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La Degradazione dei Simboli

Scritto da Ornella Mariani.

Il Postmoderno è il Moderno che è stato lasciato cadere per terra. E si è rotto.

Alle volte capto nelle situazioni del vissuto personale e sociale degli indizi che mi inducono a pensare che siamo immersi fino al collo in quello che tutti chiamano Postmoderno, producendo con la radice, post, una svalutazione totale di tutti gli schematismi e i valori precedenti. Dopo avere decapitato l’etica e disossato l’estetica prendendola a randellate, a furia di incappare in scorciatoie di nuovi significanti – o meglio, insignificanti – non si sa più dove soccombere.
Noi che il Sessantotto l’abbiamo visto vivere dai nostri genitori, e ancora piccoletti captavamo nell’aria la sua potente convulsione, ascoltavamo attoniti e indifesi la furia del “nuovo” nei 45 giri dei Rolling Stones, gruppo che come pietra lanciata feriva e leniva contemporaneamente l’anima. Avevamo capito da molti indizi che dopo la rivoluzione culturale del ’68 niente sarebbe stato più come prima. Poi ci fu il collasso. Avvenne pacificamente e nessun terremoto emotivo eclatante. Accadde per gradi, come le rane fatte bollire nell’acqua riscaldata piano piano. 
Alle volte mi chiedo se Mr. Sammler de Il pianeta di Mr. Sammler ci avesse visto bene su tutto e Bellow avesse davvero scritto un libro profetico su quello che sarebbe divenuta l’America (e noi, di rimando, sua colonia da sempre), ma fu troppo blando. Pasolini, qui da noi, con gli Scritti Corsari, pure. Mi riferisco, perché ne voglio parlare, alla svalutazione dei Simboli tanto cari al Moderno. Partiamo dalla simbologia spiccia, quella che tutti abbiamo sperimentato. Il segno del Potere, della ricchezza: la banca. La banca per noi di allora era una cosa seria. Qualcosa che meritava di andarci vestiti con cura, qualcosa che incuteva un certo oscuro timore. Anche solo la facciata della banca di una volta faceva un poco paura. Rappresentava il dio denaro, il dio biblico, potente, ambivalente e necessario, pure sacro. Rappresentava le ore lavorative spese per ottenerlo; era in ultima analisi la sintesi del lavoro, della base su cui si fondava e si fonda la società; il luogo fisico dove, quando si andava a parlare con il direttore della filiale vicina a casa, dovevi ascoltare in silenzio il suo responso, come ad un oracolo si chiedeva di prevedere il futuro. E i direttori erano sempre all'altezza delle aspettative: azzimati, in giacca e cravatta, da colletti bianchi che hanno raggiunto il potere. 

La banca era quell’ente che prestava soldi, dava interessi cospicui se lasciavi il tuo denaro a fruttare da loro, indirizzava le tue scelte se dovevi investire, ti accendeva un mutuo per l’acquisto della casa, che dovevi estinguere in trent’anni, una intera vita ecc. ecc. Ora la banca è diventata un’ altra cosa. O meglio: una cosa altra. Ora un direttore di banca ci mette al corrente che c’è stata una svalutazione del loro pacchetto azionario. Che gli interessi sul vostro deposito si possono aggirare a pochi spiccioli, ma solo se si vincolano per alcuni anni, altrimenti quasi quasi ti tocca pagare per tenere i soldi in banca; che le speculazioni in ambito immobiliare, in molte banche, sono state fatte con tale arguzia e mancanza di scrupoli che sono rimasti tutti a guardare il tracollo senza poterci fare nulla. Egli ci rende edotti di tutta la situazione economica della banca come se fosse qualcosa di estraneo a lui, di alieno, qualcosa al di là del bene e del male. Ha il tono sottomesso, come fa un cagnolino quando abbassa la testa e le orecchie per un segno di sottomissione. Oggi i bancari attuano la tecnica della vittima, all’oscuro di tutto, del cane bastonato dai poteri forti, e intanto chiedono venia per la mancanza del beneficio di interessi sul conto corrente. Ma qualcuno, ammettono, in tale frangente si è pure arricchito molto. Ma non loro però. Nessuno di loro. La banca è quindi diventata color arancio, di tutti i colori, ha facciate anche sfacciate, violentemente colorate. La mia risiede in un ex panetteria rimessa a nuovo.  Tolto il simbolo faraonico dei leoni ai lati dell’ingresso la banca è un edificio dove lavorano impiegati annoiati di non vedere gente affluire come una volta, poco inclini a socializzare come facevano quelli prima di loro, con i clienti affezionati. Molto disposti a darti una mano ad investire se sei disposto a rischi a breve o lungo termine ma sempre preannunciando la clausola del “non siamo più sicuri di niente”.

