Stampa
PDF

Sed*zione del Silenzio

Scritto da Loris Manelli.

Ieri ho letto e sentito parlare, per sei volte, di silenzio surreale.

Un modo di dire davvero curioso ma adatto a chi il silenzio non lo conosce davvero. Sono infatti i media a dirlo in quel modo, i media che non tacciono mai giacché devono plagiare il più alto numero di menti. Il silenzio è il loro più fiero nemico: va osteggiato, è padre della meditazione e, dunque, della possibilità – che non è certezza, ma tanto basta – di maturare, e così lo bollano come surreale non appena devono descrivere un luogo, un attimo, un fatto avvenuto al riparo dal chiasso ostinato degli umani. Già; surreale in fondo vuol dire al di sopra del reale, o per lo meno raro, difficile da incontrare nel quotidiano, lunare, capace di dare un senso di smarrimento, fino quasi di angoscia. Il silenzio, però, ce l’abbiamo dentro, è il compagno più fedele, non tradisce le idee e le cautele. Ci accompagna per tutta l’esistenza e non pretende, non fa la voce grossa poiché sa che non c’è voce più sensata di quella che c’è stata data, né più valida di quella che ci parla con i suoni del mondo. Che non sono quelli prodotti dai nostri apparecchi. Gli arnesi da noi usati hanno sì suoni surreali. Quelle dissonanze, quegli strepiti acuti e smembrati sono un romanzo horror tolto da un incubo e gettato sulla Terra come un ragazzino tolto dal collegio. Finché egli era dentro viveva in pace, dedito allo studio ed alla vita in comune coi propri coetanei a ritmi che alzano la qualità del vivere e ne governano la simbiosi di gruppo; poteva gioire e giocare e fare scivoloni nella palestra, nei corridoi, senza devastare la quiete degli altri ospiti, senza insomma essere un danno per la comunità. Una volta fuori, egli tira oggetti sulla testa dei passanti, pigia sul clacson come se non ci fosse che lui on the road, attacca i mortaretti alla coda di cani e gatti, rovescia le fioriere e i cassonetti e lancia urla dementi come i sacchi pieni di immondizie contro il ronzio secolare dei campi, dei monti, del mare. Dovunque egli passi rimane una scia di clamore ebete e sguaiato. Quella, per i giornali, per le tivù, i canali web, le radio, è la norma delle cose; il silenzio che scende sulle città dopo o durante una nevicata è surreale, ossia sopra ogni concetto di realtà. Penso al Bucci, a un suo concetto in parte ironico e in parte molto serio, nel quale diceva che i silenzi reali sono infiniti. E seducenti. Quello delle platee è grasso, quello delle scuole è sedizioso, in un biblioteca invece è brulicante; il silenzio delle chiese poi è spaziale.

Più nervoso è il silenzio delle vette, lunatico quello del mare. La frigida neve dà un silenzio caldo, mentre dal barbiere c’è un silenzio ansioso, perché egli ti rade prima con i pensieri. E, nella sua bottega, tutti preferiscono le chiacchiere: sono necessarie. Il silenzio della domenica non ha nome, è cardiaco; quello di chi attende i cannoni è protervo, e l’uomo che legge non è in silenzio né da solo. Al contrario: ha tutti i sensi vigili, grazie agli apporti che gli vengono dai testi e dalle loro evocazioni. È cosa nota che non si vede con gli occhi, non si ode con gli orecchi, ma è lo spirito che lavora. In quei frangenti c’è un silenzio che è magnetico. Il silenzio è pieno di cose dette, e spesso le frasi sono il vuoto che ce lo fa amare.

Anche gli arabi han lasciato in Sicilia dei monumenti quanto mai insigni: era – ed è ancora – eloquenza taciturna. Perciò dopo una valanga, dopo gli ululati (naturali) del vento, nel cuore morbido e d’inchiostro della notte, quando sulle strade minori corrono scie di civette e di lumache, e accanto ad esse striscia l’acqua di una delle poche rogge a cui è concesso a fatica di portare una lingua d’acqua verso i fiumi il cui rumore è ovattato nelle anse e ribolle nelle piene o tra i sassi, non vi è un silenzio surreale, ma l’unico silenzio possibile: la musica solenne ed incantevole nella quale siamo nati. Surreali, ovvero oltre il reale, fuori di ciò che esso rappresenta, cari evangelisti dei motori, dei rombi, delle frizioni, degli stridii ferrigni e dei tonfi, delle sirene e dei barriti artificiali, sarete voi.