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Sul Tessuto Dell'Apparenza

Scritto da Antonio M. Bassi.

È la fantasia a trasformare l’apparenza in sostanza, dallo scarabocchio all’opera d’arte.

Ci si può commuovere anche ascoltando una canzonetta: il nostro animo si purifica delle passioni, e trova l’insieme di liriche e ritmo stupendi. Viceversa Bach, Hindemith o Stravinskij, non banali e orecchiabili, possono sembrare ostici e noiosi. Chi interpreta una serie di suoni o una figura, un disegno, se non si accorge che si tratta solo di abilità, con l’immaginazione li fa diventare opere autentiche, poetiche, piene di vita. È un fatto psichico che molti riservano al passato, sebbene il presente offra molti più spunti.
A partire dai segnali da cui siamo travolti, la simbologia cartellonistica, le locandine stilizzate, l’epopea delle forme irrompe nei giorni di ogni essere umano. È un periodo di dispersione e amari contrasti fra scuole di pensiero, linguaggi opposti: nel fagotto di proposte, polemiche, mostre e promozioni l’occhio comune è confuso, deve difendersi.

Anche i critici non si capiscono. Più spesso, però, non vogliono farlo.
Per alcuni, l’oggetto in esame è un capolavoro, per altri è una crosta. Diventa arduo credere, e districarsi in presentazioni dalle parole difficili, per esperti; esposizioni disarmoniche, con lavori che fanno a pugni tra loro.
Da che parte cominciare per capire? E poi, perché si deve capire?
Uno non fa in tempo a credere a una cosa, a una tendenza, che eccola già bruciata, sconfitta da un tempo che viaggia più veloce di ogni invenzione. Passa di moda, inseguita da altre, che si bruciano altrettanto alla svelta. Questa corsa all’usura crea ulteriore confusione. Il Novecento ha sfornato la letteratura esistenzialista di Sartre, e correnti artistiche capaci di ribaltare ogni dogma classico: da un lato gli accademici, dall’altro i tradizionalisti, per cui l’arte deve essere imitazione della natura. Ma se la natura è sintesi dell’estro, allora l’arte non deve imitare niente, non deve neppure essere figurativa, bensì rappresentare il subbuglio interiore, gli stati d’animo dell’autore nell’atto creativo.



Al collage Violin di Braque, alla Maison d’Hector Berlioz di Utrillo o all’Orchestra a penna di Dufy, il gusto popolare si è spesso opposto con decisione trovandoli piatti, inverosimili e cerebrali, senza tener conto del ritmo compositivo e l’armonia di linee e colori che li percorre. È più facile sparare ai bersagli che non si nascondono nel mucchio.
Così, da una parte c’è chi grida all’arte come sogno, dall’altra chi sostiene che è arte un bidone della spazzatura pieno di budella e segni grossolani, e cuscini sventrati, lamiere, pupazzi, cartocci. Lo stesso Picasso dipinge prima come gli antichi, due giorni dopo fa una donna come un toro, con due nasi e il seno sulle ginocchia, le spalle al posto dei piedi. E sostiene che se non si capisce niente è solo malafede.
Quella riflessione offende il pubblico grosso, che rifiuta lo sforzo mentale e si rintana nella misura più comprensibile. Per regolarsi, per riempire le pareti di casa o lo sfondo del computer, chiede alle opere dei caratteri base che non lo lascino deluso: una bellezza da cinema, sensuale, in modo che il fascino sia riconosciuto; un motivo limpido, agevole da tradurre, quasi una cartolina, un reportage di qualcosa già visto, sciatto e banale. Un repetita, insomma, se possibile temprato dal sentimento o da un nome famoso.
L’emozione deve essere rivelata dalla posa, dall’espressione dei volti; per l’osservatore qualsiasi questi sono i parametri. Costui accetta un impressionista, perché sa che deve socchiudere gli occhi, ma non comprende tutti i quadri dove le pennellate si confondono coi giochi di luce, e li congloba in un genere unico, siano essi macchiaioli, scapigliati o post-impressionisti. Non valuta i toni, né l’evocazione lirica risolta con i puri mezzi coloristici.

La medesima catarsi spadroneggia nel cinema attuale: effetti speciali posticci, implausibili, sono spacciati per prodigi della tecnica, laddove l’abilità di un Hitchcock sapeva creare tensione senza l’uso di software. I trabiccoli di Chaplin e Ford, il surreale di Sellers, l’angolosa poetica di Jarmush o Wenders hanno diviso prima di unire, finché non è stata certificata la grandezza del loro operato.
La magia, purtroppo, non si ripeterà. Il gusto dello spettatore rimarrà diviso, arduo a mescolarsi in quella purea di generi pro-tv, polpettoni violenti e kolossal psico-thriller che tentano di imporre deformazioni espressive troppo finte per essere intense, raffinate.
È il nome a fare la storia, non il giusto contrario. Ora Spielberg o Burton, ora Canova o Raffaello; in musica gli U2 prima di Tom Waits e Van Morrison, per quanto paradossale; i fratelli Gallagher ex Oasis anziché il Gallagher d’Irlanda, il bluesman Rory: diavolo e acquasanta. C’è chi viaggia solo sul sicuro, eppure guarda l’aspetto verosimile e non si addentra in quei problemi segreti che mostrano il tessuto intimo dell’artista.