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Half-Sized Man

Scritto da Diego Balti.

Per molti, nell’era della tecnica, la filosofia è un fiore reciso.

Un’affermazione ai limiti dell’assurdo; forse, perché l’atteggiamento dei filosofi verso la tecnica va focalizzando il modo in cui questa è stata affrontata, ed ha influito sulla civiltà, nei diversi periodi storici. Dalla rassegnazione dell’antichità, alla speranza entusiastica del periodo del boom industriale, arrivando alla disperata dipendenza contemporanea. È però utile osservare come il filosofo antico fosse rassegnato all’assenza delle macchine, mentre quello attuale è costretto a rassegnarsi o ad arrendersi, spesso sgomento, alla loro presenza.
Del resto, la filosofia non si è mai occupata delle macchine in quanto realtà tecnica, bensì in quanto realtà sociale. Già Antifilo di Bisanzio decantava i vantaggi del mulino ad acqua: «Staccate, o mugnaie, le mani dalla mola, dormite a lungo, anche se il canto del gallo annuncia il giorno, poiché Demetra ha incaricato le ninfe del lavoro che compivano le vostre mani». Peccato che Demetra e le ninfe abbiano atteso una dozzina di secoli prima di spargere la loro benevolenza sui mortali, e che solo nel diciassettesimo secolo l’uso della forza idraulica abbia cominciato a diffondersi e ad assumere funzioni rilevanti nell’economia della fatica quotidiana.

Il sogno cartesiano di una macchina capace di liberare dal vincolo delle forze naturali, vittoriosa sui mali che affliggono l’umanità, ha animato l’area europea, e più tardi s’è scoperto non solo quella, per lungo tempo.
Ad oggi, pur con le dovute cautele – e l’eccezione del campo medico – si è formata una nuova autocoscienza, perché la macchina ha ingannato le speranze riposte in lei: benché fosse destinata ad alleviare le fatiche, al contrario non ha fatto altro che aggravarle. Invece di liberare l’uomo e svincolarlo dalla soggezione della natura, l’ha reso schiavo della propria creazione. In più, aumentando la potenza produttrice, la macchina origina la ricchezza, però nel contempo diffonde la miseria. E se qualcuno accusa i filosofi d’essere poco pratici, quest’ultima osservazione vale a smentire ogni diceria: la disoccupazione è una triste assicurazione di concretezza. Per non parlare del fatto che la tecnica meccanica disarma il bello, l’artistico, e a volte persino il genio, in favore del brutto, del seriale, di un pratico privo di gusto e di personalità.

La tecnocrazia non può comprendere ciò, e laddove lo intuisce non può comunque arrestare la propria corsa. È forte del suo slogan, delle indubbie facilitazioni che offre, e la macchina, pur avvicinando le distanze, agevolando gli scambi, e soprattutto alleviando il gravame fisico, sostituisce al “ritmo umano”, che è formato da una alternanza di sforzo e di distensione, l’uniformità del ciclo meccanico. Non a caso Robert Owen scrisse che la schiavitù bianca nelle manifatturiere era mille volte peggiore di quella vista e subita dai negri nelle case degli Stati Uniti o delle Indie, per quanto riguarda la salute, gli abiti e l’alimentazione.
Fourier definiva l’industrialismo come «la più recente e più atroce delle chimere scientifiche», un generatore di noia insopportabile; in effetti, più la virtù industriale soverchia quella umana, più si moltiplicano le condanne di pensatori etichettati ora come retrogradi conservatori, ora come romantici barbagianni.

Ma se la macchina e la civiltà industriale sono la causa di tutti i mali del presente, allora l’uomo è confinato da se stesso, è responsabile dell’abbassamento del gusto e del livello culturale; ha l’imperdonabile ruolo di chi si è asservito al potere effimero del guadagno e di ogni vita interiore. Vista da questa angolazione, la tecnologia non ha disatteso i propositi, accrescendo di giorno in giorno il benessere, fornendo ai popoli maggiori squarci di tempo libero, e dunque la possibilità di accedere alla cultura.
Il misfatto dell’elettronica ha oltretutto accelerato il procedimento, togliendo all’uomo il concetto di salvaguardia della soggettività, trasformandolo con la sua precisione, con la sua pulizia apparente e il suo automatismo quasi completo, da coautore a mero sorvegliante. Siamo spettatori della nostra parabola.

Certo non va dimenticato il passato, in cui le città medievali, centri amministrativi, religiosi, oasi di agiatezza in mezzo all’indigenza delle campagne, erano state prese d’assalto da chi aveva disertato queste ultime, da una massa d’individui che nei loro villaggi – di fatto – crepavano di fame. La migrazione permise così una rapida crescita industriale, e nel contempo determinò il livello di vita medio dell’operaio, che per quanto basso era più elevato di quello contadino.
Allo stato odierno questa spiegazione introduce in un circolo vizioso. Il che non è uno scandalo per lo spirito, anzi, è abbastanza normale la presenza di avvenimenti crudi nel corso della storia e della geometria spirituale. La domanda dei filosofi, quindi, trova la risposta sugli spazi: perché vi furono così poche macchine in Egitto, e perché l’epopea greca e romana non è stata accompagnata da uno sviluppo tecnico conseguente?

La stagnazione del mondo antico ha solide ragioni psicosociologiche, perché data dalla struttura stessa della società: aristocratica, e basata sulla schiavitù. Pierre-Maxime Schuhl ne era sicuro: «Se non si fece mai ricorso alle macchine fu perché non c’era bisogno di economizzare la manodopera, quando si avevano a disposizione abbondanti e poco costose macchine viventi. L’abbondanza della manodopera servile rende la macchina antieconomica».Il salto ai giorni nostri è assai breve e intuitivo. Il Terzo Millennio non può lavarsi dall’obbrobrio scintillante e utilissimo della tecnologia. Siamo manovali al suo servizio, strumenti degli strumenti, avatar, ingegni azzerati dal navigatore, dal digitale; ridotti, convinti del contrario, a impiegare lo spirito e la fantasia per produrre solo cose la cui bellezza è slegata dalla necessità.