Stampa
PDF

Chiamami col Tuo Nome

Scritto da Filippo Lancietto.

Guardare un film e parteciparvi è un’esperienza che viene filtrata da un vissuto che talvolta emerge con prepotenza e che a volte, invece, si cerca con prudenza.

Ci si avvicina alla pellicola con approccio indagatore. Ciò che solleva e incoraggia emozioni più o meno sopite, racconta una serie di piccole evidenze alle quali è difficile resistere. Se lo fa attraverso uno schermo, una visione d’altri, coi personaggi che vengono dalle pagine di un libro per farsi quasi veri, l’alchimia è persino più suadente, magnetica: film è finzione, ma nemmeno troppo; e in alcuni casi è un’opera riuscita che per mezzo del talento di un regista sconfina nei colori vividi dell’improvvisazione, della provocazione; oppure nelle lande silenti e tenui della poesia per immagini. Ogni cosa risponde a precisi criteri, a serene logiche di narrazione e trasposizione: inclinazioni personali e collettive, da far combaciare con una concretezza che resta fuori dal risultato finale, dove tutto è sensazione, impressione, coinvolgimento. Se il prodotto si rivela efficace, si ritrova a parlare un linguaggio che non interessa più nulla di troppo freddo; la poesia di cui parlavo, l’ho trovata in dosi generose in un film di Luca Guadagnino: Chiamami col tuo nome; e a volte si serve di parole sussurrate, parole scherzose o seducenti, promesse lasciate ondeggiare su un alito di vento. In altri casi, invece, resta come densa, sospesa, a impregnare la sala di un cinema, la pellicola, la pelle e l’umore.

Capita che vi sia un sentore di incompiuto, di imminente, capace di dirottare i pensieri e di suggerirne di nuovi fino a piegare la realtà esterna e plasmarla; e intanto si riflette, e riflettendo ci si rivela per quello che si è; il giorno scansa un poco le pressioni in esubero, formulando qualche meraviglia in più. Il corpo conosce la finzione e un po’ la abbraccia: si riconosce nel gioco, nell’abbraccio, nelle movenze altrui. Sorvola per un cumulo di istanti, ogni sorta di forma e di lacuna: dotato di vita da volere vivere, oltre che del necessario respiro, sa di poter seguire una traiettoria nuova; come se una pellicola fosse in realtà una sorta di mappa, una serie di domande mai ammesse, una lista di cose da fare, depennare e aggiungere, col caos che sa essere fertile, genuino, adatto a chi non si accontenta mai davvero di restare fermo, anche quando muoversi è una piccola sentenza che morde lo stomaco e fa incerto il passo. 
Per tutto questo pensare – e per gli spunti che potrebbero ancora solleticare corpo e spirito di intraprendenza – bisogna incoraggiarsi e sapersi perdere, di tanto in tanto. Addentrarsi nella sala di un cinema e considerarla alla stregua di un mondo parallelo. Non assistere ad un racconto, ma farsi parte dello stesso: trarre ogni spunto, incognita, sentimento, probabilità, fin dal titolo del film scelto: Chiamami col tuo nome ha una musicalità e una promessa d’appartenenza che tiene ancorati a un senso di continuità, di reciprocità, che sembra non avere fine. È un gioco di riflessi e una gratitudine non da poco; è conoscere sé stesso e l’altro, al punto di confidargli la propria esistenza. Non succede certo tutti i giorni di trovare un posto in cui fermarsi a respirare. Ancora meno, succede che quel posto abbia contorni umani, e dunque non sappia restare immobile, immutato. Non sappia lasciarsi abitare senza prima provare ad andare incontro e abitare a sua volta, rivelando una natura in espansione, fuggevole e malleabile in alternanza. 

