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«Non d'Ingegno ma d'Insanità Sconfitta»

Scritto da Riccardo De Rosa.

Italiani! Ah, la parafrasi. Ma quant’è preoccupante, oggi?

Italiani? Ecco, il punto interrogativo è meglio, più adeguato. Gli italiani che non sanno metterlo, quelli per cui il dubbio e la domanda sono esercizi inutili e pesanti, sono un pericolo. A cominciare dagli anni nei quali ci si forma una coscienza individuale: quelli della scuola. È stata appena introdotta la possibilità di portare il cellulare a scuola, e tenerlo acceso. Non solo per le emergenze, no. Per consultarlo? I ragazzi già lo facevano, in barba ai docenti, ma si è voluta ufficializzare una decisione che ha visto tutta l’Europa andare in direzione contraria. Ma come, siamo tanto europeisti, ci sdraiamo a tappeto ad ogni richiesta – insensata – degli eurocrati, e poi proprio su un tema delicato, uno dei più importanti come la formazione culturale e umana che si riceve a scuola, o si presume si debba ricevere, andiamo nella direzione opposta?
Fosse quella giusta, la decisione avrebbe un senso. Invece le motivazioni parlano da sé. Da vero Sensei della semantica, il club degli inetti col potere di legiferare ha trovato l’escamotage e lo ha chiamato alfabetizzazione digitale. Hai capito? La scuola, che dovrebbe insegnare ad essere liberi da quegli apparecchi che causano dipendenza, si mette di traverso. «Oh, pallida speme,» per citare un vate, «non d’ingegno ma d’insanità sconfitta», la lungimiranza è ciò che più ci difetta. Se già un tempo non si brillava per la visione a distanza ora siamo alla canna del gas, un gas che dati gli aumenti di cui nessuno s’è lamentato (troppo indignati eran tutti nel gridare contro gli zero virgola dei sacchetti della frutta) pare, com’è tipico nostro, un problema serio ma non grave.

L’alfabetizzazione, invece, lo è. Prima di tutto perché alfabetizzato non lo è il Ministro a cui spuntano queste geniali idee, e andrebbe rispedito a scuola, quella vera, non quella della politica; la scuola dove non si prende solo una laurea ma la si merita, e si compie un percorso formativo che dà gli input umani e professionali per affrontare con un certo buonsenso la vita e il mondo del lavoro. Non va di moda? E non basterebbe questo per far sì che tutti – o almeno la parte di popolo che lo conserva, quel buonsenso – si dessero da fare per cambiare le cose? Macché: invertiamo la rotta, dicono dall’alto, per bocca del Ministro senza qualifiche né attitudine. Invertiamola e andiamo a gettarci nelle braccia di chi, dei nostri figli, vuole la dipendenza; di chi studia, e qua purtroppo con profitto, il modo più goloso e facile per fare soldi a spese della consapevolezza altrui. E allora diamo ai ragazzi uno strumento da «usare con attenzione» per formarli anche lì, senza tener conto che i ragazzi sono fin troppo formati sotto quell’aspetto, e a fare pessime figure saranno solo i docenti.
Costoro, è vero, potranno impratichirsi a loro volta, e formarsi per essere al passo, ma cui prodest il tutto? A chi giova davvero? Alla fabbrica delle dipendenze, nulla più. Chi vuole informare i giovani, li mette in guardia dalle trappole della tecnologia, gli dice «attenti» senza moniti ma con parole di misura, ed esempi pratici. Gli mostra la follia di un uomo che privato del cellulare sente di metter fine alla sua vita, perché «se mi togli il cellulare per me è finita», e non è il delirio di un nerd, ma la candida frase di una adolescente.

Il cellulare è ormai una parte del corpo della quale non si può fare a meno, ha un ruolo diseducativo tale che un ragazzo, oggi, soffre meno per la mancanza di un fidanzato, di un parente, di una figura cara. È un’immagine concreta, per niente fantasiosa: la si vuole introdurre anche tra i banchi di scuola. Sono felici i diretti interessati? No, almeno così dichiarano. In realtà lo sono eccome: si potranno alienare con ulteriore facilità, prigionieri di un mondo di emoji e codici che – un giorno – saranno il linguaggio dei temi e dei compiti in classe, perché questa è la direzione imboccata. E sì, priva di una visuale a lungo termine. E la scuola è l’emblema, il posto dove verranno forgiate le menti del futuro. Chi desidera ciò, e vi lavora per renderlo reale, è un nemico della libertà di espressione e della cultura. Non solo quindi la lacuna, già di per sé gravissima, del nepotismo, dei canali privilegiati grazie ai quali gli incapaci arrivano dritti nelle stanze dei bottoni, e lì contaminano le procedure e rompono gli equilibri con la loro dabbenaggine, ma anche il dolo voluto, il golpe intellettuale contro le prossime generazioni. Ai miei tempi, che non sono poi così lontani, ci sarebbe stata una grande sollevazione.

