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Storia dei Miei Fantasmi

Scritto da Federica Lombardozzi Mattei.

Senza emozione, è impossibile trasformare le tenebre in luce e l’apatia in movimento, diceva Jung.

L’esito (ben riuscito) di questa evoluzione sono i venticinque racconti che portano il titolo di Storia dei miei fantasmi, uscito lo scorso 12 dicembre per Caffèorchidea, attraverso i quali Francesco Borrasso ci sottopone a un continuo tumulto di sensazioni, colori, evocazioni, sentimenti. Avvalendosi di una scrittura che rasenta la poesia, l’autore sfida le tematiche ingombranti della perdita necessaria, degli abbandoni imposti, degli amori dai quali salvarsi, delle ossessioni, delle apparenze, dell’angoscia delle parole taciute, delle passioni, dei turbamenti e della morte  con una prosa suggestiva, quasi lirica. 
È un rincorrersi di evocazioni, stordimenti emotivi, solitudini, impossibilità che ben si cuciono addosso alla realtà in cui Francesco Borrasso vive, in quella zona di sogni marginali, spesso stroncati, che è Santa Maria Capua Vetere. Un luogo di ristrettezze e privazioni nonostante le quali Borrasso riesce a far emergere la sua “voce narrante”, le parole scritte che tanto ama e alle quali si offre con una dedizione e una disciplina instancabili. Storie narrate e vissute nella libreria di fiducia dove si rintana protetto dal calore del rapporto umano con le sue libraie, dove i libri non sono solo pagine scritte, ma assumono le sembianze di qualcosa di salvifico. 

Quanto ti concede e quanto ti toglie lavorare con le parole nel luogo in cui vivi? 
«Mi concede certamente di mettere su carta molte ossessioni, molte inquietudini e frustrazioni. Al contempo credo mi tolga tanto rendendomi quasi un alieno in questo luogo in cui chi sono, cosa faccio e come lo faccio non interessa a nessuno o a pochissime persone.» 

Nel titolo Storia dei miei fantasmi, quanto c’è davvero di tuo? 
«Sicuramente ogni cosa che scritta possiede elementi personali, non bisognerebbe mai credere alla favola di uno scrittore quando afferma che in un romanzo o in un racconto non ci sia nulla di autobiografico. Ma in questa raccolta di racconti, di quello che sono stato, e di quello che forse sono, c’è davvero molto. Nei rimandi agli affetti familiari, nel rapporto con la morte, nelle emozioni e nella ricerca sconsiderata ed imperterrita della bellezza.» 

Tenere a bada la spinta autobiografica a favore della struttura letteraria nel senso più ampio del significato, quanto è stato faticoso (se lo è stato)? 
«Direi che faticoso non lo è stato, il mio stile di scrittura va di pari passo con quello che sono; ogni parte di me, fisica ed emozionale, diventa parola e la naturalità di quello che metto sul foglio viene via proprio da questa spontaneità e dall’importanza che dono al termine “sincerità”. Uno scrittore deve dire sempre la verità, o almeno ciò che per lui è “verità.” È questo l’unico modo per non tradire il lettore.» 

L’angoscia per la perdita, i distacchi, gli abbandoni raccontati: qual è secondo te la svolta salvifica? 
«Parlare di svolta salvifica mi risulta difficile, credo che per ognuno di noi ci possa essere un tipo di salvezza differente. Il lutto, la perdita di qualcuno, è una galleria senza luci, dove ad orientarci è solo il nostro stato emozionale, e molto spesso un distacco affettivo, qualcuno che ti lascia andare via, e che sceglie di continuare il percorso di vita senza di te, è difficile da accettare. Per quanto possiamo crederci forti ed indipendenti, abbiamo bisogno, un bisogno fisico ed emotivo, di mettere le nostre mani sul corpo di un’altra persona, ne abbiamo bisogno per sentirci in equilibrio; e se quella persona con un movimento veloce decide di spostarsi, e di lasciarci soli, beh, può essere più difficile da accettare anche rispetto al lutto; perché quando una persona muore, sappiamo che c’è un’impossibilità, non possiamo rivederla, mai più, e con il tempo, ci assoggettiamo alla realtà; nell’altro caso, siamo consapevoli che quella persona che è andata via, senza di noi, è lì, da qualche parte, e bisogna lottare contro la voglia di poterla andare a vedere. Ma le parole, la lettura, e la scrittura, possono essere elementi parziali di salvezza.» 

Parliamo di amore, quello ancora acerbo, quello maturo ma impegnativo, quello così fragile da volerlo proteggere a tutti i costi. 
«Ho guardato i miei genitori amarsi incondizionatamente per venticinque anni, se non fosse stato per la morte, per quell’oggetto che ha preso spazio nella nostra vita, oggi sarebbero ancora qui, a volersi bene. Ho sempre creduto negli affetti, e nel potere che un’altra persona può avere su di te, sulla tua salvezza, sul tuo modo, buono o meno buono, di stare al mondo. Ho sempre ricercato la bellezza, quella che ti spezza il fiato durante un respiro, quella che ti porti nel sonno, quella che al mattino ti riempie gli occhi e il sorriso. Dell’amore ne so tanto e al contempo, troppo poco. Nella mia esperienza personale non sono mai stato bravo a trattenere gli affetti; e in quei rari casi, dove ho dato tutto, e anche di più, ho visto solo dopo, che stavo armeggiando, lottando, battagliando, contro mulini a vento. E essere un Don Chisciotte, rasenta sempre un piccolo grado di follia.» 

