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The Gold Rush: Chaplin e la Febbre del Teatro

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

Teatro Municipale di Piacenza, l’evento inizia alle ventuno.

Da mezz’ora il pubblico va accomodandosi in platea e sui palchi. Arrivo qualche minuto prima e attraverso l’ambiente già gremito: il salone è adorno di fregi pieni di storia che narrano l’arte e la fragilità umana, il guardiano del faro che tiene la lampada accesa. L’attesa è per The Gold Rush, pellicola di Chaplin senza le parole che confondono, e per la musica con cui l’orchestra Giovanile Luigi Cherubini, diretta da Timothy Brock, la accompagnerà. Del resto, immagini e musica hanno un fine nobile: insegnare a riflettere, non ciò che si deve pensare. E l’unica rivoluzione autentica è la verità.
Nella manciata di attimi che precedono l’apertura penso a quanta ne contiene la maschera di Charlot. Fin dagli esordi le sue trovate hanno un ampio riscontro, pur non avendo in sé nulla di originale, ed è l’attore stesso a dichiararlo: «Non crediate ci sia chissà cosa di segreto nelle mie parti comiche davanti alla macchina da presa. Io mi sforzo solo di cogliere, tra la gente, la parte più reale. È il retaggio di una dote di mia madre. Guardando lei capii come riprodurre i sentimenti con la mimica, come fare a toccare l’essenza interiore degli individui. Così, presi a cogliere i piccoli nèi più ridicoli del prossimo, e dandogli un corpo nuovo facevo ridere e riflettere».

Per questo, pur essendo il percorso di ogni suo film previsto sia nei contesti che nelle gag, e il cinema americano colmo di artisti suoi contemporanei che maneggiano meglio ironia e satira pungente come Buster Keaton, Benny Turpin, Harry Langdon o Chester Conklin, la maschera di Charlot risulta al pubblico più memorabile. Anzitutto perché il pubblico non si interessa né degli apparati critici né degli epigoni, ma bada all’empatia. Charlot quindi non gli pare un imitatore, ma un inventore, e un inventore privo di pretese intellettuali: egli cerca solo un riparo per la notte, un pasto, un po’ di soldi e un velo di affetto, una carezza. È una sorta di Don Chisciotte con il carattere di Sancho Panza; questo accentua la presa emotiva sugli spettatori, che ridono delle azioni illogiche e buffe nelle quali è coinvolto, in realtà tragiche e comiche al tempo stesso. Il loro dramma è mitigato dagli sketch, i quali gettano in burla la società e spingono così a ripensarla, a compatirla. Se la letteratura del XIX secolo era intrisa di eroi o di aspiranti tali, quella del XX secolo è ben fissata dallo Charlot che fugge ogni eroismo, e vuole a tutti i costi salvare la pelle e le piccole felicità nelle quali si imbatte. La lotta per la scodella di minestra è epica, lei sì, perché la storia ha un peso schiacciante e non consente di disertare.

E allora
The gold rush si scopre come una delle opere di Chaplin più indovinate, dove le trovate comiche cessano di essere indipendenti dalla trama e dal soggetto, e vanno a formare una parte organica con il tema principale. Gli spunti umoristici, lirici e drammatici si equilibrano senza la carica sentimentale che c’era ne Il Monello, rivelando finalmente il Chaplin filosofo e umanista. I motivi del folklore novellistico sono vicini al suo sentire, e nel film risaltano con larga evidenza; basta rievocare il modo in cui il piccolo protagonista sceglie la sua strada posando a casaccio il dito su una fantasiosa carta geografica sulla quale il mondo è diviso nei soli quattro punti cardinali, tracciati a mano. E l’orchestra ha già iniziato a riempire di pathos l’atmosfera.
È una sensazione che non si può dire: ancora una volta le parole danno misura della loro insufficienza.

Quando si avverte la musica come un elemento naturale in un film, e tanto più in un film muto, l’alchimia è già compiuta. Il suono entra ed esce dalle immagini con la confidenza che ognuna di esse merita e suggerisce, la ricostruzione della colonna sonora originale – che Chaplin stesso adattò alla pellicola nella riedizione del 1942 – è fedele, rispetta la traccia del maestro, ed è carica di passione. Dà alle scene il giusto risalto e non cerca una propria luce, non pretende l’attenzione che rimane tutta sul romanzo per immagini allo schermo, a cui dona il climax ideale: ora più intimo, ora più aulico, frenetico o malinconico. C’è una nota per ogni sequenza, e si sente che ciascuna di esse vuole loro soltanto e con quel tipo di approccio, quel passaggio, quel corpo vivo di accordi o quel breve silenzio in cui hanno voce il biancore dei ghiacci, il fumo sottile che si alza da un camino. Perché anche il silenzio ha un suono che l’orchestra padroneggia, un suono che contribuisce a dare valore alla voce del destino, e che Chaplin definiva la più lunga e sincera intervista al lui stesso: «Io sono là, tra quei suoni che immagino e che la fantasia suggerisce al pubblico. Il riso tragico, il frizzo, la gioia, lo sconforto, la solitudine; tutto in me, anche la capriola, porta a una musica, e viverla è un po’ farla vivere. Quando mi riesce, sono felice».
E la conchiglia del teatro vibra, palpita assieme al buffo e melanconico Charlie al quale il flauto e le viole, i timpani e il fagotto, il clarinetto e la tromba esaltano – una volta di più – la dimensione poetica che gli appartiene, e i sette minuti di applausi dal titolo di coda riflettono la qualità artistica del lavoro. La fiaba non è finita.

L’orchestra Giovanile Luigi Cherubini viene fondata da Riccardo Muti nel 2004, è protagonista nei teatri di tutto il mondo e si cimenta in un repertorio che spazia dal barocco al Novecento. L’organico attuale è composto dai primi violini di Mattia Osini, Carolina Caprioli, Francesca Tamponi, Matteo Rozzi, Letizia Laudani, Federica Zanotti, Anna Carrà, Emanuela Colagrossi, Giulia Zoppelli; dai secondi violini di Daniele Fanfoni ed Elisa Scanziani, Selena Galassi, Matteo Penazzi, Roberta Amirante, Flavia Succhiarelli, Monica Mengoni, Roberta Fuoco; le viole di Davide Mosca, Stella Degli Esposti, Marcello Salvioni, Katia Moling, Claudia Chelli, Marco Gallina; i violoncelli di Costanza Persichella, Matteo Bodini, Ilaria Del Bon, Stefano Aiolli; i contrabbassi di Giulio Andrea Marignetti e Vieri Piazzesi; il flauto e l’ottavino di Vincenzo Gaudino e Viola Brambilla; l’oboe e corno inglese di Francesco Ciarmatori, i clarinetti di Edoardo Di Cicco e Domenico Guido, e il clarinetto basso di Gaia Gaibazzi; il fagotto di Beatrice Baiocco; il corno di Giampaolo Del Grosso e Andrea Brunati; le trombe di Luca Betti e GiorgioBaccifava; il trombone di Salvatore Veraldi e Nicola Terenzi, la tuba di Alessandro Rocco Iezzi, i timpani di Nicola Schelfi, le percussioni di Paolo Grillenzoni, l’arpa di Anna Astesano, il pianoforte/celesta di Michelangelo Rossi e la fisarmonica di Andrea Coruzzi.