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Weight of the World

Scritto da Anita Dognini.

Sulla via della verità si fa spesso un grosso errore: non partire.

Di recente ho visto un servizio in tivù: un uomo ne uccideva un altro. O meglio: un uomo bianco uccideva un uomo nero. Anzi, un uomo bianco, un poliziotto, uccideva un uomo nero, disarmato e impossibilitato a difendersi, ed era tutto vero. Forse questa specificazione aiuterà a comprendere meglio il contesto. Siamo negli Stati Uniti, un Paese tra i cosiddetti civilizzati. Un Paese all’avanguardia in campo di tecnologie, scoperte scientifiche, invenzioni, eppure così indietro in fatto di politiche sociali. Ma tornando a quanto accaduto: un uomo è morto per mano di un altro, e non siamo in un film di Hollywood. Come è possibile che ciò sia accaduto? E no, non mi riferisco alla fatidica domanda del perché esiste il male sulla Terra. Ogni filosofo risponderebbe a modo suo e ogni uomo di chiesa mi direbbe che è così che gli uomini gestiscono il libero arbitrio concessogli da dio. Io mi riferisco a quell’uomo in particolare. Cosa stava facendo, che cosa ha fatto per meritarsi quella fine? Quella che potremmo facilmente identificare come vittima non può più risponderci.
Potrebbero farlo i suoi familiari, o i testimoni che possono avere assistito alla scena, se ce ne fossero. Oppure, potrebbe risponderci il poliziotto. Ecco sì, chiediamolo a lui. «Orbene, signor poliziotto, pubblico ufficiale, cosa può dirci riguardo all’uomo che giace a terra, in questo momento, vicino a lei?». É probabile che questi ci risponda, magari ancora eccitato da quanto è successo: «Quell’uomo era pericoloso, non ha osservato gli ordini da me impartiti, era pericoloso e andava fermato». Questa, difatti, è stata la visione del poliziotto, di una persona che riveste il ruolo di autorità e segue una logica molto lineare secondo la quale ogni atto di disobbedienza va punito, se si vuole mantenere l’ordine sociale. Tutto ciò è molto interessante. In questo tipo di logica non c’è spazio per l’analisi delle motivazioni che hanno spinto l’uomo a non rispondere immediatamente all’ordine datogli dall’autorità. Non sappiamo se egli era confuso, preoccupato, spaventato, drogato, sordo o ubriaco, se aveva capito male o se veramente stava facendo qualcosa di illegale. Sappiamo solo che non ha risposto in modo automatico a quanto imposto dalla legge, in quel momento incarnatasi nella figura del poliziotto. E questo, purtroppo, gli è costato caro. 

Ora supponiamo che, per allontanare da noi qualsiasi sensazioni negativa che il suddetto resoconto può averci ispirato e anche un po’ per salvaguardare il nostro ego, noi decidessimo di non identificarci con l’uomo ucciso perché ormai non lo possiamo più considerare come una vittima, e di non provare nessuna compassione per lui, ma (anzi!) di condannarlo, affermando con forza: «Io non mi sarei mai comportato così, io avrei eseguito immediatamente gli ordini del poliziotto, se ha fatto quella fine è solo colpa sua e il poliziotto ha fatto bene ad agire così». In altre parole ci saremmo comportati da perfetti cittadini rispettosi delle leggi e dell’autorità, senza sospettare quanto un comportamento del genere, se nel caso specifico avrebbe potuto salvarci la vita, in altre situazioni potrebbe rivelarsi altamente pericoloso. Vi state chiedendo come ciò sia possibile? Uno dei maggiori esempi di sottomissione all’autorità proviene dalla storia. Durante la Seconda Guerra Mondiale, Hitler veste i panni di dittatore in Germania. Sotto di lui, una schiera di militari di ogni ordine e grado gli obbedisce spinta, sì, dai propri interessi, ma essenzialmente si tratta di una massa cieca di uomini che se non sono automi sicuramente vi si avvicinano. Tutti collaborano alla messa in atto della soluzione finale, il risultato è uno dei più terrificanti mai raggiunto: il genocidio di milioni e milioni di persone, la maggior parte appartenenti alla religione ebrea, ma non solo. Lo sappiamo, perché la Shoah viene ricordata ogni anno, ed ogni volta non sembra vero che qualcosa del genere possa essere accaduto. Eppure è così, e dobbiamo prenderne coscienza. 

