Stampa
PDF

La Bubbologia di Stato

Scritto da Alice Bottoni/Riccardo Gui.

Fake news: non sono delle celebrità, nonostante tutti ne parlino.

Non sono nemmeno un termine di tendenza e temporaneo, sebbene in molti lo usino, e ne abusino, in quanto tale. Come una canzoncina estiva tra amori, eserciti del selfie, despacitos e trattori in tangenziale, si insinuano nella nostra mente a colpi martellanti e continuati; ci svegliamo sudati e con il batticuore, dopo avere avuto un incubo in cui le fake news ci inseguivano persino sotto le coperte e nelle nostre case, solo in apparenza sicure. Le fake news, all’inglese, chiamate volgarmente bufale, più schiettamente notizie false costituiscono un problema che ha intaccato come un virus il sistema dell’informazione, per poi espandersi a causa di un cattivo uso – volontariamente o meno – dei social network; o forse sono proprio i social network ad essere stati i primi portatori del virus e gli altri media a esserne stati infettati.
Arenarsi su quale sia l’origine delle fake news ci porterebbe a una questione come quella dell’uovo e della gallina: eterna, senza soluzione. Ciò su cui è importante riflettere, adesso, è il cuore del problema, e cioè non solo che le notizie false prolificano con facilità e sono sempre più numerose, ma soprattutto che vengono diffuse persino dalle fonti autorevoli e dai siti ufficiali di notizie, e che i lettori le apprezzano molto più di quelle autentiche.
Un’analisi di BuzzFeed News ha evidenziato come, negli ultimi tre mesi di campagna per le elezioni presidenziali USA, le migliori bufale – in termini di fantasia e di appeal – diffuse su Facebook avevano generato molto più engagement di quelle vere proposte dai maggiori organi di stampa come New York Times, Washington Post, NBC News. Su Facebook, le top 20 fake news sulle elezioni, provenienti da siti falsi e blog di parte, hanno generato 8.711.000 condivisioni, reazioni e commenti; nello stesso periodo, le 20 notizie verificate che hanno ottenuto più successo, provenienti dai 19 maggiori siti web di notizie, ne hanno generati 7.367.000. In occasione di una lezione universitaria, la giornalista Barbara Sgarzi diede un avvertimento: «Tutto ciò che sembra troppo bello per essere vero, e quindi notiziabile, ha bisogno di un altro check». Perciò, se ci capita tra le mani lo scoop della vita, probabilmente è una frottola, a meno che non sia l’esito di una nostra lunga e faticosa ricerca.

Insomma, le fake sono più succulente, e portano più introiti. Non a caso le testate giornalistiche stesse hanno ceduto ai
clickbait, dall’inglese bait, “esca”, ovvero quei contenuti che attirano click – dal gossip sulla famiglia reale inglese, alla coscia (troppo casualmente) mostrata dalla showgirl di turno, per finire con una lista della spesa sulle ultime tendenze complottiste – aumentando gli accessi al sito, così, di conseguenza, le rendite pubblicitarie. Questo non significa che le notizie false vengano sempre diffuse a livello intenzionale, infatti può capitare che una testata cada nell’inganno di una bufala spacciandola ingenuamente per vera; ma questi sono casi più rari. Per nulla rari sono i casi in cui la bufala viene usata in un modo basso, così basso che viene istituzionalizzata. È di questi giorni infatti la diatriba sollevata proprio dal New York Times circa la quantità di bufale a spasso per i media italiani; ebbene, c’è da fare un distinguo a cui nessuno pensa, e per precise ragioni.
La prima: chi ha dato fiato a quel tipo di ricerca e perché la ricerca va tutta contro l’opposizione? Non sto a dare risposte ovvie, che ogni uomo dotato di un encefalo attivo può dedurre. Per gli increduli basta una breve ricerca (su siti no fake, com’è logico); per coloro che non credono per cecità o per partito preso, il rimedio non sta nel web ma nell’analisi, e di tipo psichiatrico. Questo perché le fake news sono al potere: il governo, o quella tragicomica entità che si spaccia per tale, in Italia, nutre i suoi elettori di bufale. Una galleria di esempi non può prescindere da:
nove miliardi contro il dissesto!, poi 700 milioni solo alle grandi città; un Jobs Act da 100 miliardi!, invece la riforma copre 1,5 miliardi di indennità di disoccupazione; il roboante e sempre vivo Ponte sullo Stretto, puro gingillo di destre e finte sinistre; entro sei mesi sarà tutto a posto!, ma i terremotati languono e da anni; sbloccati 80 miliardi di debiti verso la pubblica amministrazione!, mai visti; il nostro dato del deficit è tra i migliori al mondo!, peccato che si sia al posto 104 su 188 paesi in esame; se vado io al governo abolisco il finanziamento ai partiti!, falso; senza senato e province ci sarà un risparmio di un miliardo!, però senato e province non sono mai spariti; go big or go home! (ossia se perdo vado a casa), poi perde ma non se ne va; e via con le fake sulle banche, sulla scuola, sul Pil, sul lavoro. Menzogne di tutti i colori. Le strategie di governo – e ho citato solo l’ultimo, che ne ha prodotte una serie degna di un raìs che pratica la distorsione di prammatica – hanno la bufala in circolo, e con quella nutrono i cittadini. La spingono nelle case con ogni mezzo, con le frequenze di cui sono proprietari o che hanno lottizzato, e il cittadino, preso in quel fuoco incrociato si perde, o cede alla rassegnazione. C’è chi finisce per crederci e chi per un senso civico di fiducia non mette in dubbio le frottole di mamma Rai, di Mediaset, dei giornali, dei bufalifici a spasso per il territorio. E quel tipo di notizie false, o distorte, ha un peso specifico anche più grave di quello delle semplici fole, poiché le seconde sono sì contagiose ma più facilmente smascherabili. 

