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Madame La Mort

Scritto da Ambra Dominici.

Tempo fa ho perso una persona molto cara. Succede, e dicono sia la vita: si viene per andare via.

Non so dare l’idea di quante lacrime abbia versato, in quel periodo. E ancora adesso, scrivendo queste parole, sento un nodo alla gola. Da quel giorno nulla è stato più lo stesso. Il lutto è una tappa forzata della vita che cambia fin dove non riesce il carattere. Nei giorni, nei mesi a venire, dovetti capire come potesse continuare ad esserci un mondo che avevo sempre vissuto con quella persona. Bisognava trovare, anche in famiglia, un senso alla morte, perché per tutti ogni cosa deve avere un senso per essere accettata; ogni cosa deve trovare il suo posto nel nostro universo di significati perché possiamo capirla, padroneggiarla, tenerla d’occhio, e la morte in quel momento non ci voleva stare. Sconfinava, con la paura dell’ignoto, del non essere più, lei così sicura e seduta in primo banco a fissarci. Il lutto è un luogo di passaggio, un treno che scarica ai margini della vita per poterci permettere, più in là, di ristabilire il giusto rapporto di convivenza con la morte.
Finché siamo immersi nella tragedia, essa ci sta intorno, addosso, dentro e viviamo ogni cosa con la sua presenza, così la società, e la persona stessa, ritagliano uno spazio speciale per l’individuo che subisce la tragedia: per farle metabolizzare lo stato di indeterminazione in cui si ha troppa morte addosso per essere in vita, e troppa vita per poter continuare a vivere la morte. 

Ogni cultura ha i suoi riti di passaggio – Van Gennep, nel suo libro I Riti di passaggio, lo illustra alla perfezione – che segnano, a poco a poco, il reintegro nel mondo. Un mondo che però ci vede diversi, perché la funzione del rito è sempre quella di oggettivare un cambiamento, di stabilire un “prima” e un “dopo”. E nel periodo di lutto scoprii sulla mia pelle questo rapporto, in qualche modo morboso, con la morte, e quando venne ottobre, quasi sei mesi dopo il funerale, accolsi in modo entusiastico le bombe a grappolo dei media nel periodo pre-Halloween. Sentii per la prima volta il bisogno di festeggiare, per una volta, la morte. Non mi rendevo conto che si trattava di uno step successivo nella elaborazione del lutto, o almeno non da subito. Avevo vissuto a lungo una paura irrazionale, ma ad Halloween la morte non fa paura. Si mette in scena per le strade, nelle case, scherzosamente; la si riconosce, la si mangia in piatti curiosi e divertenti, ci si balla insieme, e tutto a contatto con gli altri. ecco perché mi dissi, durante una di quelle occasioni, che non può essere tacciata come una festa fuori luogo, come un qualcosa che non ci riguarda, giacché non è legata al nostro passato.
Quindi? Pure tante altre feste sono importate, non hanno legami con la storia remota dello Stivale e delle sue tradizioni. Tutto poi è esotico, se si pensa al guscio in cui sovente chiude il folklore. Se
All hallows eve si è diffusa così tanto negli ultimi tempi è sì dovuto al fenomeno di consumo, ma anche a una esigenza sociale di un certo rilievo. E qual è più diretto del sollievo, dell’esorcismo che viene dalla beffa dei vivi a ciò che vivo non lo è più? 