I protagonisti della pellicola sono Elio e Oliver: due ragazzi che si incontrano per un caso spietato però generoso nel contempo. Oliver è la parte estranea: egli è arte da tramutare in lavoro, novità clamorosa venuta da lontano. Elio è la bellezza colta nell’atto di fiorire, parola che sa tacere oppure sciogliersi in una melodia, acquattandosi dietro quella e celando ciò che va preservato. Il tempo è la stagione estiva. Lo spazio è un piccolo borgo ritagliato nel territorio di Crema. Gli sguardi vagano, e sono sorridenti: pieni di una vita appresa anche per errore, ma così florida da indurre al sogno, al riso spensierato, alla poesia da declamare con un borborigmo di temporale in sottofondo. Vi è una pienezza costante che si rivela e che sfugge, infiltrandosi nei silenzi minimi scivolati nelle notti da dormire forte, nel ticchettare ostinato delle ore, dei minuti, che rendono imminente o già lontano un momento atteso, amato, sgualcito. Pure nella calma oziosa di una stagione tanto viva, non è raro che qualcosa arrivi ad attrarre l’attenzione con un enorme fragore di sensazioni e di colori, più che di sgradite intrusioni: in tutto questo la natura è maestra, sempre presente e gioca il ruolo dell’amante. Si fa argentea quando è sera; si veste a festa sotto i raggi obliqui di un sole che insiste, si impunta e muore un po’ ogni giorno, lasciando un’aura dal sapore decadente, allargata e liquida, quasi ovunque. Distoglie l’attenzione da certi pomeriggi accaldati e inconcludenti, dalla noia delle facce sempre uguali e affatto care, dagli appuntamenti presi e concessi senza slancio, che insegnano a malapena una stretta prevedibilità. Il perno di quell’esistere così, quasi di sbieco, è proprio lei: l’estate, col suo vibrare costante e sommesso, e con gli amori che suggerisce e incita, pur di dare ancora un po’ di caldo al corpo. Il brivido è della sera, con le sue brezze timide a lambire la pelle. È dell’acqua gelata di un laghetto in cui immergersi in cerca di sollievo. È di un bacio atteso da molto tempo.

Così Elio sperimenta una maniera scelta, di muoversi nel mondo: intenzione dolce, e tuttavia forte, impetuosa, con gli slanci che appartengono ai momenti più belli, e le passioni ingovernabili. Ed è un'intensità davvero buona, che restituisce bellezza a tutto quanto. Elio si lascia contagiare da quella sorta di febbre, quella smania di capire e d’assecondarsi: si interroga sul perché delle ragioni che mancano, come le carezze; sulle direzioni intraprese dal corpo e dal pensiero, che non sempre convergono e si agevolano. È tutto istinto – e coraggio! – preso a bocconi piccoli, in crescendo. E non teme l’amore che poi arriva a conoscere, senza nemmeno saperlo: scopre che quello ha molte teorie, castelli fabbricati in aria con una gran manodopera di sospiri e di
vorrei così pesanti, goffi. Raggiunge un punto in cui la consapevolezza è quasi adulta, anche se il posto che abita è una vita giovane, e a favore ha giusto l’istinto e nulla più.
L’impara anche dal padre, Elio, che quel sentimento non ha manuali, non ha età, potrebbe tornare, potrebbe non esserci mai. Dunque va colto subito, senza esitazione e a dispetto del male che può fare: è merce preziosa, e gode di una libertà che trova gabbie solo nel pensiero di chi non sa cosa dire ma dice ad oltranza, condendo di enfasi e di regole asfissianti il poco che ha appreso; magari nominandosi sovrano di un modo giusto di vivere che proprio non c’è. Beata innocenza, beata soggettività, beato languore. Tutto questo trova una rispondenza perfetta nella persona di Oliver con i suoi modi sfuggenti e poi dosati, vicini, impetuosi anch’essi: non c’è distacco, nessun impedimento definitivo; anche quando gli impedimenti sono tutti lì, messi bene in evidenza. Sono solo smorzati da quel sentirsi vago e poi confermato e resistente, di due che si scelgono a dispetto di tutto. Unione che non è resa coi toni melensi di chi l’amore e l’attrazione sa declinarla soltanto nel modo più rapido, immediato: non vi è cosa più buona del ruvido, quando è necessario. Né del vedersi da lontano e fare giri imprevisti, per raggiungersi.

Non vi è nulla di più accattivante della ricerca della parola e del momento, dello sporco che viene a nominare le carezze, ed è pulito più di quanto si potrebbe dire mai. Di quell’odorarsi, che a volte è solo metaforico, e a volte avvicina la bocca, trattiene il respiro e lo richiama con forza, ha il tocco di velluto di un’albicocca, col suo nome da indagare: scavare nel senso delle cose, risalire in superficie con una ricchezza nuova in mente. Poi addentare una
pricoca, come suggerisce un’etimologia che è facile accostare al dialetto siciliano, e godere della sua succosa dolcezza. 
Dolcezza effimera, come il tempo che scorre e che lascia il segno quando può. E ha potuto, in un film simile: non lo si dimenticherà facilmente.