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50 Sfumature di Turpiloquio

Scritto da Mauro Ricci/Marina Roveda.

La querelle sul linguaggio proprio non conosce posa.

Comincia sui banchi di scuola e si trascina fino a quelli del Parlamento. In mezzo ci sono la piazza, gli scioperi, il sit-in, il fervorino da bar oppure il V-Day, definiti dagli ipocriti spettacoli populisti e di volgare turpiloquio. Ma se analizziamo il vocabolo in sé, notiamo come esso significhi eloquio turpe, cioè un modo crudele, abietto, cattivo di parlare. In esso dunque è compresa anche la menzogna per turlupinare i cittadini attraverso interi discorsi: un’abitudine a noi congenita dal tempo dei padri costituenti.
Nel ricordo di Biagi, Ferruccio Parri era canuto, stanco, sconsolato, e sorrideva con malinconia. Aveva guidato l’Italia per sei mesi e l’avevano condannato ai processi forzati, accusandolo di tradimento della Resistenza. 
Invece, sotto il nome di Maurizio, aveva coordinato il Comitato di Liberazione. E al primo comizio in Lombardia venne accolto al grido di «evviva i galantuomini». Da Presidente del Consiglio mangiava alla mensa degli impiegati, riposava in una branda accanto al suo studio.  
I burocrati infidi ridevano di quel professore piemontese dall’aria mite, a cui non era bastato vivere pulitamente. Per gli avversari avrebbe dovuto morire.

Guglielmo Giannini, nelle pagine de
L’Uomo Qualunque, lo chiamava Fessuccio, ciononostante combattevano la stessa battaglia contro i professionisti della politica. «Sono loro» scriveva, «che per mania oppure per orgoglio hanno condotto il mondo al macello. Così anche mio figlio è morto. E questo non deve più accadere».
Nel 1946 aveva mandato in Parlamento trentuno
amici, che appena entrati lo tradirono, passando più o meno di colpo ad altre liste. Certi vizi sono ereditari.
Lui, nel suo battersi contro certi poteri con anarchico furore, ricorreva a frasi come «farabutti, falsari, immondo brulicare di politica verminaia». Poca cosa: oggi siamo più espliciti.
Si tratta di sfoghi non filtrati, a cui una gran parte degli italiani attribuisce onestà e affidabilità, perché solo chi è sincero parla come mangia. Di questa verità viscerale sono d’altronde intrisi i Fioretti
, la raccolta di leggende sorte attorno alla figura di San Francesco, che devono la propria popolarità alla semplicità e spontaneità del linguaggio che li caratterizza e che, presso il popolo, fu senz’altro più efficace dell’incomprensibile o pedantesco latino di cui si servivano gli alti prelati.

Ma volendo fare della contabilità spicciola e un po’ avvilente, viene da chiedersi per quale motivo i nostri rappresentanti, che tradizionalmente stanno in alto, si ostinino a volere scendere al livello dei loro rappresentati che, invece, stanno in basso, almeno sotto il profilo verbale.
Crisi di rigetto verso il
politically correct? O il desiderio di fondersi e di aderire (il più possibile) con chi ha regalato loro l’opportunità di sedersi in poltrona? Voglia di esprimere contenuti il più possibile facili, semplici? Tra realtà e fantasia, le risposte possibili sono due. O c’è un reflusso del bisogno di empatia e identificazione, o è un calcolo da tempi nuovi.  
Ciascuno, in mancanza di meglio, può schierarsi. Va osservato che il politichese è sempre più inviso... e potrebbe anche essere un tassello a favore dei parlamentari quando si abbandonano all’effetto catartico del turpiloquio, ma – in un Paese civile – il turpiloquio dovrebbe essere l’eccezione che conferma la regola, e non il contrario.  

Questo, nella più edificante delle ipotesi. Poi, rimane sempre l’altra: il sospetto di noi gente allevata a dibattiti televisivi, dove i politici si azzuffano come galli in un pollaio, perché anche loro stanno recitando una parte. Del resto, nella società tecnologica l’identità reale si inibisce in un fattore virtuale, così la linea fra responsabilità e irrealtà diventa ogni giorno più sottile e si riduce, di pari passo, la consapevolezza. Con un’ampia varietà di mezzi, il cittadino di oggi dovrebbe essere più informato e più attivo di quello del passato: al contrario, il disinteresse e la diffidenza hanno preso il sopravvento, sospinte da disinformazione, mistificazione, e una finta collettività. C’è chi ancora crede alle politiche sociali del governo, per fare un esempio, e chi presta voce e una pur minima attenzione alla farsa dei leader di partito, gente che da anni ripete gli stessi slogan e a cui è stato permesso di tutto. «Ma davvero» – chiede una collega di Ginevra – «voi credete a quei due?» dice dopo aver visto Renzi alla tivù, e il suo alter ego di plastica da Arcore, che chiama la destra ora casa delle libertà, ora popolo dei moderati. «Vi stanno spogliando e non siete sul set di un porno: cosa volete che vi tolgano ancora? Vi hanno rubato la libertà sul lavoro, i diritti, la stabilità e la speranza di fare una famiglia, adesso vi promettono cosa? Sentiamo. Ottanta euro per tutti? Le pensioni minime a mille euro? Le aliquote non più basse ma uguali per tutti, così i ricconi pagheranno lo stesso di chi mangia pane e cipolla? Dai, sono curiosa di vedere dove arrivano». Ci sta dando dei fessi, è chiaro, ma non ho armi per ribattere: è la verità. E bravi svizzerotti, come tanti qui li etichettano: c’avete il vostro staterello un po’ snob e un po’ nazi, e appena potete ci date una bella lezione di furbizia. Ah, ma noi ve lo permettiamo perché si sa, gli italiani sono brava gente, tollerante, con un grazioso umorismo. La gentilezza è il nostro Credo, e siamo aperti a ogni parere: da sempre, sia Francia sia Spagna purché se magna. Il guaio è che si fa dura pure mangiare, oggi. L’ipnotismo di massa viene sui canali dei media e la gente abbocca, riesce a farsi una ragione di costoro e ad accettarli come le uniche alternative al baratro.

Queste geniali operazioni di marketing si concertano sul cosiddetto
riposizionamento del personaggio, di volta in volta chiamato in causa: da quello impresentabile a quello che tenta disperatamente di rifarsi una verginità. E pazienza se si gioca sulla pelle del popolo: in tutte le fiction, oramai si è capito, gli interessi personali vengono prima di ogni altra cosa. Dunque, avanti col televoto. Messi come siamo, si sentiva giusto il bisogno di un nuovo dilemma nazionale.
Soltanto un’avvertenza: caso mai prevalesse ancora l’ipotesi dei politici cinici e spregiudicati, si usi almeno una piccola cortesia: per piacere, piantiamola di dire che come attori valgono una verza. Sono da oscar.