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Tra i Maestri della Terra

Scritto da Domenico Logozzo.

Il secolo breve è stato lungo sotto il profilo dell conquiste.

Anche là dove gli stereotipi avevano la pretesa di scrivere la novella quotidiana, l’arte e la creatività hanno dato forma alla cultura. Oggi, molte loro espressioni, sono – o meritano di essere – studiate nelle scuole. Oltre alla solita solfa sulla parità negata, le cui distanze sono tuttora rilevanti, c’è il fattore della memoria. Da noi è corta come un plaid sulle gambe di un cestista. Ma certe storie di donne dei primi del secolo scorso sono utili a darle la scossa, a salvarne i gesti e le sfide civili dall’oblio. Calabria, Gioiosa Jonica, anno 1902.
Il diario di donna Gemma Incorpora Murizzi, una artista della creta e apprezzata fotografa, narra una di quelle storie che segnano il cambiamento. L’inizio della svolta. «Tu, figlia mia, sei femminuccia, non puoi fare quello che fa Nicolino», le diceva il padre, quando la piccola Gemma aveva solo sei anni d’età, e gli chiedeva di lavorare la creta come il fratello. Non ne poteva più di vedere il padre scultore che insegnava l’arte al figlio maschio, e lei con la calza in mano «perché mamma me la dava per lavorare». Un giorno pianse, volle essere messa alla prova, e il padre finì con l’accontentarla. Per Gemma fu l’occasione da non sprecare. «Mi sono sentita piena di forza con quel pezzo di creta…». Fece bene e stupì il padre.

Si era messa in gioco e aveva vinto. Ci sapeva fare, aveva doti creative e sapeva come esprimerle. Il padre andò di corsa a mostrare il lavoro di Gemma alla moglie: «Guarda cosa ha fatto la piccola, è brava. Farà il mestiere del fratello».
Differenza di genere superata. Iniziava quindi il cammino di donna Gemma nel mondo artistico. Niente più lavori con la calza in mano. Mani invece intente a modellare la creta, una vita di lavoro. Alcuni mesi prima della morte, il 17 novembre 1966, divenne Cavaliere della Repubblica. Cose possibili quando del lavoro vi era il culto, il rispetto, altro che il jobs act e asinate del genere. 
«Il lavoro mi dava forza, coraggio e orgoglio», scriveva nel Diario, pubblicato postumo nel 2002 dal comune di Gioiosa Jonica. Il percorso descrittivo curato dal figlio Gaudio, il prologo e l’epilogo dal nipote Giovanni Incorpora. Gemma era un’artista che guardava molto lontano, come conferma il nipote Giovanni: «In quegli anni cupi, di oscurantismo bellico, Gemma era luce non solo per la sua Gioiosa». Apprezzata nel mondo dell’arte e della cultura a partire dal conterraneo Corrado Alvaro, a cui aveva fatto pervenire alcune opere che lo scrittore di San Luca aveva gradito ed elogiato. «Quanta festa abbiamo fatto al Suo presepe» le scrisse, nel ’46. Festa fatta con i figli di donna Gemma, saliti dalla Calabria a Roma per consegnare la preziosa opera.

Lo scrittore aveva i doni di donna Gemma in bella vista nello studio, e il collega, Domenico Zappone, in un articolo sul
Giornale d’Italia, non mancava di darne uno spaccato. Nella sala dedicata ad Alvaro nella biblioteca di Reggio Calabria, vi è la ricostruzione dello studio «dove egli lavorava nella romantica casa, in via del Bottino, a Roma, presso Trinità dei Monti». Sul tavolo vi era una «piccola testa in creta, raffigurante lo scrittore, di Gemma Incorpora, colei che un giorno gli inviò a Roma pastori e maddamme perché gli parlassero della sua terra». E l’autrice era a tutti gli effetti un personaggio storico «tipico della Magna Grecia, in direzione Tanagra Gioiosa Ionica».
Nei ricordi del critico d’arte Alfonso Frangipane era «piccola, solitaria, nel segreto della sua vita, ed ebbe come i grandi una fede costante e una dedizione d’amore per l’idealità artistica. E sia benedetta» aggiungeva, «per le sue ansie, per le sue opere raggiunte o non realizzate, ma sognate sempre nella luce della sua terra». A riprova che la vocazione artistica non ha una forma sola, si era distinta anche come fotografa. Immagini che realizzava nel suo “artistico studio fotografico al magnesio”, come si legge sul retro delle foto, poi cartoline postali, di allora. «Con cinque figli da allevare,» ricorda il figlio, «in aiuto economico al marito, impiegato alle poste, si mise anche a fare la fotografa. L’attrezzatura era quella dei più antichi ricordi, con le macchine a soffietto e il laboratorio di sviluppo e stampa con gli acidi per fissaggio delle lastre».

Tra le vecchie foto ce n’era anche una realizzata in occasione del carnevale del ’29, ed è una immagine che parla di quanto poco servisse, al tempo, per essere felici, e fare felici anche gli altri. Ma vi sono anche altri scatti, a cavallo di tutti gli anni ’40, molto belli. Gemma amava tutto il bello che c’era. Amava la semplicità, e con garbo costruiva le immagini.
Se le mamme le chiedevano una foto alle bimbe senza vestitini, lei usava una delle sue creazioni di creta «per non farle vedere le parti intime». Come nel caso di Edera, una di quelle bimbe che oggi è una bella signora, che vive con il figlio in Sardegna. In estate torna in Calabria, ed è fiera di mostrare i ricordi di donna Gemma. «La prima foto che mi ha fatto è questa, con il gattino che mi copre. L’altra immagine della mia infanzia è quella con mia madre vestita da “maddamma”. Avevo due anni e mezzo. Per mia madre donna Gemma era la migliore».

Le fotografe, in quegli anni di pionierismo artigianale (mica i trucchi digitali odierni) erano rare, rarissime.
Si pensi a Rosa Gallucci, di Mammola: presentando il catalogo di una sua mostra, a L’Aquila nel Duemilaquattro, Dacia Maraini scriveva così: «Per una che ama la microstoria come me, queste fotografie sono davvero appassionanti. Mettono voglia di camminare per quei paesi. Di entrare in quelle case, conoscere meglio le famiglie, prendere dimestichezza con le storie di ciascuno di loro. È il miracolo che compie la migliore fotografia, mimando l’arte della pittura, ossia introdurci, attraverso la combinazione delle luci e dei volumi, dentro mondi e storie lontane che ci seducono per via ottica».