Stampa
PDF

Il Linguaggio delle Mani nelle Arti

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Certe sere, in inverno, hanno tutta l’aria di volere restare più a lungo di quanto si pensi, più in largo di dove si creda possibile.

Hanno l’abilità di spostare il limite un po’ più in avanti, lì dove il buio si confonde con altro buio, e l’aria si fa gravida di goccioline appena visibili, ma fredde, appuntite, cadute a risvegliare da un torpore diffuso. Sono sere buone per l’attesa, per un inventario emotivo da condurre nel silenzio più denso, chiuso a guscio, e duro da cedere, che si rivela un piccolo tesoro, perché proprio quello è il punto posto ad una fine scelta. Pur di prendere respiro e carica: farsi un poco nuovi, confermando di essere quelli di sempre, però con una energia rinnovata. Girare in tondo e non andare avanti, è l’arte disperata di chi un poco s’incaglia, tenta e ritenta, a scapito di una pazienza già logora, che pure insiste; non si torna indietro, se non per prendere la rincorsa. Oppure per tendere la mano a chi si vuole, e custodirla, riscaldarla, portarla a vedere qualche cosa di buono: dita fra altre dita, infilate in tasca; rifugio imbastito in fretta, legame che crea impaccio e incanto. Portami in un bel posto, direbbero i Mogwai. E l’hanno già detto in effetti: di parole ne hanno spese poche, in un brano che ha per titolo proprio quella richiesta dolce, dondolante: Take me somewhere nice; quale meraviglioso atto di fiducia. 
Mano nella mano, chissà dove si può arrivare. Ed è un gesto che si divide con pochi: la formalità di una stretta a siglare un accordo, una conoscenza ufficiale e piena di buone maniere, è tutt’altra cosa: la mano la cede chi va in sposa a un amore, magari per la vita. E ancora, chi per la vita sceglie un affetto senza troppe misure: uno che riempie, cresce e muta col mutare di chi lo dona e lo riceve, senza moduli e scartoffie: promesse da rinnovare ogni giorno, con i soli accordi di due anime in sincronia. 

Queste tue mani a difesa di te: 
mi fanno sera sul viso. 
Quando lente le schiudi, là davanti 
la città è quell'arco di fuoco. 
Sul sonno futuro 
saranno persiane rigate di sole 
e avrò perso per sempre 
quel sapore di terra e di vento 
quando le riprenderai. 

Parole mirate, di una bellezza raccolta e vertiginosa. Poesia che risiede sull’orlo del sentimento: Vittorio Sereni lo dice coi modi delle carezze, col calore della pelle che si fa scudo e sipario, velluto e identità. Origine di un due che risale a chissà quando: trama ancestrale con fine indefinita che si vorrebbe rimandare, se non sconfiggere; e che pesa sul capo come la più ostinata tra le solitudini immeritate. Sono mani che si immaginano col candore dell’età più giovane: pelle compatta e chiara, eleganza innata nel riempire lo spazio circostante. Mani-invito, e carezza. Mani leggere sul petto, mani-pettine: dita tese e rigide a dividere ogni ciocca percorsa con minuzia insospettabile. E poi mani nervose, mani impudiche oppure mani tenere che scelgono di posarsi sulla spalla ed incoraggiare; mani gelate sulla schiena, mani grinzose, che da sole raccontano il tempo di una vita, le ore spese a procurarsi il pane: il lavoro prima che il boccone da portare in bocca. La calma e la concentrazione, prima che la frenesia. Vi è spazio per tutte le mani, nella poesia di Sereni. Ma quelle che mi piace pensare per prime, appartengono a La Libertad di Egon Schiele: sono mani che danzano, che saggiano il vuoto, ne fanno quasi musica. Mani nervose, ossute, energiche. Mani che non si curano di farsi belle, eppure lo sono: la loro grazia sta proprio nel non averne. 

