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Woody Allen e l'Ingranaggio della Svolta

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Nella corsa contro il tempo ogni sosta è un respiro agognato, un graffio inciso nella gola, tra ferite mai sanate.

Non vi è dolore, fatica, o ingegno, che non valga per intero il prezzo del biglietto, specialmente quando è la bellezza il premio ambito e Woody Allen il più eccentrico garante. In un clima festivo appena dismesso, con la malinconia che quasi sempre assale tra una luminaria e un regalo da scartare, ho trovato allettante e sulle stesse mie corde l’idea di guardare La Ruota delle Meraviglie: ho atteso fino alla fine che questa facesse da perno, da punto di lancio in senso più o meno figurato: meccanismo a suo modo sontuoso e ipnotico; instabilità conclamata, da cui lasciarsi cadere. Del resto vi è un senso di precarietà costante, a dondolare sulla testa di ogni personaggio; sono labili gli intenti, le voglie, perfino la sanità mentale, sembrerebbe. Perciò non è difficile immaginare una fine drastica, poetica, e maledetta. Quella stessa ruota è simbolo di infanzia, di incanto, di luogo privilegiato, poiché vede tutto dall’alto e non per troppo tempo: gira e gira, come il fato caro agli dèi e troppe volte infausto, inclemente. 
La vita ritratta dal regista statunitense è sempre molto parlata, romanzata, attonita, grottesca, paradossale. È una vita sadica, e chi la vive spesso la prende con ironia, la sfoglia come fosse un libro: la vive per amore dell’amore stesso. Un amore che si nutre di caos e colpi di scena, e confina non di rado con un sentimento di disperazione e di resa che lacera finanche le carni. 

La ruota delle meraviglie, ruota di giostraio che dà il titolo al film, se ne sta sorniona e ridanciana, credibile e beffarda, in sottofondo. Davanti a lei e in primissimo piano, si svolge una vicenda a dir poco intrecciata: la bella Kate Winslet attrae ogni attenzione su di sé ed è cupa, sfatta. Lei ribolle di continuo, non ha mai pace coi suoi occhi allucinati, folli. Nessuno osa dirle che la vita è meravigliosa: quasi incute soggezione, il peso della mancata rassegnazione che porta sulle spalle; la rabbia cieca per ciò che non può vivere. È così evidente, la sua condizione: da lei, per lei, proprio tutto il male viene per nuocere. Nessun insegnamento, nessuna buona fede: solo una fame d’amore immensa, carnivora, che toglie lucidità e criterio, si impone e annienta. Vive con un uomo, la Ginny di Kate Winslet. Svolge meccanicamente le mansioni di una cameriera che vorrebbe essere altro, e altrove. L’amore di una vita è andato perduto per il capriccio di una notte: sembra che tutto le sfugga dalle mani, persino ciò che vorrebbe disperatamente. Lasciarsi trascinare dagli eventi, è un imperativo che ha imparato presto a declinare in ogni forma: come quando si possiede molto ma niente è mai abbastanza, poiché quel tutto non ha alcuna attinenza col dentro, con la sostanza e il desiderio: è a malapena guscio e lontananza, e non sa dare carezze.

La vita coniugale che Ginny subisce, più che accudire, le va talmente stretta che fugge di continuo, fosse anche col solo pensiero, ogni volta che può. Sono attenzioni grossolane, quelle che riceve, che colgono l’evidenza e già si stancano di quella: sono pigre, svogliate, non vogliono neppure tentare di andare bene a fondo. La misura non è mai giusta, anche perché incontra l’ostinazione di una donna che non sa più fingere di essere ciò che non è stata mai. E non è certo il fulcro di una trama stordente, questo. No, il caro Woody si è adagiato su una coltre sicura e accogliente, puntellata di scelte artistiche che non amano sfidare le leggi del rischio. Così sceglie attori buoni, espressioni curate, e li porta in scena usando un tocco che ormai si riconosce bene: è il suo, non lo si può confondere, e non delude mai davvero. Perciò non si può proprio biasimare la piega che prende il film, quando l’insofferente Ginny si invaghisce di un bagnino giovane e allettante, che arriva ad insinuarsi in lei in ogni modo immaginabile: lei ringiovanisce e lui, che risponde al nome di Mickey, scardina in pochi tratti ogni incertezza. Fabbrica suo malgrado dei progetti di fuga e ribellione, nella testa di quella donna più adulta di lui, e così stanca, tanto da trascurare il figlio, lasciarlo a certe sue manie rischiose, al suo grido d’aiuto senza parole: tutto prende fuoco dalle sue mani piccine, e pare tanto una metafora di quella vita che brucia, e continua ad ardere, fino a lasciare dietro di sé una distruzione cupa e una speranza tenue, sotto forma di piccoli tizzoni mossi da una fiammella incerta.

