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Tugnìn Villa e l'Utopia che ci fa Immortali

Scritto da Loris Manelli.

Uno dei sogni impossibili dell’uomo è l’eternità.

Ne va matto, il genere umano: la studia, la anela, ne è preoccupato e illuso da quando ha smesso di adorare il sole o gli eventi straordinari che gli permettono di vivere e stupirsi ed è passato a un culto meno concreto, che gli fa adorare idoli o forme e entità misteriose, soprannaturali. Gli dèi, per capirci. E non sto utilizzando il verbo capire a caso. Già Epicuro, rappresentante di un popolo che ha dato vigore e sostanza al mondo antico, e adorava capire, diceva che «se dio vuole togliere il male dal mondo ma non può è impotente; se può toglierlo ma non vuole, è crudele. Poiché nessuno di questi due attributi può essere di dio resta solo da pensare che dio non si occupi del mondo». È comoda la fede in qualche dio, ti dice «credici perché è così, è un disegno più grande di te, di noi, e le nostre menti non ci possono arrivare». Bella roba. Tu mi credi senza avere le prove e io dispongo di te come mi garba. Proprio la negazione del verbo capire, cioè l’esercizio che ci ha portati, dopo migliaia di anni, ad avere il fuoco, la ruota, la casa, una lingua, una serie di nozioni pratiche e culturali, per non dire la somma di cervello e sensi. Infatti, l’immortalità è una chimera non solo per chi la cerca dalla notte dei tempi con lo spirito, ma anche per la scienza, che può farci durare per cento e più anni con l’igiene, vecchi e imbottiti di farmaci, ma mai farci sopravvivere alla nostra natura. Perché l’unico dio è lei. Siamo però capaci di crearlo un dio, e mediante il talento di chi sa capire – una volta di più, verbo essenziale – la natura, sia essa umana che terrena, animale, della flora, dei frutti, delle cose. Quello che i pratici chiamano arte.

L’arte è il punto di contatto tra gli uomini e il divino come aggettivo, il divino che indica il sublime, il piacevole e porta all’estasi. Si guardi un quadro di un pittore discreto, che ha vissuto una vita intera in provincia, in quella provincia che Prisco in un celebre libro chiama addormentata, ma in realtà bollente di passioni. Si guardi una delle opere lasciate da Antonio Villa, detto Tugnìn dal fu Gianni Brera, compaesano per nascita e per valori. Per gusti. Anche narrativi, sì. Dove il Brera scriveva storie, il Villa era in grado di fare altrettanto coi pennelli, con la sua tavola di pittore e una tela, un muro, un tòcco di legno. Non si trova molto sul web, anzi, non si trova niente affatto, di lui, in rete. Anche la rete, con la sua ostinazione ad essere vetrina, non sa penetrare certe realtà che hanno fatto della disparte la loro cifra espressiva. E di cose umili il Villa ne sapeva, che dipinse di terre e campi, di oggetti per lavorarli e poi fossi, fiori, pontili, e le donne in veglie calde e amorose, gli aratri del contado e i mulini che davano il pane, e nature morte più vive che mai: garofani, mele e grappoli di uva, il suo frutto preferito anche al palato.

Era nato nel 1883, il Villa, e al tempo c’era chi osservava i bimbi e ne sapeva intuire i talenti. Oggi ci vuole di più, perché siamo travolti di roba, e con gli strumenti già fatti e finiti è più arduo vedere oltre, intuire cosa un piccolo sa fare. La tecnologia ci ha incretiniti e ogni giorno l’arte è più povera, il suo vuoto cresce come la disoccupazione. Allora no. Vi era pure chi sapeva accogliere in casa propria un bimbo curioso, figlio di altri, mandato da un maestro di paese a imparare il mestiere, ed è il caso di Pacifico Buzio, pittore che diede modo al Villa di fare i suoi studi alla scuola di Pittura sotto la guida di Carlo Sara, Pietro Michis e di Giorgio Kienerk. Già nel 1901, a soli 18 anni, l’adolescente vinceva la medaglia d’argento messa in palio al premio Cairoli, e l’anno dopo il premio Lauzi sul tema La politica del popolo. La messe di allori continua nel 1904 col premio Frank, nel 1906, fino ad arrivare al diploma d’onore del 1909 con l’opera Morbidezze.

Ma non era tipo da griffe, il Villa. Se ne andò a fare il servizio militare a Foggia e finì, caso vuole, nel deposito dei colori e si trovò a fare ritratti e disegni per gli amici di naja e gli aviatori americani. Quindi tornò nella piana del Po e riprese la quieta attività, ogni tanto rotta da un incarico di buon prestigio; sue sono le allegorie sulle pareti della scala della Camera di Commercio di Pavia, la Regina Martyrum, e la Trinità con la vergine e due gruppi di santi, nella chiesetta di san Teodoro; illustra la raccolta di novelle Zio Don Attilio con fine coerenza al testo; è assistente di Kienerk alla scuola di Pittura dal ’21 al ’24; affresca vari oratori e sedi locali tra il borgo natio e Genzone, Cura, Spessa Po; lascia bozzetti in creta e schizzi di grande pregio, tutti intrisi di una rara capacità di cogliere fatti e affetti della vita spicciola.
La maestà della sua arte non si rivela che dal registro usato, il quale è alla portata degli occhi di molti ma al tempo stesso di pochi, perché il suo tratto non ha caratteri di rigore, non è un trionfo della tecnica come nel Canaletto, né rivela il tumulto interiore di un Fattori o di un Gola. No, la sua cifra è minuta, è silenziosa, va vista ma anche ascoltata: è lontana dal rumore, dal caos, dalla ricerca del colpo di teatro che fa grande l’uomo: aveva capito – il solito verbo chiave – fin da bambino, nella bottega del Buzio, in cui fruiva di un piatto di minestra e scopava lo studio e lavava i pennelli, che ogni Leonardo ha il suo Verrocchio a tirar di gavetta, e si ingegna a formare l’uomo prima, e solo più tardi l’artista. Quello, se c’è, viene fuori, e vien fuori meglio se costretto a osservare le cose dalla parte più umile.

Il più famoso dei “nostri”, mentre i fauves e i Monet davano gloria alla Francia, dedicava le sue tele al deretano dei cavalli e dei carabinieri che vi montavano sopra; e non era un rizoma populista ma pura poesia, e per capirla non serviva essere nati in un paese pieno di pulci, ignorante fino alla mortificazione, né in una reggia o in una casa nobile di Parigi. Serviva, e ci vuole tuttora, la capacità di vedere oltre, tra i segni e le luci, tra le ombre plastiche e i contrasti di una dolcezza di cui quasi si sente il sapore, negli occhi vivi dei ritratti, dove la matita del Tugnìn Villa ha inciso solchi sulla carta porosa dei beccai, e il talento ha dato onore e grazia ad ambienti umili, ultimi, senza sfiorire nelle chiese buie o sulle pareti di un salotto privato. Al contrario, agli occhi di chi ha quella capacità, parla della sola, vera eternità, che fa sopravvivere gli uomini al di là della carne. 

1. Natura morta (1942), olio su tavola cm. 36 x 49
2. Ritratto dell’avv. Cantone (1930), olio su tela cm. 42 x 33