Ho scelto la banca come simbolo per tutti gli altri perché il discorso si ripete in tutti i settori come un copia e incolla. Il concetto è sempre lo stesso: il candore, e la più completa franchezza sui vizi del sistema, sembrano molto più facili che dimostrare saggezza e dignità perché si pensa che l'equazione sincerità = affidabilità, sia più importante dell'equazione: affidabilità = rendiconto in attivo, cioè abilità e professionalità. Per questo il mondo sta andando a rotoli.
Per eccesso di sincerità che non è più nemmeno sincerità – non più collegata al disgusto verso il malcostume, al sopruso, alla speculazione – ma inadeguatezza di comportamento, mancanza di savoir faire, professionalità. Forse ingenuità, o ignoranza emotiva. Tanto, si dà la colpa ai tempi bui. Intanto sulle cattive speculazioni bancarie (immobiliari) ci sono persone che si sono arricchite alla grande.  E questo succede anche in politica dove gli scandali di intrallazzi malavitosi non sono più ritenuti indegni e addirittura qui da noi si possono ricandidare gli impresentabili. Hanno peccato, e allora? Gli onesti non sono portati per gli affari in grande sembra essere la lezione che ci vorrebbero propinare.
Si fanno alleanze tra topi e serpenti, tra scorpioni e rane pur di mantenere lo status quo. L’importante è non cambiare nulla, pur dando l’impressione di cambiare tutto. E questo è davvero geniale. Questa mancanza di vergogna che viene scambiata per apertura mentale, per libertà. Questo succede per l’ecologia dove dire che l’inquinamento è sottovalutato è un eufemismo. Oggi il mondo è un villaggio globale e tutti sanno gli sprechi energetici, le devastazioni del suolo, a scapito della fauna marina, dell’inquinamento dell’aria ma anche sapendolo si amplificano le notizie per dare ridondanza alle stesse, tanto si sa che nessuno interverrà perché gli interessi economici sono troppo elevati, Trump sul cambiamento climatico ci scherza pure con le battute che il giorno dopo i giornali riportano.
Ma cosa cambia? Tanto per quattro anni se lo dovranno tenere.

Questa sfacciata noncuranza è evidenza nel settore economico dove macro-investimenti in settori di nicchia favoriscono sempre gli stessi ambiti compreso quello delle armi nucleari a cui anche molte banche attingono. Intanto sappiamo bene cosa sta succedendo alla foresta Amazzonica ma tanto quella sta in Amazzonia e in Amazzonia chi ci andrà mai? Questo succede nell’ambito dei rapporti interpersonali dove la galanteria è scomparsa e la più completa sincerità ha fatto sì che venisse meno spesso anche il buon gusto, il garbo e soprattutto l’empatia. Se occorre sincerità occorre anche disinvoltura spietata e non si usano più i mezzi toni o le mezze misure per arrivare al compromesso. La verità è questa cosa brutale, buttata in faccia perché si deve essere liberi di poterlo fare. È moralismo cercare la buona creanza e la riconciliazione tra le parti. Parlare degli alti e bassi di un rapporto è una cosa che si impara con l’esperienza, la stima. La pazienza. Cose desuete, retrò. Chiusi nel nostro piccolo mondo sempre più tecnologizzato, chini sul portatile in attesa di un nuovo messaggio o di una nuova immagine non abbiamo più una violenta e sana voglia di cambiare le carte in tavola. Chi le ha pare si debba regolamentare secondo le vecchie leggi vigenti: quelle del potere di quella verità con la v minuscola perché è quella verità che una volta aveva il significato di resa, di mancanza di iniziativa, di abbandono della fierezza e di un orgoglio pure insiti in ognuno di noi. Libertà, dunque, di vivere forse più ricchi di tante cose accessorie ma con tanti più vuoti da colmare, in primis quello del recupero del significato dei simboli che significavano tanto per le generazioni precedenti e che non sono stati rimpiazzati con nulla di nuovo se non con la tecnologia.