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Aenigma Fidei?

Scritto da Stefano Losi/Mario Setta.

Il passato non esiste, è soltanto il presente che si rinnova.

Chi dimentica il passato rinuncia a vivere il presente, o ne vive uno parallelo e tutto suo, privo di utili dritte, indicazioni, insegnamenti che aiutino a darvi un seguito. Ed è in quel presente, nella forma che tutti dicono passato, che si capiscono gli eventuali errori, si deduce cosa è bene fare o non ripetere. Le grandi cantonate che l’uomo continua a prendere hanno origine da quella abitudine: far caso al passato solo quando si vuole evocare una scena, un esempio, una nostalgia. Che sia essa buona o meno buona va solo a inserirsi nell’ordine dei fini per i quali è stata evocata. Ebbene, in una operazione del genere non c’è niente di valido, perché è una forzatura strumentale. La memoria, invece, va mantenuta, esercitata, rinfrescata perché possa dare corpo a scelte di buonsenso. In quel perimetro si muove la Storia, dalla quale ci si ostina a non apprendere granché. Da poco è ricorso il quinto centenario della rivoluzione in Germania di Martin Lutero, con la pubblicazione delle 95 tesi nella cappella del castello di Wittenberg. Si tratta di una riforma che parte da motivazioni di ordine economico-pastorale – la vendita delle indulgenze – e sfocia nella critica all’apparato teologico e ideologico della struttura ecclesiastica. Sarà il Concilio di Trento a riaffermare le posizioni dogmatiche del cattolicesimo con una violenza verbale da spavento e con conseguenze fisiche da condanna a morte. 

Nei confronti della riforma luterana, papa Francesco ha cercato di dare ampio spazio al dialogo. Il problema ecumenico dell’unità delle chiese cristiane resta fondamentale, perché i cristiani – per chi è credente e per chi è laico, ma ha studiato un po’ della Storia che tanti spaventa – siano il “sale della Terra”. The salt of the Earth è una espressione ormai di uso comune, che deriva da qui, e non a caso è ripresa da opere letterarie, e perfino da un brano dei Rolling Stones del 1968, inserito in maniera satiricamente perfetta in Beggars Banquet, a fare da contraltare a Sympathy for the devil, uno dei pezzi più leggendari del rock and blues (gli assoli sono di Jimi Hendrix, «not credited but very explicit» si dirà in una intervista). Ebbene, incontrando in Vaticano la comunità luterana, riunitasi a Lund in Svezia, papa Francesco ha detto: «Abbiamo la possibilità di riparare a un momento cruciale della nostra storia, superando controversie e malintesi che spesso ci hanno impedito di comprenderci gli uni e gli altri». 
Ora, al di là di tutte le possibili riflessioni filosofiche, gli aspetti sociologici e attitudinali di una larga fetta di individui che la chiesa ha cercato di muovere attorno a sé dalla notte dei tempi, con un impatto sociale di grande – e spesso deleterio – influsso, c’è una evidente stranezza nel percorso storico del cristianesimo, in cui è stata privilegiata ed egemonizzata la virtù della fede, ridotta spesso ad enunciati da Credo («Fides quae creditur») a discapito delle altre due virtù cardinali, come la speranza e la carità. Virtù proprie non solo del cristiano, ma del laico, e che nel laico nascono più spontanee che nell’uomo di fede, in quanto fiducia riposta alla cieca. C’è stata, del resto, una lotta fratricida, con migliaia di morti, in nome della fede, dimentica del fondamento del cristianesimo di cui la tradizione, prima orale e poi scritta, ha riportato: l’amore. Il messaggio di Cristo, infatti, per religiosi e non, per gli studiosi di Storia e di antropologia, si basa su un solo punto: «Amatevi gli uni e gli altri» e non su diatribe circa il valore dei sacramenti, o su altre controversie di lana caprina. 

C’è stato chi, usando la parola aggiornamento – anche se il termine usato sotto il profilo biblico è, e resta, metanoia, parola greca che significa cambiamento di mentalità – ha tentato una svolta, più che altro inquinando le acque.
Bergoglio, in quanto figura di indubbia abilità nel linguaggio non-verbale (le foto con Trump sono un saggio magistrale), ha portato un vento nuovo sotto tutti i profili. È un uomo che cura sì l’aspetto pastorale, ma non trascura il dialogo con le comunità laiche. Ne è prova la prima esortazione apostolica intitolata
Evangelii Gaudium con l’accento sull’idea di una chiesa dei poveri in quanto atto pratico e non solo istituto. Anche qui, Bergoglio ne sa qualcosa, e la sua storia personale ne parla a chiare lettere. Certe frasi-slogan sono, è vero, studiate a tavolino per un calcolato effetto, ma quella delle porte aperte non pare, agli occhi di un osservatore privo di fede, uno sbuffo di fumo negli stessi. Da studioso – laico – di quel passato che è presente, so dei primi secoli del cristianesimo nei quali la fede non si basava sul proselitismo, cioè sulla capacità di aggregare, di predicare, di diffondere la parola, ma sull’esempio di vita che davano alcuni e su quelli pessimi di tanti altri. «Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme... e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti» è un po’ il sogno di ogni anarchico, e non è difficile associare quel tipo d’attitudine al Gesù di cui riportano le cronache. Sono l’ultimo della serie di coloro che lo pongono a modello di ciò: dai profeti hippy al peace & love, ci hanno già pensato in tanti. Eppure il tema della fede è una delle pagine più tristi nella storia della chiesa. Non per nulla la rivoluzione di Lutero assunse come principio teologico il motto «sola fides».
Purtroppo la codifica in dogmi e ideologie categoriche ha dato mandato al potere politico di utilizzare la religione come
instrumentum regni, infatti dal primo concilio ufficiale – a Nicea, anno 325 – la religione cristiana diventa quella di Costantino, l’imperatore. Nasce così una vera e propria epoca, l’epoca costantiniana, durata fino al Concilio Vaticano Secondo del 1962-1965, e tutti i concili sono stati controllati dal potere politico. Tradotto: la fede a servizio dei governanti del momento. 

Con l’aiuto, ancora una volta, della Storia, si può accendere una luce diversa. Gesù, è provato, non ha dato vita a una chiesa-istituzione, ma ha tentato un esperimento di comunità. Quindi è solo se si abolisce la formula dogmatica e l’idea che la salvezza derivi dai sacramenti, che una comunità con quel tipo di principi può reggere l’impatto con le personalità al suo interno. Il messaggio, pure per un ateo, è serio e imperniato attorno a un concetto di mutua empatia: l’uomo come casa comune, dalle porte aperte. Mica facile un discorso simile, specie nel confronto con la finta globalizzazione, dove tutti fanno la predica ai valori comunitari, ma poi chiudono le frontiere. Oggi non è retorica; forse lo sarà tra qualche anno, quando il mondo sarà ridotto a una spoglia, al fantasma di ciò che la cultura ha tentato di insegnargli, ma adesso è più attuale che mai, perché viviamo quel presente di cui si dovrebbe ascoltare il nastro registrato, e far partire più replay. Kant riteneva sconveniente l’idea che il male venisse per eredità dagli avi, anzi, col gesto di Eva nasce la filosofia: l’amore del sapere. È stato Erich Fromm a dire che «l’atto di disobbedienza di Eva è l’inizio della storia umana, perché è l’inizio della sua libertà».