Questo singolare episodio nella storia dell’umanità (che ogni anno ricordiamo, dicendo che non dovrà mai più accadere qualcosa del genere, anche se poi, nei fatti, ancora oggi sono in atto guerre e violenze rivolte a minoranze etniche di ogni tipo), è stato oggetto di numerose riflessioni da parte di filosofi, intellettuali e anche psicologi. Tra queste spicca quella di Hannah Arendt che ne “La banalità del male” del 1963 riporta il processo ad Otto Adolf Eichmann, militare nazista tra i più attivi nella messa in atto della “soluzione finale”, processato a Gerusalemme nel 1961. Agli occhi di Hannah Arendt, Eichmann è un individuo assolutamente anonimo e potremmo dire normale, che non risponde alla figura del cattivo che incarna il male demoniaco, quanto piuttosto a un male che si potrebbe dire banale, in quanto lui stesso riporta di non aver mai ucciso nessuno e di essersi limitato a obbedire agli ordini che gli erano stati dati. La banalità degli atti compiuti da Eichmann sta proprio nella giustificazione che egli ne dà, ricorrendo appunto a un “ordine superiore”, liberandosi così di qualsiasi responsabilità. 

Colui che si è preoccupato di dare una spiegazione psicologica al comportamento messo in atto da Eichmann e dai suoi simili fu Stanley Milgram, il quale mise a punto un geniale esperimento dai risultati sorprendenti. L’esperimento prese forme varie e variegate, ma i risultati furono essenzialmente gli stessi. Durante l’esperimento lo stesso Milgram nei panni di un ricercatore chiedeva a diversi soggetti di punire un’altra persona attraverso scosse elettriche di intensità crescente nel momento in cui questa sbagliava a dare una semplice risposta. Poiché la persona che veniva punita era un attore, si può intuire come questi desse volontariamente la risposta sbagliata e fingesse poi di lamentarsi della scossa elettrica che in realtà non aveva ricevuto (il soggetto sperimentale non poteva accorgersene perché i due erano in stanze diverse).
Ebbene, i risultati della prima variante dell’esperimento mostrarono come addirittura il 65% dei soggetti (maschi, adulti, americani, di classe media) punissero un’altra persona con shock elettrici che raggiungevano i 450 volts quando ciò era loro ordinato da uno sperimentatore che non possedeva alcun reale potere coercitivo nei loro confronti. Milgram spiegò questo fenomeno attraverso il concetto di “stato eteronomico”. Un individuo in uno stato eteronomico non si considera più libero di intraprendere condotte autonome e non si sente responsabile di ciò che fa, ma uno strumento per eseguire gli ordini dell’autorità. Lo stato eteronomico si verifica a condizione che l’autorità dia ordini specifici, che definiscano le caratteristiche dell’azione da compiere e che contengano l’imperativo di eseguirla. 

Alla luce di questi fatti saremmo ancora fieri e orgogliosi di comportarci in modo assolutamente conforme alle norme e indicazioni dateci dall’autorità? Risulta difficile pensare di potere agire diversamente. Dopotutto, siamo immersi in un sistema che riconosce l’autorità come qualcosa di positivo e utile al buon funzionamento della società e fin da bambini siamo educati a portare rispetto nei suoi confronti ed attenerci alle sue regole. Conformandoci alle norme sociali infatti possiamo adattarci al contesto che viviamo e venire accettati all’interno del gruppo, soddisfacendo così il nostro bisogno di desiderabilità sociale.
Difatti, l’autorità viene accettata di buon grado, almeno fino a quando essa non lede i diritti individuali trasformandosi in dispotismo. Di fronte alla negazione di ciò che considera dovuto, di solito l’uomo reagisce con violenza. Sebbene questa venga sovente considerata la via più breve per vedersi riconosciuto ciò che è stato tolto, essa non è necessariamente la migliore e la più efficace allo scopo che si vuole perseguire, poiché spesso alla violenza segue altra violenza, e via così in una spirale infinita. Una delle alternative possibili è la non-violenza. La non-violenza, che nasce e si afferma agli inizi del secolo scorso nella figura di Gandhi, propone un approccio allo stesso tempo pacifico e molto fermo nei confronti di tutte ingiustizie subite. Attraverso azioni come la disobbedienza civile e la resistenza passiva, Gandhi e i suoi seguaci si sono battuti strenuamente per l’indipendenza dell’India dal dominio inglese, raggiungendo grandi risultati soprattutto a livello di impatto mondiale. 
La completa mancanza di autorità genera il caos; una totale sottomissione all’autorità indica uno stato di schiavitù, per l’assenza di diritti. È giusto essere consci dei propri diritti ed affermarli quando essi non siano riconosciuti, ma è bene tenere ben presente che ognuno di noi può assumere i panni del poliziotto o della sua vittima, nel momento in cui decide di porsi come autorità assoluta e privare le persone della loro libertà. Anche nei piccoli atti quotidiani.