L’era moderna, del digitale, delle vite astratte, impigliate nella rete e nelle dinamiche dei social hanno in un dato senso cambiato il nostro rapporto con il corpo, con le sue dinamiche fisiche naturali. Si estende o si annulla la realtà fisica, ma in ogni caso la si percepisce in maniera differente; così, anche la morte richiede un approccio nuovo. I nostri profili social ci sopravvivono. Ci lasciano in uno stato sospeso delle cose, sono una vetrina e nel contempo una lapide su cui lasciare commenti invece di fiori. Tutti gli amici possono rileggere i vecchi o gli ultimi pensieri, rivedere le scene postate, come uno spettro che rivive all’infinito i suoi passi senza la coscienza di essere ormai aria, vapore, mera figura. La pubblicità dice che saremo belli finché nel virtuale – e dunque nell’odierno reale – ci sarà in giro una foto nella giusta posa, magari ritoccata. E prodotti antirughe, diete, pillole che vincono ogni male: l’illusione della vita eterna non ci abbandona, mille e mille laboratori sono in cerca della formula dell’immortalità. Che, diciamolo, in un globo distrutto da noi stessi, sarebbe una bella fregatura. Però è venduta come sogno, e allora giù di creme, farmaci, tinte per capelli, sport estremi per forme estreme, chirurgia, e ci si indigna se uno muore troppo presto, come se ci fosse una data ideale per il trapasso. Era giovane, povero, non è giusto che se ne sia andato, e altre frasi fatte come “è morto due volte”, o “si poteva evitare”, “di chi è la colpa?”, “la morte è ingiusta”. No, la morte non è ingiusta, per il principio che guarda tutti senza fare distinzioni. Viene con la natura. Le vecchie storie, superstizioni, racconti, favole e leggende, ci vengono alterate dal cinismo: la magia non ci ha abbandonati, come prospettava Weber, ma ha cambiato forma. È passata dal libro classico degli incantesimi a Facebook. Chi non è mai stato coinvolto in una catena o non è mai inciampato nei “circoli”, nelle promesse di vincite, benessere, e guarigioni miracolose? “Se non condividi ti succederà qualcosa di brutto”. Il film The Ring è un esempio di narrazione recente e riguarda ciò che viene condiviso per scongiurare la propria morte e la morte di chi ha preceduto.
Nell’atto di accettarla, e di vederla, diventiamo la cura e allo stesso tempo ci ammaliamo, e la nostra salvezza sta nella condivisione. Alla fine qualcuno muore, ma dalla morte, dalla ricerca della verità, la condivisione riprende (la conoscenza e la conoscenza della morte stessa non ci salvano ma ci portano di fronte ai nostri limiti). 

I nuovi miti ci privano della nostra identità o ne creano una nuova, più adeguata ai nuovi bisogni sociali e culturali? Ha senso mantenere una idea legata ai vecchi confini geografici quando, di fatto, le barriere tra culture vengono abbattute e riusciamo trovare soluzioni, efficaci ai nostri bisogni, fuori dalla cultura dei nostri genitori? Con la festa di Halloween, tanto oggi come alle sue origini, si mette in scena la morte, o più in generale ciò che (ci) sopravvive. La paura della morte coinvolge come sentimento umano, archetipico, per questo lo scherniamo, e ci rendiamo piacevoli gli scheletri e i volti dei morti, rendiamo un valore artistico allo schizzo di sangue, incidiamo ad ipsilon le nostre inquietudini e ne mettiamo in bella mostra le viscere. Noi, oggi come allora, cerchiamo l’antidoto a quell’antico terrore, prima di tutto incarnandolo – perché la lotta è ardua, finanche impossibile contro chi non ha corpo – e poi lo combattiamo, riportandolo prima alla dimensione umana, poi abbassandolo a mero scherzo. Deridiamo la morte, ce la teniamo vicina come compagna, mai però come méta che attende nell’ombra. Una volta incarnata la morte, dal momento in cui le si dà un corpo, un volto, la si rende riconoscibile (se so che aspetto ha posso evitarla... o, per lo meno, nascondermi da essa), e se mi trovo a doverla affrontare posso avere a disposizione dei mezzi per sconfiggerla come scongiuri, riti, parole magiche, che sono esempi di quel folklore di cui sopra. Dare un volto alla morte, in sostanza, significa poterla studiare attraverso i sensi, conoscerla nella sua dimensione scientifica, basti pensare ai corpi aperti sul tavolo autoptico di un film poliziesco e inquello della realtà; oppure abbellirla, decorarla come accade nei racconti gotici in cui il morto, il vampiro, diventano uno solo con la figura dell’eroe, dell’amante, fusione tra gli opposti, al limite: eros e thanatos.
Non di rado si sceglie di ridicolizzare la morte: il bisogno di metterla in scena e di rappresentarla è umano e ha radici tanto profonde da non potere essere estirpate. Il successo di Halloween ne è la conferma.