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Se una Notte in Castello, Luca Falomi

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Si scelgono sempre i suoni, un po’ come le vesti. E a volte sono loro a farlo.

Suoni e vesti sono entrambi una cura rivolta a corpo e mente, rimedio a una stagione che indugia sulle membra coi modi freddi o accesi tipici del tempo che attraversa. Si sceglie di restare appesi, per esempio, alle corde di una chitarra, e ci si accorge presto dell’intensità che rivela il suo richiamo tenue o struggente a seconda del tocco. Con quel tocco il musicista si fa narratore e come un pittore dipinge sulla tela, disegna le sue opere sul silenzio, gli dà l’unico abito che il paradiso, posto che esista, può avere in Terra. 
Ho conosciuto Luca Falomi in un contesto particolare, molto suggestivo: la sala degli Affreschi del castello di Belgioioso, durante il Festival dell’editoria e delle arti Indipendentemente, promessa di scambio umano e culturale mantenuta con pienezza e generosità. Proprio in quei giorni, l’arte di Luca è stata una colonna sonora perfetta, una chiusura di evento a dir poco celestiale, vellutata. Mi è stato chiaro fin da subito: le sue note sono in grado di farsi voce, luce e armonia.
In questo caso la voce non ha bocca ma spiega il sottile bisbigliare di ogni animo, quando non sa restare indifferente a un richiamo. Poiché musica è anche sentimento, non si può escludere nulla in termini di immedesimazione o di ispirazione: sono doni preziosi e personali, che si sviluppano per contagio. Non sono identici per nessuno, godono dell’esperienza e della sensibilità di chi suona e di chi ascolta.

La musica parla per affinità, il suo è un parlato che non conosce limiti: include, non esclude, e carezza ogni cosa, anche ciò che non si può prevedere in termini di ricordo, nostalgia, immagine sospesa tra la realtà e i territori vastissimi della fantasia. Il mio abbandono ad essa è totale. 
Conosco ancora un po’ l’arte di Luca Falomi da un ascolto che ripeto più volte in casa, lontana dalle atmosfere dense del castello. Il suono viene dall’andare pigro di un cd e non sono poche le differenze che si palesano e distanziano nell’una e l’altra occasione; la mia, privata, e al chiuso di una stanza, non gode di espressioni e gestualità, né dello stupore di chi assiste da vicino al talento di chi sa dare vita a uno strumento. Proprio ad un cd è dato il torto di sottrarre al tutto una parte del calore originario; ma al contempo non è da sottovalutare il fatto di poter trovare e ritrovare ciò che già una volta si era considerato un dono, e che soltanto così può essere cercato ancora, a piacimento. Perché nell’album la chitarra è accompagnata da strumenti differenti: il suono di un violino racconta nostalgie che non si vorrebbe svanissero, e che si mescolano con altre sensazioni.

Si direbbe una musica meditativa, in alcuni punti; e poi spessa, impensierita, colma di ogni genere di antico ricordo, di incontro, e di sottile rimpianto. Una musica presa di slancio, pure con la morbidezza di intenzioni che l’accompagna.
Vi sono brani che evocano giorni spensierati e riverberi di sole a illuminare ombre spoglie, inerti. Brani che andrebbero ascoltati percorrendo vicoli, stradine familiari e lontane da ogni sorta di rumore, pur di assecondare un passo e un ritmo personale, a scandire umore ed esigenze: di sogno e di riposo, di un conforto da porgere a chi si vuole. Vi sono brani che sono notte fonda, magnetica. Di quelli che basta chiudere gli occhi e magari scorgere i contorni lontani e sbiaditi di una figura dallo sguardo imprendibile e una stanchezza lontana sulle spalle, e il gorgogliare di un fiume in sottofondo, mentre la figura canta un amore perduto. E ancora una schiena di donna e una luce lunare, un bar di periferia e uno scorrere di vite accalcate e dimenticate lì, ai margini di un vivere luccicante e vacuo, tutto apparenze, ma che nasconde una sostanza profonda di carne e di spirito. 

Sono di diversa natura i suoni e le ispirazioni che si incontrano. A tratti si ha la misura esatta di una fusione perfetta. In alcuni casi, invece, ciò che prevale è un distacco che non crea separazioni e non stride col proposito di un coinvolgimento sospirato. In un tale stato, è facile cogliere una varietà entusiasmante di colori e riflessioni, ad arricchire. Ognuno può portarvi una parte di sé, che come con la musica “in motu” non scompare, non prevale e non si confà a nulla che richieda forzature, così come dovrebbe essere quando si parla di espressione, di godibilità di un’opera e di un contesto. Si tratta del lusso di una scelta priva di scadenze e costrizioni: quello che si coglie quando si smette di affannarsi dietro obiettivi irraggiungibili, e che riconcilia coi grovigli e con gli atti di bellezza inaspettati: sono un dono e ci fanno dono di riflesso, qualche volta. 
Non importa sentirsi rotti, spezzati, in debito di ossigeno oppure in lenta risalita: siamo in buone mani poiché la musica sa, allevia, restituisce, cura, incanta: è il solo linguaggio che ci insegna davvero ad ascoltare.