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Vecchio Sarai Tu

Scritto da Gianni Bozzini.

Solo fino a qualche anno fa era una domanda seria: quando comincia la terza età?

Sociologi e psicologi, con il realismo dei primi e l’inutilità dei secondi, dicevano: con la pensione. Ci fu, tra le varie tesi, un rapporto della commissione affari del senato degli Stati Uniti, che definì la terza età e il suo primo impatto nella vita un trauma capace di uccidere più del cancro. Ma oggi che l’inquinamento, lo smog e i veleni che l’uomo stesso produce uccidono più delle pandemie, più di ebola, aids, e di tutti i cancri o quasi sono le cause prime, la paura maggiore – che certifica l’istupidimento di massa – è quella di perdere il tablet o l’iPhone, e l’età non è che un numero insignificante.
Anche le rughe non hanno più il loro fascino. Un numero imprecisato e in costante crescita di beauty center è al servizio di chi le vuole combattere fin da giovane, mentre i vecchi cercano di fermare il tempo con il bisturi dei chirurghi e vanno in giro esibendo orgogliosi la propria faccia di plastica.
La vita media si è allungata in maniera inversamente proporzionale al buon senso, ma tutto ciò non fa né caldo né freddo a chi sconfessa studi e teorie per cui la gioventù finirebbe a 20 anni, da allora si è adulti e si entra nella prima età, che dura fino ai 40, la quale diviene terza a tutti gli effetti dopo i 60. Chiedete a un sessantenne se si sente anziano e, se è un tipo gentile, farà una battuta di spirito; lui, o lei, di sentirsi tale, non ci pensa affatto. Del resto, quel traguardo non ha valore in prima istanza per lo Stato, che vuole si lavori ben oltre ad esso. La gioventù è ormai d’autorità, c’è il divieto di invecchiare. Perfino i nonni negli spot sono moderni, chattano, hanno le più moderne tecnologie in tasca e il pensiero di fare la calzetta o sedersi a un tavolo a giocare a carte con gli amici del bar, quelli dei bei tempi andati, non li sfiora.

E non è solo una questione di paradigmi o di cifre: nei paesi del nord, dove già dagli anni ’70 alla struttura-famiglia si è sostituita quella pubblica, c’è un fenomeno mai codificato in leggi eppure del tutto concreto che cataloga, di fatto, le età dell’uomo in base al suo inserimento attivo nella società. Vi sono alcune discrepanze da Paese a Paese, ma più o meno le parti sono definite. Si prenda ad esempio il rapporto tra persona e città, a cominciare dai bambini. La famiglia senza figli ha come destinazione ottimale nei progetti di urbanisti, sociologi e architetti il centro, la city, in cui trovano spazio tutte le esigenze abitative degli scapoli. La famiglia con figli invece, rispetto alle età di questi ultimi è itinerante: essa vive in quartieri nuovi o satellite di altri, oppure ancora nei centri staccati dal cuore urbano fino al secondo grado di istruzione primaria della prole. Quindi la prole cresciuta andrà a sua volta in città, trasferendosi in modo saltuario o definitivo per gli studi superiori, negli atenei, o per le esperienze lavorative da compiere in parallelo (in Italia si registra solo il primo dei due flussi, perché di lavorare durante gli studi i giovani non hanno né voglia, né occasione). Il figlio, in una spirale identica a quella dei genitori, riprenderà il ciclo secondo gli schemi appena descritti. Il tutto fino a un’età che non si può più fissare tra i 55 e i 57 anni, ma molto più avanti. E nella sequenza non si usa il vocabolo vecchio, o anziano. I due termini, di tipica origine umanistica, non paiono distinti nelle ipotesi di nuovi modelli di civiltà, dove si parla di terza età con timore, con la cautela di un esorcismo.

Nel nord, chi esce dalla città e dai suoi servizi non viene abbandonato; diverso, e tanto, è il discorso dalle nostre parti. La quiete serena della pensione, oltre ad essere un mero miraggio per gli under 40 – il saccheggio dell’Inps, dalle cui casse ogni anno escono milioni di euro in superpensioni prive di ragione e di merito, di cui la gente si lamenta senza, però, silurare gli artefici di ciò, non potrà durare – è vista come l’età in cui esprimere alfine i sogni, i desideri repressi durante una vita di affari, di stress, di lavoro, solo nelle pubblicità, nei disegni ridicoli e fasulli dei segretari dei partiti. Eppure in Italia un terzo degli abitanti ha più di 50 anni, e la tendenza è a un ulteriore crescita dei senior. E non è più per il clima. Negli anni di Byron e Shelley sì, il turismo era favorito dalle loro visioni, dai canti di Lamartine al sole e alla bellezza delle coste della riviera; e il clima dava una grossa mano. Oggi siamo il posto più inquinato d’Europa, ed il mondo ci invidia appena le opere d’arte che ancora non sono state vendute dai soliti illuminati politicanti. Che, per inciso, hanno in mente di seguitare a vendere. Aree verdi, palazzi, e pure le isole. Intanto, i pensionati fuggono oltre i confini. La pensione gli arriva per intero, più cospicua, e ci trovano più servizi, più salute, un mondo che qui non gli è più concesso. Tomasi di Lampedusa diceva che la famiglia è un legame costituito dalla noia e dal denaro; per Proust la famiglia dà tanto le idee quanto le malattie di cui si muore, e il giudizio dei ragazzi è – da sempre – anche più duro: si tratta dell’unica istituzione al mondo, esercito a parte, dove se il capo sbaglia continua ad avere ragione.

Tant’è, al fallimento delle comunità giovanili, del kibbutz, della coppia aperta, negazione in sé di ogni futuro, la terza età ha reagito da par suo. È scaduta la visione che assegnava alla famiglia come cellula sociale la funzione di depositaria dei valori, specie per il cambio radicale di questi ultimi. Là dove i principi cardine erano il rispetto e l’obbedienza, figli anche di affetto e di stima, il piano della civiltà ha imposto libertà e resistenza: concetti favolosi, non però quando significano crollo dei limiti, assenza di freni inibitori. Il mondo stesso della famiglia è mutato: la cucina, luogo di scambio di tutti gli umori e dei dialoghi del nucleo si è fatta più piccola; il pasto insieme è roba da fiction, il salotto c’è solo per bellezza, la camera da letto è sempre più un luogo di passaggio, di intimità d’occasione, fugaci. E di quella fuga ne vuole sentire il profumo anche chi è baciato dalla terza età, e non importa se rimangono veri i versi di Edgar Lee Masters secondo cui «questo è il dolore della vita: che per essere felici bisogna essere in due»; i tempi sono cambiati e ognuno vuole avere il suo spazio e niente estranei, no ai disturbi, agli influssi, ai pensieri. Nonni, zii, cugini e nipoti ci sono ma è bene stiano al loro posto finché si può, che quando uno di loro – o di chi li tiene a distanza – avrà un guaio grave c’è il 118, e qualcuno se ne occuperà. La famiglia può finire, anzi, è già in via d’estinzione; la tendenza è verso il nido a due, per far fronte alla solitudine e soddisfare il bisogno di impulsi sessuali. Bando ai vicini, agli amici, benvenute le pillole blu e la distanza emotiva: anche gli anziani sono sui social, ci si adegua. E qualcuno la chiama evoluzione.

* da Turismo e terza età, di Giorgio Bubba, La Casana XIX, n. 1, gennaio-marzo 1977.
** da La famiglia sta morendo?, intervista ad Edward Shorter (1979).