Scioperi, sit-in, riunioni, consigli di classe e d’istituto, e un lungo dibattito, a volte utile a volte no, si sarebbe aperto.
Adesso no. Adesso la notizia viene data dalla tivù e commentata sui social, che sono lo strumento perfetto per annullare ogni accenno di dissenso. Hai la tua pagina su cui protestare: che vuoi, ancora? Pòsta il pensiero, schiuma pure, raccogli millemila like, fatti gonfio della condivisione delle tue proposte, tanto noi, legislatori, ministri, gente che tu credi di aver eletto ma si è messa lì da sola, e farà ciò che vuole, e ti dirà che è criminale pensare ai suoi cattivi propositi, ti dirà che l’Italia è ripartita, sta ripartendo, il benessere non è mai stato così a portata di mano, pardon, di click. Poi ti dirà che finalmente «vediamo la luce in fondo al tunnel!» imboccato da quando, altri incapaci che hanno preceduto – e dunque aperto la strada agli attuali, ché son tutti una sola famiglia – c’han cacciati nella UE. Apperò, la UE. Doveva mica essere l’Eldorado? Ah no, quella è una frase populista e noi, populisti, non lo siamo. Noi siamo democratici, siamo signori di comprovato bon ton, dal linguaggio fine, convinti che lassù sudino e si arrovellino per il nostro bene.
Basterebbe ricordare che
la mancanza di servizi, e gli ospedali dove i pazienti schiattano in attesa di un esame o di un intervento, il fisco predatore, la giustizia immobile, le ecomafie e la ’ndrangheta del cemento, la monnezza e tutto ciò di cui si lamentano i nostri paisà, tutto, letteralmente, è merito di chi ci ha governati e vuole tornare a farlo. In piazza si scende solo per l’aperitivo, per discutere il nuovo Partito fondato da Pinco Pallino, amico di chi è stato (e vuole essere ancora) al comando, e che alle elezioni si butterà in una grande coalizione fatta apposta per turlupinare il popolo, ma siccome il popolo avrà creduto a quell’imbroglio da quattro soldi, collaudato e ripetuto ormai da decenni, si accomoderà dove si fanno le leggi, in Parlamento, in Senato, e potrà continuare la sua opera di distruzione dello stato sociale e della nazione intera, avviata dai predecessori. Che non mollano, e dalle loro televisioni, dai loro giornali, dalle loro radio e i canali web di cui sono padroni, dicono che sono l’unica soluzione possibile, e bisogna votarli di nuovo per evitare che altri gli impediscano di continuare a condurci per mano alla rovina. In piazza si andrà solo col biglietto pagato dai sindacati, che hanno bisogno di dar vita a un teatrino ogni tanto, in modo tale da rendere più credibile la recita.

In piazza si andrà per l’aperitivo, o per passare di fronte agli edifici vuoti di gente disillusa dal segnare un simbolo sulla scheda elettorale, perché quella è la più sperata vittoria dei partiti al governo: ognuno ha la propria cerchia di votanti sicuri, compresi quelli delle mafie con le quali ha intrallazzi da sempre, e chi non vota li rende felicissimi. Fingono di disperarsi, invero sono al settimo cielo: se il popolo lascia che si eleggano da soli, e mediante i loro accoliti, si sentono autorizzati a fare ogni angheria, a quel popolo. Che in piazza scende a manifestare contro la criminalità organizzata, e grida «la mafia è una montagna di merda!» senza rendersi conto che non andando a votare (contro chi, alla mafia, ha permesso di colonizzare tutto: uno Stato efficiente non sarebbe mai stato infettato da quel virus) dà alla mafia più forza, dà alla mafia il potere occulto e quello palese. La piazza, la sera, è deserta. Ci girano appena le auto, poche auto di chi non è davanti alla tivù, o su Twitter, la cui piazza è virtuale e non fa male a nessuno. In piazza si scende solo per la partita, a ringraziare i sindaci illuminati che fanno installare gli schermi giganti, davanti ai quali andare a farsi ancora una volta ipnotizzare.