Per combattere la malapianta sono allo studio software che aiuterebbero a controllare quali news sono vere e quali meno affidabili; al tempo stesso Google e Facebook si vanno attivando in seno ai loro spazi virtuali con fact check, o analisi con intelligenza artificiale, ma davvero è cosa buona & furba dare in mano a certi colossi la bilancia della verità? È difficile capire di chi fidarsi, ma è forse più folle ancora farlo di chi fa soldi a palate sulla proliferazione del like o del click. Lo strumento di lotta alle fake rimane, come sempre, la verifica dei fatti: per quanto il mondo corra verso la realtà virtuale, ne resta pur una concreta contro la quale è meglio non andare con gli occhi bendati.




Sources:
1. Barbara Sgarzi è una giornalista, blogger, scrittrice, docente ed esperta di comunicazione. È membro dell’Online News Association e collabora con vari siti e periodici. Ha pubblicato con Apogeo il libro Social Media Journalism: strategie e strumenti per creatori di contenuti e news. Alcune delle informazioni contenute in questo articolo si ispirano ai suoi interventi durante il corso “I suoni ed il rumore nell’era dei big data” tenuto da Paolo Costa all’Università degli Studi di Pavia. 
2. Craig Silverman, “This Analysis Shows How Viral Fake Election News Stories Outperformed Real News On Facebook”,BuzzFeed, 16 novembre2016,
https://www.buzzfeed.com/craigsilverman/viral-fake-election-news-outperformed-real-news-on-facebook?utm_term=.tn2jxXW2b#.acMGBadZX 
3. Robert Booth, “Journalists to use ‘immune system’ software against fake news”, TheGuardian, 08 agosto2017,
https://www.theguardian.com/technology/2017/aug/08/fake-news-full-fact-software-immune-system-journalism-soros-omidyar
4. Andrea Biondi, “Da Google «Fact Check», etichetta contro le bufale online”, IlSole24Ore, 07 aprile 2017,
http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2017-04-07/da-google-fact-check-etichetta-contro-bufale-online--101538.shtml?uuid=AEqYEJ1&refresh_ce=1
5. ANSA, “Facebook rafforza la lotta alle fake news”, ANSA, 09 agosto 2017,
http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2017/08/04/fb-rafforza-la-lotta-alle-fake-news_2afa307d-81f2-4e6b-8073-624092a84e4f.htmlANSA, “Fake news su siti fact-checking, Google le rimuove”
6. ANSA, 18 ottobre 2017,
http://www.ansa.it/sito/notizie/tecnologia/internet_social/2017/10/18/fake-news-su-siti-fact-checking_364dc7e0-a362-417d-9075-911a3ce61711.html