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Dodici Piccoli Fogli

Scritto da Ornella Mariani.

Il calendario dell'anno andato è pronto per essere buttato via: vorrei farlo, ma qualcosa mi trattiene.

Come tutti gli anni quel mucchietto di fogli spiegazzato non è solo un pezzo di carta ma sembra non volere dismettere una sua vita. Ogni mese ha avuto le sue scadenze, le sue date da ricordare scritte a penna, con le abbreviazioni che non fanno italiano corretto ma semplice memoria: dentista, visite all'amica, pagare assicurazione, compleanno G., comperare biglietto treno, ricordarsi telefonare a M., ferie! Promemoria di tante cose avvenute, dimenticate; cose belle, cose brutte ma che insieme hanno formato un anno di esistenza (reciproca), e gli hanno dato una certa fisionomia. E ancora resisto, non mi decido a buttarlo. Come tutti gli anni avevo pensato di sbarazzarmene solo quando il nuovo calendario avrebbe iniziato a prendere vita, sostituendo quello vecchio. Ma si può davvero sostituire qualcosa? Forse accadrà a fine gennaio, a febbraio, a marzo, o perfino ad ottobre. Per non dire dei calendari artistici, con foto o disegni irripetibili, non fatti in serie. Da quelli non ti separi, perché sai che novantanove volte su cento ne troverai altri, diversi, ed il ricordo di quelli dismessi giocherà brutti scherzi. Sono oggetti artistici, è meglio conservarli assai oltre il discorso del tempo grezzo, da misurare.

Ma tant’è, ci sono anni che non vogliamo lasciare andare, e quel calendario ne è un simbolo. Questo mi fa ricordare a quanto noi esseri umani sta a cuore umanizzare gli oggetti, le immagini, le parole; diamo loro vita come fossero dei regali donatici. E in effetti la vita cosa è se non un qualcosa di prezioso che di volta in volta a noi piace dividere in giorni mesi anni, ma non è che un continuum? Restiamo aggrappati alle piccole cose, a quelle ci affidiamo, perché il futuro sembra sempre troppo vasto e aperto, come quando si scende su una pista da sci e si deve sciare fino all’arrivo, giù in basso, o addirittura saltare dal trampolino per darsi la spinta giusta. Ma ci sono anche altre situazioni che ci presentano le stesse peculiarità, e sono i compleanni; soprattutto, quando passiamo da una decade all’altra. In qualsiasi mese si presenti, il compleanno ci costringe a una piccola tabula rasa, proprio come succede a gennaio: la nostra età è cresciuta di un anno, come quando ci si misurava da piccoli col metro, appoggiati alla parete, e si facevano le tacche con la matita. 
C’è come un micro-collasso dell’anno precedente, e se si passa da una decade all’altra è pure peggio. Ci sembra di essere passati a un resettaggio forzato, avvenuto controvoglia; con dispiacere lasciamo andare le decadi precedenti. Se si hanno vent’anni l’infanzia spesso ci appare come un’età da lasciare in fretta, come una zavorra che ci impediva finalmente di volare via.

La maggiore età segna uno spartiacque a livello di responsabilità e pare di essere diventati grandi, finalmente entrati in quel mondo che da bambini spiavamo invidiosi e ansiosi, come se fosse l’Olimpo, e i genitori degli dèi, supremi sovrani onniscienti e onnipresenti. Quando si arriva ai trent’anni, i vent’anni improvvisamente appaiono come un’età dorata, da rimpiangere e ricordare. Se si hanno quarant’anni i trent’anni ci paiono volati via troppo velocemente, a cinquant’anni finalmente cominciamo a capire che i quaranta non sono più come i "quaranta anni di una volta", e ci sembra di avere ancora vent’anni buoni davanti. Quando s'arriva ai sessanta allora sì che si inizia ad avvertire un senso di pesantezza alle spalle. Quei sessanta trascorsi ci appaiono lunghissimi e al tempo stesso passati troppo, troppo rapidamente. Vorremmo afferrarli e fermarci lì e non passare oltre, ma è inutile: passare oltre è il nostro destino. E le cose non cambiano per le decadi seguenti. Oramai si è entrati in quella fase della vita dove, se si è saggi, è lecito continuare a sognare, cercare, amare, cambiare, crescere, magari godendo meglio ogni anno che passa. E attenzione: non che i precedenti siano stati buttati; no, solo che è più morbido il contatto, e a
nche i lutti ci mettono nella stessa condizione d’animo del capodanno. 

Così quando muore qualcuno d'importante nella nostra vita ci sembra sia passata una forbice ed abbia, all'improvviso, tagliato via il passato. C’è un prima e un dopo. Il prima rappresenta la nostra vita trascorsa assieme a quella persona e un dopo che ancora è tutto da scoprire. Ma c’è anche lì quel senso di disorientamento, di foglio intonso, come quando uno scrittore si mette a tavolino e vuole iniziare un romanzo. Sa che le prime righe sono le più difficili da scrivere, e che poi una volta composto il primo capitolo magari il resto si sciorinerà davanti a suoi occhi. Ma c’è la pesantezza del vuoto, di quel bianco ancora da scrivere. Come la nostra vita ancora da vivere ma senza quella persona. 
È come se ad un romanzo gli fosse stato tolto un protagonista principale. C’è da riscrivere tutto il resto, da rivedere le battute, eventualmente privilegiare i monologhi, darsi da fare per trovare altri interlocutori, sostituti. 

A pensarci bene l'esistenza è tutta, per intero, un susseguirsi di scadenze e crocevia, di date da ricordare, compleanni da festeggiare, capodanni da vivere in quello stato di sospensione come quando si mette al mondo un figlio e dopo il parto ci si chiede se andrà tutto bene e se il piccolo si attaccherà al seno saranno tutti contenti perché è meglio che usare il latte in polvere; come a gennaio si spera che l’anno appena nato ci consenta di portare a buon fine il frutto della nostra fatica passata, quella che avevamo prodigato nel realizzare un progetto, un sogno, nell’anno precedente (per chiunque si illude davvero che gli anni esistano come misurazione concreta) e che lo porti alla completa realizzazione. E così è un continuo rinascere, un rifiorire, e il calendario – che prima o poi butterò via – sta lì a ricordarmelo, a ricordarcelo. Ma è anche il subconscio che sembra dirci: non metterò una croce sull'anno che è passato: troppi giorni belli da ricordare. Forse è per questo che vedo tanti vecchi calendari ancora in giro, nelle case di amici e parenti, seppelliti in cassetti che rimarranno chiusi o addirittura a far capolino sotto quelli nuovi.

Photo by Till Westermayer (2009)