Stampa
PDF

L'Arte di Mettersi da Parte

Scritto da Savino Stella.

Il tempo tragico e comico del Minculpop non è mai finito.

La cultura popolare infatti ancora oggi non ha né un Ministero credibile e competente, né una valida, seria e ragionevole amministrazione. Le case d’asta battono il nostro Leonardo ad oltre 380 milioni di euro? «Oh!» di qua, «ah!» di là, che scandalo, notizia da prima pagina: i riccastri non sanno più come fare per dare sfoggio dei loro capitali e della loro follia. Follia? Pagare milioni per un dipinto di Leonardo è una follia? Con tutta la buona volontà, è dura vederla tale. Una follia è piuttosto attivare il crowdfunding – modo inglese per dire colletta pubblica – tramite giornali e radio per trovare i soldi con cui «dare ai poveri bimbi in ospedale una tivù» e così istupidirli, farli custodire da un apparecchio i cui programmi, nei vari canali, non hanno alcuna funzione pedagogica, educativa e neanche di informazione, dato che i bimbi da un lato non vedono certo i TG (ci vorrebbe chi, accanto a loro, non ha solo la pazienza di commentarli, ma anche di fargli capire quanto sono parziali, trattate e spesso pure false le notizie che danno), e dall’altro gli spazi dediti alla cultura sono rari ogni giorno di più. È passata la stagione in cui la tivù alfabetizzava la gente: in questa prima parte di III millennio fa il contrario. Inutile dire che quel tipo di raccolta fondi “pro bimbi sventurati” è andato a buon fine perché chi ha più voglia di stare a parlare coi bimbi, specie dove soffrono? Meglio dargli un analgesico, uno strumento che li aiuti a non pensare, che azzeri o quasi il dibattito e li avvinca, li assorba. Eppure «no guardi,» dice una donna, «non si può. Ma ha visto? Ha visto? Tutti quei milioni per un quadro. Dove andremo a finire?» 
«Ma è un dipinto di Leonardo...» 
«E allora?» 
«Ho capito, signora, però è un’asta. C’è libertà di offerta, e se uno ha i soldi...» 
«Comunque è un’indecenza.» 
«È cultura.» 
«Cultura? Quello è esibizionismo bello e buono!» 
«Ah, perché  i costruttori che tirano su grattacieli da trecento piani?» 
«Cioè?» 
«Cioè quanti di quei palazzoni sono disabitati? Quasi tutti. Che senso ha allora farli sempre più belli, e più alti, e lisci che non si arrampica su nemmeno una mosca?» 
«Ma che sta dicendo?» 
La donna dà segni di fastidio. Vengo a sapere solo molto più tardi, fuori dalla corsia dell’ospedale – e sì, ho menzionato gli ospedali non a caso: la riflessione è nata mentre assistevo un mio parente – che vive con un celeberrimo costruttore dell’hinterland milanese. 

«Voglio dire che stanno per tirare su altro cemento. Milano 4, Basiglio: ha sentito?» 
«Sì, ma che c’entra con le aste e la cultura?» 
«C’entra, dal momento che si discute di soldi. I soldi messi nella cultura sono guadagnati, i soldi buttati in un buco nella terra riempito di calce fanno solo danni. Guardi le strade: quante rotatorie inutili, raccordi, per non dire degli ecomostri si potevano evitare, e tenere i soldi per comprare un Leonardo?» 
«Ma si rende conto?» 
«Altroché. Tutti i giorni, quando esco di casa, mi rendo conto. Trova poco sensato il discorso? Bene, da un bel po’ di anni sento dire che i calciatori sono pagati troppo. Pensi: quel dipinto costa meno...» 
«Guardi che stiamo parlando di quasi quattrocento milioni!» 
«Appunto. Una squadra, anzi, in alcuni casi solo mezza. E poi quello, ripeto, era un Leonardo. Sa quanti bei quadri e non solo ci sono in giro per il mondo, e potremmo averli qui, ammirarli, con quei soldi?» 
«Eh caro lei, chi ha i soldi non li butta in cose improduttive.» 
«La cultura è improduttiva solo da noi. Se lo Stato, invece di buttarli in mille sciocchezze ne investisse il, che so, il sei, l’otto, il dieci per cento in queste iniziative, saremmo un Paese civile. Senza la cultura invece non si è niente, solo delle vittime di chi ce la toglie.» 

Non sapevo, come ho dichiarato, che la signora avesse un marito costruttore. 
Me ne ha parlato poi un’infermiera. «Sa che quella è la moglie di...» e ha fatto un nome grosso. Il nome di un uomo la cui impresa ha spianato, non è molto, due ville seicentesche, per costruire su quel terreno un bel cubo di calcestruzzo con le finestre rosse (cosa ci sia dentro lo ignoro) e un’area di parcheggio. 
Investire sulla cultura: perché? Sarei retorico a dire che è un’assicurazione sulla vita, perché la cultura è il solo bene che non deperisce in una società che sa darle valore. Non è merce di scambio a prezzi folli, pure se ce lo vogliono far credere. Il sei, l’otto, il dieci per cento dei soldi che lo Stato, o i privati, buttano in cose che sono sì davvero improduttive, quando non dannose, perché rendono solo a breve giro e poi il tempo e il disuso ne decretano la rovina, farebbe di noi un faro sociale, e in ogni caso darebbe svago, lavoro, vetrina – per chi capisce solo quel linguaggio – e contributi meno effimeri del mero e pur importante impatto estetico. Ci si rieducherebbe al gusto, alla cura dell’animo umano, alle conquiste vere, reali, che l’arte sa dare, benché gli animi artistici siano, come diceva Croce, «profeti disarmati» e dai denari siano lontani. Per questo la follia non è che un plutocrate si sia portato a casa il Salvator mundi per una cifra notevole, ma il fatto che chi dovrebbe capire le ragioni di quella cifra non sia disposto a riconoscerle il giusto valore, anzi s’impegni per togliere credito a ciò che lo ha.