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L'Albero del Bene e del Male

Scritto da Gabriella Candeloro.

Dentro a un filo d’erba c’è un’intera biblioteca.

Sono cresciuta in un tempo verde. I boschi e le pinete non erano ancora povere macchie, pallido ricordo di una natura amica e necessaria. Lungo le strade crescevano rigogliosi platani, pioppi cipressini, siepi di biancospino e prugnolo.
Anche dove la terra era coltivata gli olmi e le querce davano ristoro ai contadini nelle ore più calde. Lungo le rogge i salix viminalis a consolidamento degli argini. Sono creature apparentemente silenziose e immobili che hanno conquistato con fatica, espedienti e strategie estremamente fantasiose, la superficie emersa del nostro pianeta. Hanno reso possibile la sopravvivenza umana all’alba del nostro tempo, e la conquista del mondo adattandosi tacitamente alle nostre esigenze di sostentamento. Pensando a cosa ne è stato dell’isola di Rapa Nui, mi chiedo se ci sia mai stato un tempo in cui gli uomini siano stati saggi, e riconoscenti verso quei generosi giganti.

La risposta è sì. Ma sicuramente non in questo tempo, dove il legame con la realtà che ci ha generati è sempre più flebile ed ostile. Chi cerca disperatamente un contatto alieno, potrebbe coronare il proprio sogno in una qualunque metropoli moderna, dove tutto ciò che è natura, infastidisce. Lungo le carrabili sempre più dense di fumi venefici si estirpano gli ultimi bronchioli, davanti ai palazzi ed ai parchetti asfittici, che fingono di essere verde pubblico. E l’unico verde di cui sappiamo occuparci è quello del tronchetto della felicità che ci siamo regalati quando abbiamo preso casa, hai visto mai funzioni. Gli alberi danno noia, nei giardini striminziti non hanno spazio per le radici, lungo i viali sporcano con il loro autunno ricorrente e si macchiano dell’onta di dare riparo a nugoli di volatili che non sanno più dove andare e osano sporcare le nostre auto parcheggiate sui marciapiedi. E nelle periferie, dove ancora si offriva qualche debole speranza, devono fare posto a nuovi quartieri di vecchi palazzinari. E i boschi, ultimo avamposto di resistenza, hanno il brutto vizio di incendiarsi per calamità o per distrazione.

L’albero del fastidi è sacrificato sull’altare del santo scappamento e degli altissimi signori del cemento. Ed ecco la nostra (fu) verde e rigogliosa penisola, ridotta a un cumulo di pietre e di fango. Stupriamo il territorio come fosse una meretrice, pensando di appianare tutto pagando i suoi papponi, che pure la derubano della grazia e della freschezza di un tempo.
L’hanno irretita, come nelle migliori tradizioni, promettendole benessere e lavoro, per poi tradirla mettendola su una strada, o meglio mettendo strade su di essa anche dove non servivano a nessuno.
E nessuno, come per un tacito e illecito accordo, se ne occupa.
Lo Stato appalta e subappalta, e chi sa di politica e di economia più di me potrebbe spiegare meglio. Io vedo squadre di improvvisati manutentori lavorare ad orari e temperature che non hanno nulla di consono all’asfaltatura o allo sfalcio, senza segnaletica di sicurezza, li vedo muoversi goffamente tra una buca e un miasma come in un supplizio senza fine.
Per loro novelli Sisifo, per chi deve raggiungere la propria Itaca sempre troppo lontana, e per le strade che tempo due giorni saranno di nuovo un colabrodo.

Anacronisticamente penso a quando si stava peggio, mi chiedo quanto ci abbiamo guadagnato in termini economici ma anche di dissesto, di emergenze, di vite umane. Non sono nemmeno ragioniera ma questi conti li so fare, e sono certa che in questo bilancio siamo in perdita. La bonifica, oggi, è un termine misterioso, che il più delle volte viene tirato fuori dal cilindro dei tranelli semantici per giustificare il presunto risanamento di un terreno che si è inquinato con ogni tipo di scorie. Si è perduto il valore degli angoli di salubre quiete, degli orizzonti tagliati dai canneti, salvo avere la pretesa di vederli in fotografia. E quando non ce ne saranno più davvero?

Sono cresciuta in un tempo verde, che ormai sembra remoto e fatto più che altro di fiabe. Fiabe che non vendono, cioè non rispettano il solo verbo oggi coniugabile con quel passato profetico tanto attuale attraverso le parole di Guccini:

Un vecchio e un bambino si preser per mano 
e andarono insieme incontro alla sera; 
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera...

L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’ intorno non c’era nessuno: 
solo il tetro contorno di torri di fumo...

I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva: 
con l’ anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati...

I vecchi subiscon le ingiurie degli anni, 
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero...

E il vecchio diceva, guardando lontano:
"Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori

e in questa pianura, fin dove si perde, 
crescevano gli alberi e tutto era verde, 
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’uomo e delle stagioni..."

Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,
e gli occhi guardavano cose mai viste 
e poi disse al vecchio con voce sognante:
"Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!".