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L'Ultimo Salto del Canguro

Scritto da Andrea Faravelli.

Troppi scrivono troppo, e le parole devono avere una misura.

Troppi scrivono troppo, e dietro le lodi c’è un fine, un riscontro che spesso delude. Perché dire troppo è togliere spessore ai pensieri, levare semplicità alle impressioni. È raccontare di altro, e in una recensione è sostituirsi all’autore, sporcare il suo colloquio con chi legge, con la fantasia bianca di carta, con il fascino di emozioni, di scene, colori, avventure e luoghi lontani o consueti. 
Troppi scrivono troppo, e io non lo farò. Non voglio togliere il gusto della sorpresa, inquinare il profumo della fantasia. Conta viaggiarci attraverso sudando, tremando, imprecando, godendo e piangendo, ridendo, arrabbiandosi e perdendosi dentro le pagine, tra gli inchiostri e le pause che spiegano le storie. Avventure bislacche, impossibili, abituali, proprietà esclusiva di un momento – la lettura – che non ama sapere in anticipo cosa accadrà. 
Troppi scrivono troppo dei libri, e in quello sfoggio sottraggono voce ai personaggi a cui danno forma, che invece è bello scoprire da sé. Appena un accenno alla trama, non invasivo ma lieve, a bastare, a premere là dove fa il giusto solletico all’interesse, e niente parole difficili. Neanche una. 

Non le usa neppure Paolo Vanacore, nel suo L’ultimo salto del canguro, sebbene potrebbe, perché conosce i segreti della lingua, ma sceglie di non farne abuso. E mette insieme un’opera dove il troppo non fa peso, anzi, alimenta lo stupore e il ritmo, sfiorando il dramma surreale della parodia – «succede tra animali, è anche abbastanza normale fare l’amore, fare figli e fregarsene l’uno dell’altro subito dopo» –, una parodia che è un interessante spaccato di realismo ricco di venature ironiche e invenzioni (im)probabili, animali che parlano agli uomini nel modo che questi ultimi hanno perso, e che non vogliono recuperare. È così bello, in fondo, complicarsi la vita: sennò, che c’è da fare? Sennò come si fa a cambiare la pelle ai sentimenti e sfondarli di ansie, di desideri nuovi ma vecchissimi che ci fanno primi nella parola ed ultimi nella evoluzione sociale? Così il timido, impacciato Edoardo, impiegato nel bioparco di Roma, tenta di restare unito agli altri quanto più le differenze danno a vedere, pure se vorrebbe evadere dai costumi, convivere bene coi propri orientamenti sessuali e fregarsene un po’ come fa il mandrillo Quasimodo, e non farsi ribaltare l’esistenza dal bel Gabriele, aitante e fascinoso ragazzo che mette in evidenza il timore d’accettare quel tipo di attrazione da parte di Edoardo. Il quale infatti coglie al volo l’occasione di un corso per fuggire due mesi in Irlanda, lontano da tutti ma non da sé. Perché a noi stessi non possiamo scappare, non è pensabile sottrarci al mulinello di emozioni, indagini, dubbi e ribollii che fanno dura ma dolce la vita. Come anche ai genitori di Edoardo, sempre in equilibrio precario sulle verità nascoste. Una parabola di vita quotidiana, insomma, narrata con arguzia. Ma arguzia è un vocabolo ricercato: sono caduto in trappola anch’io, vittima dei miei stessi propositi. 
Se avessi il talento di Vanacore potrei permettermi di eccedere, di essere assurdo, sboccato, tragico, crudo, sottile, trash, velenoso, e provocare il lettore. A cui invece dico attento, non farti ingannare: non prendere quel libro a occhi chiusi, ma spalancandoli bene. 

Spalancali bene perché sai che vai per soddisfare sì i tuoi occhi, ma quindi i tuoi sensi, perché non puoi «togliere loro il piacere di guardare. Devi solo scollegarli dal cuore e non farli parlare», a farlo ci penserà L’ultimo salto del canguro
, con quel suo protagonista di cui non voglio fare spoiler – anzi, dare anticipazioni: l’italiano è una lingua così bella... – che evoca, evoca di continuo i nostri difetti, le titubanze, le paure, la coscienza che non c’è un dio del perdono oltre il bordo della strada tracciata, e allora lo sfida, lui, quel dio delle verità contraffatte. Lo invoca col nome delle emozioni per non scontare la colpa nel mondo a cui appartiene, per poter vivere in una speranza limpida, nella quale ognuno scrive il suo sogno senza dover cercare la chiave per aprire la gabbia nella quale è chiuso.