Mi ha molto colpito la poesia e la lucidità emotiva con cui hai affrontato il tema della morte. 
«La morte è entrata a far parte della mia vita una sera di dicembre, il telefono che squilla nel silenzio della casa, mio padre che risponde, mia madre che non è in casa: la notizia: mio nonno materno sta morendo, così, un vetro liscio e perfetto che si crepa improvvisamente, e nessuno era lì per poterti dare un avviso. Con il tempo, la materia del lutto, ha preso sempre più spazio dentro di me, e dopo la perdita, quella che ha segnato la mia vita, quella di mio padre… ecco, dopo quella perdita, ho sentito l’esigenza corporea di maneggiare quest’argomento, di usarlo, scandagliarlo, utilizzarlo sulle parole, i fogli, sulle frasi, tra le labbra.» 

Quali sono state le emozioni più difficili da mettere su carta? 
«Non credo che esistano emozioni difficili da mettere su carta, credo però che per scrivere di qualcosa che ti abbia colpito emozionalmente in maniera intensa, a volte addirittura eccessiva, ci sia bisogno di uno spazio temporale abbastanza lungo tra l’evento e la scrittura. Il modo giusto per raccontare di emozioni e di tutte le cose (fantasmi) che ti hanno sorpreso, scoperto, tolto o dato il sorriso quando non ci credevi più, sia una notevole lontananza dall’evento. È solo da lontano che possiamo avere la possibilità di una perfetta visuale.» 

Hai esordito nel 2016 col romanzo La bambina celeste di cui, tra l’altro, hai parlato lo scorso ottobre in occasione del Festival Letterario Indipendentemente
«La bambina celeste è stato un romanzo che mi ha dato grandi soddisfazioni, uscito con la casa editrice napoletana Ad est dell’equatore, per volere forte di Carlo Ziviello, sotto segnalazione di Loredana Giudice (ex collaboratrice della casa editrice); ci aspettavamo un buon riscontro di critica, e qualche difficoltà, poi, sul mercato; il tema non era dei più semplici. Ed invece mi sono ritrovato la casella di posta piena di messaggi, in cui le persone mi ringraziavo per aver parlato di un argomento che riguarda tutti: quello della perdita di un proprio caro.» 

A proposito dei corsi di scrittura… 
«Ho da poco iniziato, come docente, un corso di scrittura creativa; io vivo nel casertano e qui libri, lettura e cultura, sono tutti elementi zoppicanti. Senza avere grandi speranze, ho trovato una bella classe, di ragazzi attenti e vogliosi di imparare; con un’età che varia dai diciassette ai quarantadue anni. Naturalmente, lo dico sempre, non si può imparare a scrivere se non ci scorre la scrittura nel sangue, ma a volte capita che nonostante una vocazione alla narrazione, ci troviamo bloccati, foglio bianco; ecco, il compito del mio corso è insegnare ai ragazzi come sbloccare la voce, la paura, e come leggere in maniera diversa. È mia intenzione cercare di portare questo progetto anche fuori dalla mia provincia, vedremo.» 

Quali sono gli scrittori da cui trai maggiore ispirazione? 
«Bella domanda, iniziamo con il dire che la mia formazione di lettore e di scrittore, viene via da autori come Albert Camus, Don De Lillo, Cormac McCarthy; ho adorato alcuni libri di James Salter, ho consumato le pagine di Karl Ove Knausgard; degli autori classici prediligo Hemingway (soprattutto per i racconti), Fitzgerald, ho adorato “Il maestro e Margherita” di Bulgakov. Gli scrittori italiani dei quali vado a riprendere spesso le pagine sono Buzzati (Un amore e i racconti della “Boutique del mistero” sono meravigliosi), Gesualdo Bufalino, mi piace molto Michele Mari. Poi ho una passione per la psicologia, ho letto “Il libro rosso” di Jung, e mi tengo aggiornato. Adesso mi fermo, ma potrei andare avanti per ore.» 

A cosa stai lavorando? 
«Da poco ho terminato il mio nuovo romanzo, e la mia intenzione sarebbe quella di fare un passo in avanti, con una casa editrice che possa darmi un risalto maggiore, oggi in Italia stanno crescendo realtà editoriale indipendenti, ma molto valide; mi viene in mente NN Editore o Tunuè, per fare dei nomi. Forse mi servirebbe un agente, o forse solo qualcuno che credesse nel progetto del mio nuovo lavoro, vedremo cosa succede. »