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Il Black Friday della Nonna

Scritto da Daniele Celi.

L’economia comportamentale ha un costo sociale altissimo.

Ho tentato di spiegarlo a mia nonna facendole l’esempio del Black Friday, ma lei ha risposto «sa l’è chel ròb lì?» benché ne abbiano parlato tutti, dai mezzibusti nei tiggì ai preti nell’omelia. «È come i saldi, solo che si fa un giorno l’anno,» e lei ha chiesto perché. «El serà mja al “lìber mercàa”, neh!» e libero mercato l’ha detto con le sillabe gravi, spregiative. 
«Che ti ha fatto il libero mercato, nonna?» 
«Al mercàa l’è mai staj lìber» ha commentato, lapidaria. Il mercato non è mai stato libero. E siccome a suo dire non ero convinto, o non abbastanza, dei suoi argomenti, ha voluto chiarire il suo pensiero. Ha usato, come fa da che la conosco – e son trentadue anni – il dialetto, ma i significati sono mezzadri che non guardano in bocca ai cavalli. La forma ha poca importanza perché il più grande di essi è la coscienza di ciò che si fa, e perciò di come si vive. In sostanza, per mia nonna il Black Friday è un bidone. Non un flop, anzi... per chi vende è un trionfo: la merce va via come il pane «aj témp del me bisnonu». 
Quando vuole dare a intendere un principio, un concetto per lei cruciale tira in ballo il bisnonno, e mica perché allora si stava meglio. Sa che era molto più dura, e la fatica piagava la pelle – è che ha bisogno di rifarsi a ciò che è stata la sua dimensione: diversa, ideale, fatta di uomini prima e di macchine poi. Mi dice che pure lei, e non c’era alcun dubbio, ne aveva sentito parlare, ma che senso ha far passare il messaggio che nel Black Friday puoi trovare tutto ciò che ti serve a prezzo scontato? «Tucc i rob che gò dabsògn?» ripete tre volte, a voce alta, via via con più lentezza. Sorrido e la ringrazio. È arrivata dove gli intellettuali si sono perduti. 

Potrai trovare tutto ciò di cui hai bisogno, in effetti, è un invito terribile. 
Potrai trovare tutto ciò di cui hai bisogno, e mi domando «ma dai, e come ho fatto fino a ieri?» 
Come abbiamo fatto a sopravvivere senza i beni essenziali? Mi tornano in mente le immagini della gente in fila fuori dai cancelli come bracchi, cocker e boxer tenuti in un recinto con la ciotola del cibo un palmo più in là, dalla parte opposta. Imprendibile, fino all’apertura della gabbia. E all’apertura ecco che la muta, con una fame che non è vizio ma è bisogno, bisogno vero, si precipita ai banchetti per togliersi la fame. Ma la roba che sta sui banchetti nel Black Friday e in tutte le date sancite dai saldi non è da mangiare coi denti ma con gli occhi, coi desideri. Eppure «è tutta roba che vi serve» ripete una voce, «ad un prezzo irripetibile» che si ripeterà due, dieci, o venti giorni dopo. La stessa roba, infatti, la troverete a Natale, prima di molte feste e ricorrenze, e ne avrete sempre bisogno. Oppure no? 

Secondo nonna, no. Secondo nonna per essere liberi dal mercato, per non subire le sue molestie, serve avere abbastanza denaro per non diventare vittima di stalking commerciale. In alternativa è necessario avere un bel po’ di consapevolezza, però non è merce, quella, che si trova in vendita. Semmai, il Black Friday spiega come si fa a non darle terra buona per attecchire, facendo diventare l’uomo stesso una merce. La fantasia, che una volta si auspicava al potere, scompare, o si riduce fortemente, sostituita da uno spirito imitativo che si esprime solo con i consumi. «Scùltem,» prosegue la nonna, invitando ad ascoltarla. Lei c’era quando dicevano che la libertà di mercato favorisce l’ascesa sociale, e ha visto i risultati: dove ha preso piede, il divario tra le classi sociali è aumentato; nel nord, invece, nei Paesi dove l’uguaglianza di ceto e la mobilità sono quasi ideali, la distribuzione equa dei redditi ne è la prova e la ragione. 
C’ho la nonna col sogno di Marx? No, semplicemente la propaganda è diventata scienza. La criminalità di chi esalta il “diventare massa” ci trasforma in burattini senza spirito critico né limiti. Non cerchiamo più ciò che serve ma vogliamo la Luna, quando ci basterebbe volere la Terra. 

Sciarpe, stivaletti, cappelli, tivù, computer, mobiletti, cellulari, cornici, piatti, seggiole, bicchieri, lenzuola e vasi, e wi-fi, tablet, giubbotti, caffettiere, i-phone, lavatrici, mutande e biglietti d’aereo, peluche e scarpe, cibi, cibi, cibi e cibi fino a scoppiare, e ancora stereo, scarpe, borsette: beni di largo consumo, fondamentali. Ma quante di queste cose ci mancano davvero? Nessuna. Per lo meno, nessuna manca nelle famiglie benestanti. E pure in quelle borghesi, che di anno in anno gettano via scatole e sacchi di beni primari per cambiarli con altri identici, però più nuovi. Tant’è, di quelle cose non ne manca nessuna nemmeno nei nuclei che fanno fatica a tirare la fine del mese, specie se si sono bevuti tutto al Gratta & Vinci, nelle sigarette o in un paio di spesucce allegre, sennò come ci si gode la vita? Insomma, delle famiglie italiane chi non ha quei beni in casa, o ne ha pochini sono gli spiantati, i poveri, gli indigenti. Quelli che c’hanno le pezze, per andare giù duro. Quelli che il Black Friday e la sua parentaglia di saldini e saldoni non se li possono permettere e li vedono da lontano, dentro le borse di chi la roba ce l’ha (già), però aveva assolutamente bisogno di uno sconto, altrimenti sarebbe rimasto senza.