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(Dis)miss Italia

Scritto da Valeria Gramegna.

Mi piacerebbe scrivere una frase ad effetto, ma non ce l’ho.

Credo non l’avrebbe neppure un aforista come Oscar Wilde, di fronte a certe abitudini. Non ho neanche un quarto di secolo di vita alle spalle e sono già stanca dell’ipocrisia. Dei concorsi, delle abitudini, del sistema. Quando leggo hashtag come #selezionimissitalia impiego pochi secondi per fare di tutta l’erba un fascio, difetto che nonostante l’impegno fatico a correggere. 
Bellezza, photoshop, rughe, red carpet, Venezia, Saffo, Cancellieri, veline, lodi, modelle, anoressia, bulimia, insicurezza, femminismo, Elena Gianini Belotti; questo è stato l’inizio della catena di pensieri che è scaturita nella mia mente. 
A quale anno è giunto questo concorso? Non ne ho idea, però so benissimo che mi basterebbe googolarlo per scoprirlo: preferisco non saperlo. Ogni anno che passa, mano a mano che il numero dell’edizione cresce, maggiore è  la vergogna che provo per l’esistenza di un evento del genere. E di tutti gli altri concorsi di bellezza. 
I presentatori direbbero che si tratta di una tradizione. Un po’ come quella dei produttori di Hollywood – da sempre holy wood, ma l’acqua calda non passa di moda – e le promesse di un posto nel cast grazie a notti di acrobazie sessuali.  
Non ho nulla in contrario alle tradizioni, ma come per i vecchi edifici è necessario che vengano sottoposte a controlli: se qualcosa non va, bisogna apportare delle modifiche. E quando le strutture non sono più in grado di reggere, subentra la demolizione. Non ristrutturazione: quella è già in atto, e da tempo, con il velinismo in prima serata – e non è populismo o puro pregiudizio. Fino a qualche anno fa Canale 5 lo proponeva pure come format per la terza età, riconoscendovi una valenza satirica. 

Non sono cieca né sorda: Miss Italia non è che uno dei tanti modi di esaltare i valori, se così possono essere definiti, che dominano la nostra società e ci manipolano molto più di quanto siamo consapevoli. Nel mondo dello spettacolo vale la stessa legge della pubblicità: la ridondanza. È l’assalto che fa l’affare, la presenza che decreta il successo di un evento, uno show, una figura, una trasmissione. Non importa come di essa si parli, è sufficiente che lo si faccia. Cinquanta Sfumature Di Grigio e predecessori insegnano. Per questo il populismo sarebbe un’etichetta inefficace: che lo si voglia o meno a dominare è l’apparenza. 
Ma siamo disposti ad accettarlo? Siamo davvero convinti che non esistano criteri di giudizio migliori per far funzionare la società del consumo, il suo mondo, sia esso inteso come vita privata o professionale? Davvero piacciono la moda e le sfilate, quelle vuote esibizioni di scheletri ricoperti di pelle che giocano all’inseguimento di una bellezza che non può rimanere uguale nel tempo? Forse nessuno ha mai letto Amori Ridicoli di Milan Kundera. Sarebbe ora di farlo. È un testo chiave non solo per la formazione di un adolescente, ma fondamentale in qualsiasi età. 

Nella catena di pensieri ho inserito Blake Lively. È un’attrice e modella degli Stati Uniti, classe ’87, diventata famosa per il ruolo di Serena nella serie tv Gossip Girl. Mi piace – o meglio, mi piaceva – per l’aria genuina, semplice. Curiosando tra le foto online ho scoperto che il suo naso non è quello originale. Trovatemi un personaggio del mondo dello spettacolo, vietato nominare i baby actors, che sia come mamma l’ha fatto. Le eccezioni sono buone a confermare la regola.  
Ma neanche questo è il punto. 
Il valore dominante della glitter society non è l’amor proprio, ma uno spiccato narcisismo: è difficile credersi altrimenti capaci di salire su un palco e mostrare ciò che si ha – il corpo – prima di ciò che si è. Il più delle volte, sul palco, non si ha neppure bisogno di salire. Invece in televisione, e non solo, si tenta di ottenere qualcosa grazie al mero aspetto, un trionfo del deperibile. Si organizza un concorso di bellezza, dunque. Fingiamo per un istante che tutti i partecipanti ad esso siano, per così dire, al naturale. Anche con questa precisazione, qual è il senso di una sfida per vincere la quale non si può fare niente se non subire il parere di qualcuno i cui gusti verranno assunti come canone temporaneo, ma definitivo, per giudicare l’aspetto esteriore? Qual è il sacro fuoco dell’arte che fa trionfare in una gara dove si è premiati per ciò di cui non si ha merito?

Scegliamo involucri di carne che rispondano ai criteri che abbiamo stabilito, li facciamo mettere in costume da bagno o su trampoli e zeppe rischiose, e dimostriamo che sanno fare qualcosa. Nulla di cerebrale, vèh, sia lodato anche il santo protettore dello svago, perché questa è la logica di un “concorso”. E si cerca di mostrare che oltre alle forme, ai canoni di fascino, c’è anche un cervello. Come se le due cose, normalmente, appartenessero a strade diverse. Com’è possibile che esistano ragazze disposte a partecipare a simili umiliazioni pubbliche? Il tempo passa, eppure, nonostante i (presunti) progressi, continuiamo ad essere schiavi di arcaiche impostazioni sociali e culturali. Che nessuno si lamenti, dunque, se fra i requisiti per un’offerta di lavoro si trova la dicitura “bella presenza”.