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La Scienza dell'Intuito e della Passione

Scritto da Claudio Bruschi.

Senza introduzioni canoniche o frasi ad effetto: succede di non capire gli allarmismi, o di capirli troppo.

Intere generazioni ne hanno vissuti sulla propria pelle e ne vivono tuttora, in un’epoca dove i rimedi hanno frenato molti dei mali. Senza però debellare quelli dell’animo. Uno è la paura, a cui si contrappone, storicamente, la curiosità, quello slancio un po’ incosciente e molto passionale che è la ricerca. Anche dei nomi. 
I più temuti certificano quelle che sono, di volta in volta, le spettrali pandemie: da ebola ad un triste passato di peste e d’influenza spagnola. Che poi così ispanica non era, semplicemente venne registrata dai giornali iberici perché nel resto d’Europa dilagava la Grande Guerra. Tant’è, la spagnola ebbe modo di mietere il doppio delle vittime del conflitto in un quarto di tempo. Sebbene fosse causata da virus, le vere complicazioni vennero dai batteri, e da tutte dalle loro infezioni opportunistiche.

Il concetto di antibiotico era lontano, ma per molti esperti sarebbe bastata una situazione igienico-sanitaria migliore. 
È una vicenda, quest’ultima, che comincia alla fine del Settecento, quando un medico condotto inglese notò che il vaiolo, autentico flagello di allora, colpiva di rado le lavoratrici delle fattorie. E se i bovini soffrivano di una malattia simile, le persone venute a contatto con le piaghe degli animali sembravano rese immuni dal male stesso. Perciò il medico, Edward Jenner, prelevò la materia dalle piaghe, e inoculandola ad alcuni bambini constatò che fungeva da immunizzante.
Nacque così la vaccinazione. In realtà, per quasi settant’anni si proseguì a vaccinare la popolazione senza sapere cosa, di fatto, salvasse dall’infezione, e per quale motivo.

Un giorno, però, un agricoltore andò da un chimico, un tale Pasteur: voleva sapere se esisteva un rimedio a una strana “malattia” delle botti, per cui il vino inacidiva dentro. Ebbene quei depositi spugnosi erano i microrganismi, e segnarono una svolta nell’ambito della medicina, perché Pasteur scoprì che ad essi era dovuta la fermentazione.
Dopo averli osservati attentamente, vide che erano in grado di moltiplicarsi velocemente, provocando i danni ormai noti. Aveva scoperto i batteri. 
Stando alle cronache, per alcuni colleghi del famosissimo, chimico i bacilli venivano generati naturalmente dalla sostanza in decomposizione, dalla necrosi di quanto andato a male, ed è famoso l’esperimento del brodo nella bottiglia. Pasteur dimostrò che invece il vettore di trasporto era l’aria: sigillò il brodo in una bottiglia, e attese. Senz’aria, nulla accadeva. 
Si era rifatto, spiegò più tardi, alle teorie di Francesco Redi, un medico bolognese del Seicento, che in un trattato aveva sostenuto che qualunque organismo vivente nasce da un altro dello stesso tipo.

Pasteur dedicò la sua esistenza allo studio dei germi. Solo poche stagioni più tardi individuò nella saliva degli animali infetti il germe della rabbia, un altro terribile male dell’epoca. Con le identiche modalità, iniettò il vaccino a un bambino azzannato da un cane, salvandolo. 
Da qui, l’igiene, o ὑγιεινός, che in greco significa sano, curativo, ed è la branca della medicina che tratta le interazioni fra l’ambiente esterno e la salute. Su di essa si può costruire ogni profilassi, la procedura ideale di difesa. 
Si cominciarono a disinfettare accuratamente le ferite, le sale operatorie, le stanze degli ospedali: se l’aria trasportava i germi, bisognava impedire a questi di sopravvivere. Mai più tragedie come quella di Crimea dove numerosissimi soldati erano deceduti più per le infezioni che non per la gravità delle ferite. Joseph Lister, il celebre medico inglese, sostenne persino che i pazienti entravano negli ospedali per morirvi, poiché durante il ricovero venivano a trovarsi fra ogni sorta di malattia. Peggio che al fronte: lettini assassini. Dagli abiti di chirurghi e infermieri agli strumenti, la corsia pullulava di germi agguerriti. La mancanza di igiene, insomma, era un gap da colmare. Con la massima urgenza. 

Lister, nonostante le ottuse resistenze, riuscì a convincere il mondo dei medici che la cura delle strutture sanitarie e la disinfezione di ogni oggetto o individuo a contatto coi degenti era indispensabile per assicurarne la sopravvivenza. Va da sé che chi accusava il personale di causare – sia chiaro, involontariamente! – la morte dei pazienti, non poteva scegliere tattica più impopolare, specie fra i discepoli di Ippocrate. Ne convenne presto il viennese Semmelweiss. 
Duecento anni fa, infatti, dare alla luce un figlio poteva essere pericoloso; spesso la madre veniva colpita da una febbre coriacea, contro cui era vano qualsiasi rimedio. Non poteva essere un caso se ciò accadeva alle donne ricoverate negli appositi reparti, al punto che molte madri preferivano partorire in casa, assistite da un’ostetrica e dai familiari. 

Nessun dubbio, per Semmelweiss: quelle febbri erano il chiaro segnale dell’infezione. Un’infezione portata da medici che visitavano o addirittura operavano le pazienti indossando gli abiti con cui giravano in strada, fuori dalla struttura, nei ripostigli della stessa, o nei reparti dove erano ricoverate persone con malattie infettive.
In un primo momento, Semmelweiss venne etichettato, quasi perseguitato, ma alla lunga la sua crociata fece effetto. La mortalità delle partorienti si ridusse in maniera decisa, così drasticamente che nessuno ebbe il coraggio di dare all’uomo dell’allarmista. 
Riconoscere un bacillo però non significa riuscire automaticamente a creare un vaccino capace di combatterlo, come nel caso di Robert Koch. Egli isolò il bacillo della tubercolosi, ma non riuscì a fare altrettanto per il suo antidoto. Le cause di svariate malattie rimasero a lungo sfuggenti, e le cronache dell’attualità sono, di sovente, ancora impietose. Fra il suono subdolo degli allarmi e quello dell’anima, la scienza della passione è l’arma più potente che abbiamo fra le mani.