Stampa
PDF

Di Libri e di Uova

Scritto da Sandra Giuliani.

A volte penso di avere contratto la malattia dell'intellettualismo italiano: sono fatta di astratti furori.

Ma se mi chino sulle parole che animavano quei furori novecenteschi ne esco scottata perché li sento pesanti, dotati di sensi concreti e di gesti ideali che, insieme, costruivano una forza inaudita che in me si incrina spesso: credere di poter spostare davvero le cose. Qualcuno di quegli uomini e qualcuna di quelle donne, dalle pagine di un quotidiano o nella trama di un libro, avevano la determinazione, tipica dei visionari, di pensare il mondo con la propria testa e di dire senza timore: no, così non va. Questione di necessità: c'è a chi non basta essere accolto, accettato, è più forte il bisogno di essere se stessi. L'accettazione in effetti è un bisogno umano che spesso non si trasforma in una leva ma crea omologazione, conformismo, livellamento. Le idee – e le persone – stanno come le galline in un pollaio: producono uova per qualcun altro e scambiano la vicinanza per un valore. Se bastasse vivere in un condominio per sentirsi parte di qualche cosa il mondo, quello urbano almeno, dovrebbe essere civile. E invece accade che la campagna e il mondo rurale offrano esempi migliori di buon vicinato e cooperazione reciproca, ma questa è la storia del conflitto antico tra città e campagna, che pure il Novecento italiano ha saputo trattare in quel suo linguaggio di astratti furori. 

Il fatto è che parliamo di cose che a nessuno interessa mettere in piedi. 
L'economia del Noi, per esempio, non si basa sull'occupazione di uno spazio recintato o sulla difesa di una categoria (sia essa l'età o la qualifica: gli scrittori TQ o i piccoli editori insieme), perché Noi non significa “tutti quelli che la pensano come me”. La vera economia del Noi sarebbe un pollaio in cui tutte le galline, e il gallo di turno, decidano insieme che le uova restino gestione interna e diventino pulcini. E si dovranno moltiplicare i pollai, magari usando come mano d'opera le galline vecchie, meno fertili, ma dotate di sagacia costruttiva e sapienza logistica. Insomma, fantascienza da pennuti.
Essere se stessi, invece, è un bisogno umano che se trasformato in desiderio diventa un'arma pericolosa, perché non sarà mai abbastanza quello che c'è, né abbastanza ciò che si fa. E l'obiettivo non è creare conflitto, per una qualche apologia dell'individualismo, semmai indicare sempre il punto critico, non far finta di non vedere, non illudersi, ma disegnare a poco a poco i tratti di una armonia che sarà sempre a filo di lama. Perché questo accade ad essere funamboli: se non ti spezza il mondo, la fune su cui cammini è così sottile che qualcosa dentro cede alla paura del vuoto. 

Non è un elogio del genio, dell'eroe, degli incompresi. 
Sono invenzioni letterarie, travestimenti ad opera di qualche strategia socio-politico-culturale del capro espiatorio di turno. Parlo di scritture, maschili e femminili, che conservano la selvatichezza che c'è all’origine, di quella scrittura che non addomestica il mondo ma lo teme, di una paura vitale che ti fa sentire parte di un intero non proprio comprensibile, e nemmeno giusto a dirla tutta, e che cerca nelle parole una tregua, senza ipotesi consolatorie di salvezza finale, per inventare una nicchia etica posta dentro non contro la durezza del vivere che è sempre, per ogni vivente, una scommessa incredibile e commovente. Parlo di scritture, maschili e femminili, che sanno dire che la cultura rende abitabili le nostre vite, e le trasforma in storie da ascoltare, uniche e indimenticabili. La noia oggi è un prodotto editoriale di massa. C'è qualcuno, il padrone del pollaio, che fa in modo di dosarla, secondo età e classi d'istruzione. Anzi, fa in modo che diventi il denominatore comune, come il dono di una trasversalità posta a falso superamento delle distinzioni – che l'abuso della parola discriminazione renderà un gesto nobile – così le galline giovani (gli esordienti) si sentiranno subito pronte, già adulte, e le galline adulte potranno fingere di essere immortali (dello sconcerto del gallo nessuno se ne cura. Come tutte le ispirazioni mal consegnate, alla fine diventerà impotente oppure replica infinita della sua stessa inerzia). Intanto, la superproduzione di libri-uova assumerà i contorni di un benessere collettivo, e chi se ne frega se nell'uovo c'è del marcio o se l'insignificanza sostituisce il pigolìo possibile di un pulcino. 

Ci sono ancora scritture selvaticamente in prima persona e, con tutto rispetto per le galline, fuori dal pollaio. Ma sono fuori commercio, fuori catalogo o introvabili. Pagano più degli altri il destino paradossale, comune a ogni libro, di essere un oggetto destinato al consumo immediato, e poi via al macero; si faccia posto ad altro, anche se esattamente uguale a quanto eliminato. Che importa? La familiarità rassicura, e il riconoscimento crea illusioni di appartenenza alla comunità degli acculturati. Traducasi: gli alfabetizzati dell'ignoranza. Il punto critico, allora, non è se il padrone del pollaio sia un ricco signore o un poveraccio, se l'azienda sia una multinazionale o una bottega artigianale: bisogna vedere cosa produce. Libro da pollaio o senza garanzia? E la durata di vita sulla quale investe? Uscirà come fresco di giornata, consumabile a breve, o come speranza a lunga conservazione? Gli investimenti del qui & ora non producono futuro. Non solo per le uova. Soprattutto per le galline. Ma queste, malate di narcisismo e stimolate dagli specchietti, lo capiranno? 
Ogni gesto culturale che si basa sul consumo uccide ogni idea del futuro. Produce parole morte. Che non credono né vogliono spostare le cose, e che in fin dei conti dicono: quello che c'è va bene, questo è il mondo. E ci vuole davvero una narcolessia collettiva per trovarsi d'accordo. Sto cercando di immaginare come sarebbe un alfabeto laico della cultura. Ma il primo ostacolo è la perdita di valore delle parole messe dentro ai libri. Non spostano nulla e commentano solo il taglio della siepe. Sto cercando di immaginare come sarebbe un alfabeto laico della passione per la cultura. E ho una speranza: se non riescono gli scrittori a liberarsi dal pollaio, forse la salvezza dei libri sarà nei lettori. Quelli che non comprano le uova e cercano le parole per dirsi
.

"astratti furori" in Conversazione in Sicilia di E. Vittorini
"selvatichezza" in Scrivere di M. Duras
"parole per dirsi" a eco di Le parole per dirlo di M. Cardinal