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L'Ululato dei Meteocantropi

Scritto da Fabio Rambaldi.

Ieri i ciliegi fioriti a dicembre, oggi un iceberg nel Po.

Il drammatico allarmismo dei siccitologi estivi fa il paio con gli ululati dei “meteocantropi” che in inverno lanciano bollini rossi come pietre contro il video della tivù o lo schermo di un pc. Ciò che più li distingue è un uso massiccio di termini roboanti, parafasi belliche a pioggia, per essere a tema. Per fare una breve panoramica, prendo a caso qua e là, dai vari canali: «Feroce affondo dell’aria artica» (ah però, e che ti aspettavi, a Natale: la bolla sahariana?), «gelo record» (-12 in cima allo Stelvio mi pare un record, sì, ma di mitezza), e ancora «paesaggi rarefatti» (con foto che inquadra la piana del Lena, in Siberia, spacciata per il centro di Forlì), «viabilità in ginocchio» (e, subito dopo, la periferia di Lodi alle 4 del mattino, quando non girano nemmeno i gatti), «l’ondata glaciale è piombata sulla Penisola, massime da brividi!» (poi vai a fare una verifica e vedi che solo a fine anni ’80, i valori di oggi li avevi due mesi prima), «ogni 10° in meno c’è il sei per cento di infarti in più» (ma non era il caldo che uccide con le vampe, l’afa, e l’aria che manca?) quindi, per chi difetta in fantasia, c’è l’evergreen «che freddo che fa».
L’ultima in sequenza l’ho letta mentre scrivevo: «Traffico paralizzato, auto ferme da nord a sud, a Bologna toccati i -2° e nella notte di domani si andrà di nuovo sottozero. Il freddo è senza pietà». Hai capito? Dal Polo, quel Polo ormai quasi del tutto sciolto a causa nostra, sembra incombere la minaccia di una glaciazione. I punti esclamativi si sprecano, i toni enfatici colonizzano i titoli d’apertura perfino dei tiggì. È la vittoria della fifa illogica, del deboscio disagiato.

Il gelo fa danni, l’estate fa danni: siamo una generazione di impediti, e mica dal tempo! Capaci solo di gridare, colmi di paura e incapaci di fare fronte al minimo rovescio. Piove? Aiuto, tutti in colonna. C’è la nebbia? No, e mo’ ci vorrà un’ora per arrivare al lavoro: sai cosa vuol dire far due chilometri nella nebbia? Fila, fila e altra fila. Due chilometri a piedi no, vero? A piedi si va a 4 km orari, 6 per chi ha un bel passo, dunque sarebbe soltanto una rapida – e salutare – sgambata di venti, trenta minuti. E con una borsa o uno zaino in spalla bruceresti anche tutte le calorie che ingerisci con i biscotti a base di metalli di cui ti ingozzi al risveglio, invece di andare in una palestra a sperare di sudare ciò che riprendi con un bel panozzo o una Fiesta. Che ci stanno pure loro, sia fatta la volontà della farina e del trash food, ma poi non ci si lagni dei rotoli che spuntano sui fianchi, e di quanto costa fare un paio d’ore in palestra. Inoltre, per tornare alle correnti gelide: l’aria artica gironzola tutto l’anno, e d’inverno ha pieno diritto di venire a farci visita.

Ho una prozia che ride amaro quando sente certe cose, e mi mostra le foto della sua gioventù: geloni alti come gambe a pendere dai tetti, cumuli di neve soffice, bianca, buona, a cui molti di loro davano un morso, e non era radioattiva.
Nessuno allora si lamentava del gelo. Avevano la cultura che oggi ci manca: non quella dei grafici, che comunque fanno la loro parte, e illustrano senza mezze misure la gravità della situazione, ma la cultura della cura che preserva, che tutela, anche per bisogno, il mondo circostante, l’habitat. E non vi erano cieli venati di rosso senza bisogno di Photoshop a fare il tour della rete come incanti del tramonto, ché di incantevole nel rosso dato dal particolato non c’è niente.

Il freddo non contiene tossine. Anzi, ci vuole. La natura ne ha bisogno, o ci si trova appunto con i ciliegi fioriti a Natale, le querce e i faggi sui viali che paiono dei sempreverdi, con le foglie verde scuro, ostinate sui rami. Ne abbiamo bisogno noi, e più di quanto sembri. Il malanno della società, però, è proprio quello dei desideri: c’è chi sogna il sole e il caldo tutto l’anno perché gli spot gli fanno vedere i vip qui o là svaccati su una rena, col telefono in mano e il muso felice, il sorriso ebete di chi ti sta vendendo la sua dignità e il suo benessere per un pugno di euro e di illusioni.

La maggior parte dei programmi delle mafie di governo non prevede alcun freno ai consumi, ossia a ciò che danneggia il clima ed è la prima causa delle sue follie. Meno che mai, la mafia dei governi e dello show business, discute la psicologia che dà forza a quei processi perversi e masochisti. Molti Paesi non sono pronti né a firmare le carte necessarie a frenare lo sbando, né a dare rilievo al fatto, però sono tra quelli che «urge un tavolo di confronto» al quale sedersi e fare una bella mangiata, nella speranza che siano gli altri a provvedere. Noi, nel mentre, ci si fa un cenone a spese degli altri, magari in un luogo ameno e militarizzato a dovere per il nostro arrivo. La tivù e il web, gli organi di controllo e di contagio delle masse fanno il lavoro che serve a un tale progetto: toni enfatici, da Bibbia, da Odissea, da fantasy in odor di realtà che l’homo post-sapiens ha da vivere e da temere, con più fatturato per tutti. Due, tre, sei vestiti: sotto gente che giubbotti ce n’è per tutti, e sciarpe, lane, cappelli, e se in estate fa caldo che male c’è? Un bel condizionatore et voilà. Prezzi modici, siamo qui per servirvi. E una volta esauriti i desideri del giorno prima, don’t worry, ne avremo in cambio tanti altri.

La storia del resto fa capire come ogni utopia serve a dare fiato a nuove violenze, il cui effetto è meno palese sul breve termine, ma a conti fatti alza la temperatura della Terra di sei gradi – no, non di 1,2 come dicono – in un secolo. Ma per i meteocantropi il guaio è la neve, la brina, il gelo che frena il traffico, la coda di auto che non può snodarsi nelle vie, sulle statali, dove ogni giorno si celebra la santa messa del fanatismo.