Ginny è cedevole e si sgretola, come tutto ciò che le gravita intorno. Lei e il suo Mickey, si amano con foga, si inseguono. Ma è un legame che presto si discioglie, il loro: agli occhi di lui, lei ha un fascino che scoppia, resta acerbo e non sa nulla della teoria di ciò che è fatto per resistere e crescere. Il rischio e la condanna sono di lei soltanto, che si lascerà consumare da un’illusione: perché è la fantasia di un amore a ferirla ulteriormente, mentre l’oggetto del suo desiderio le sfugge di continuo, bramando altre carezze: spunta d’un tratto la figlia del marito, che crea scompiglio e timori sempre nuovi ad ogni passo. Figlia incantevole e ribelle, tanto più piccola della bellezza che le è toccata in sorte: porta in giro quei suoi occhi languidi e linee aggraziate, conservate in abiti fruscianti. Ha l’aria perennemente assorta, trasognata e inerme; è fuggevole ed eterea. Sembra essere una figura in rilievo, ritagliata da un mondo che gozzoviglia di continuo, brontola e sbuffa, in perenne caos. Sottrarrà Mickey con mani vellutate, agli artigli di una donna che le risulterebbe madre, almeno per approssimazione; e lo farà senza volerlo, senza sapere le conseguenze e l’astio che muoverà nel cuore di quella figura che vede coriacea, ma che sbiadisce ogni giorno di più, in segreto. 

Ciascun personaggio si muove su un fondo che muta e si colora, e si eclissa dove serve. Adoro i dettagli: le strade piccole ed affollate raccontano mille storie, con la casualità e la confidenza di chi le vive da sempre. Gli alberi sono pennellate rapide, sfumate: fanno favola e storia, hanno radici lunghe e giorni indefiniti, stagioni impresse sulle foglie a ricciolo, oppure ben distese e dalle tinte vibranti. E poi i colori: ne vengono disseminati in gran quantità, nell’intera pellicola. A volte sono come un’aura appena accennata, opaca ed avvolgente. In altri casi sono sferzanti: devono restare impressi, segnare una svolta, una carezza, un atto violento ed imperdonabile. Spesso sottolineano uno stato d’animo, e la precisa natura di un’emozione, la sua intensità. Sono pigmenti liquidi, lampi e striature provenienti da fonti estranee ed esterne a una data scena: una stanza, un volto in primo piano e una smorfia di dolore e di repulsione, insieme. Parole frettolose, ossessive, depositarie di una gelosia morbosa, e del dolore di un amore che sfugge tra le dita, almeno quanto una già remota possibilità di redenzione. E in tutto questo, la luce di un neon di un rosso vibrante, cattura ogni mutamento: nel viso e nell’incedere di passi e situazioni. E il rosso continua, fino a che è ancora tutto in divenire: poi si spegne e le ombre scuriscono i tratti, proprio quando è un sentimento di impotenza, a prevalere.

Si arriva ad accogliere l’evidenza, per quanto amara sia. E si rimpiange un poco quel brio e quell’incanto che il titolo del film sembrava promettere: non è tutto oro quello che luccica, si direbbe. E non a torto. Le miserie umane, pure quando imbellettate e ridenti, unite alla desolazione del non potere dare amore, affiorano senza particolari effetti scenici. E la disillusione non viene certo edulcorata: ognuno passa in rassegna pure il più piccolo fallimento, senza sapere quale sarà il vero castigo: se darsi alla vita, oppure fingere di essere vivi. 
Proprio in questo punto si delinea l’essenziale: l’ingranaggio della svolta, dell’imprevisto, dell’itinerario da inventare. La felicità non si impara ma si insegue, si inventa, si arricchisce col bene della fantasia: energia rinnovabile, instancabile, che muta di continuo e non ha punti fermi: la ruota di Coney Island, sorniona e lenta, ne è prova lampante e squisita.