastri con un ego XXL che scelgono per loro in maniera antidemocratica e poi danno la lista taroccata degli acquisti, l’idea del salotto velenoso e del vip club delle Lettere non è ancora tramontata. Come aveva previsto il Tasso al cardinale Albani: «L’inimicitie e l’emulationi nate per cagion di lettere sono affetti così possenti che da niuna ragione possono essere acquetati negli huomini».




Sources:
Il Ranieri, nei Sette anni di sodalizio assicura che il Leopardi volle un giorno dettare una biografia tale, del Tommaseo, che egli dovette pregarlo di smettere. 
Carlo Pascal, Leopardi e Tommaseo (da La Lettura, anno XXII, n° 8, 1 agosto 1922)