Quelle mani sono fabbrica spirituale di avvenenza, leggiadria. Sono piacevolezza ed armonia. Insomma, esse sono. 
Incredibilmente vive e frementi. La donna che le porta, ha la stessa impronta: il viso all’insù, un gran fragore di capelli ricci disordinati e scuri, da ravvivare in punta di dita. Occhi e bocca chiusi, la vista non serve, occorre sentire: lo spazio è una questione di odori e di piccoli suoni che si immaginano un poco oltre la tela. Il cuore è un gomitolo rosso, una massa aggrovigliata da districare, e non per intero, con dita da intingere in quella tinta vivida, promettente; e anche così sembra una danza: la libertà è interiore, e bisogna sedurla. Portarla fuori, lasciare che qualcuno possa solo intuirla, desiderarla con più forza, riconoscersi in essa. E quando rischia di essere usata e abusata, quando “sminuire” è la parola d’ordine e depistare è quasi un credo, è il caso di tornare ad avvolgere: prendere quel dono, farne una piccola massa dal colore di un rubino, tornare a pungolarla, farne un magma continuo e incandescente, sotto pelle.
Tutto, purché non la si ingabbi ulteriormente. 

Le mani sono sollievo e disperazione, sono sensualità, presa anche per un verso non del tutto manifesto.
In fondo, non tutto deve essere spiegato, ovvio: ciascuno di noi ha il dono prezioso dell’immaginazione, e la magia del guardare lontano, accanto al simbolo, nelle zone della fantasia che non si stanca mai di vagare, se è fertile il tempo che le si concede. Mi vengono in mente le mani di Dino Valls: mani-maschera e complemento, aggiunta che rivela molto, pure coprendo. Un volto in primo piano: gote rosse come le labbra; nessun trucco evidente, e nessun accessorio; lo sono gli occhi, a loro modo: macchie di un azzurro intenso, sovrastate da ciocche di capelli corti e scuri, appena accennati. Una mano copre un occhio, una sola unghia è tinta di un rosso che riprende il colore di quella bocca e quelle guance orfane di baci. Una biglia gioca a fare da pupilla, riprende il blu di quegli occhi, ma lo osa appena più fitto, più audace: un po’ come lo sguardo della ragazza che nulla teme, neppure di essere osservata, scrutata, ammirata,
letta. 
Tra le opere di Valls, ancora una mano in primo piano, affusolata e morbida, adagiata lungo le linee di fianchi che si intravedono appena: sembra nuda, talmente tanto da non potersi difendere. Due polpastrelli trattengono un ago e un filo arricciato, di un colore flebile. Facile pensare che vi sia qualcosa da cucire: uno strappo, pure in senso lato, nella vita, nell’umore, nelle ferite del corpo; quelle che non hanno sangue né tagli, che sono visibili solo a chi le vive: ferite fatte di parole, di vissuti mal spiegati e condotti, di abbandoni e noncuranza, di fragilità scansate come una vergogna. 

È di William-Adolphe Bouguereau quel nudo seduto di donna che si lascia ammirare. Ha lo sguardo sperso, la posa allacciata in un abbandono invidiabile. Un’ombra scura si staglia sullo sfondo e delimita i contorni di un corpo di donna dall’incarnato chiaro, luminoso. Lo sguardo basso, pensoso, un telo adagiato mollemente sulla testa; blu, in contrasto col rosso dei capelli. Le mani, questa volta, sono intrecciate strette: sono un sigillo, una cornice. 
Con Pierre August Cot, si ha un assaggio di un’atmosfera ben diversa, condensato nel Ritratto di una giovane donna, risalente al 1869: lo sguardo è malizioso, l’incarnato è morbido e sinuoso, celato da una stoffa drappeggiata, lucida, di raso.

La mano è un invito silente, un dito indica il rosso delle labbra: curva da addentare, promessa di baci ripetuti, generosi.
Non si dimentica, poi, il Ratto di Proserpina del Bernini. Le mani scolpite nel marmo hanno ogni linea necessaria, ogni vena, ogni piega: hanno una forza che non si potrebbe attribuire alle cose inanimate, eppure c’è, ed è palese. Essa è una sensualità che quasi si impone, voluttuosa. Fende ogni volontà, e si imprime nella carne che sembra di burro, sotto la pressione delle dita. 
E chissà quante mani, ancora, dimentico. Quante non potrei che includere nel mio lungo elenco di meraviglie: arte e parola, dettagli puri, grandiosi e semplici al contempo, dispersi in mezzo ad una gran confusione di cose più grandi da notare prima, presto, voracemente. Io mi fermo, e mi soffermo: ed è una parentesi dolce, la mia. Un incanto senza posa e una carezza che qualche volta trova espressione tra parole esitanti e silenzi ampi e comodi, più che in mani timide, che pure non temono di lasciarsi trovare.