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Duemila Anni dopo Ovidio

Scritto da Mario Setta.

Ovidio, nato a Sulmona nel 43 a.C., ha rappresentato l’umanità nei suoi vari aspetti, pur accentuandone la dimensione amorosa.

Per questo, come lui stesso si definisce, è il magister amoris. «Ego sum praeceptor amoris» afferma nella Ars Amatoria. Il bimillenario della sua morte offre l’occasione per ripensare il ruolo della donna, spesso condannata all’annichilamento della propria natura a causa dei travisamenti delle diverse culture e diverse religioni. Se il Cristianesimo evangelico ha liberato la donna, la Chiesa->istituzione ha tentato, in un passato non troppo remoto, di schiavizzarla. Ridotta a merce, tanto da prescrivere nel matrimonio il debito coniugale per la moglie, e lo jus in corpus per il marito. In realtà solo diritti per gli uomini e solo doveri per le donne. Una morale lontana dagli insegnamenti e dagli atteggiamenti di Gesù. Ma, in altre forme religiose, la sessualità della donna viene negata e cancellata, eliminata fisicamente. Si pensi alle mutilazioni genitali femminili, contro le quali, anni fa, fu approvata una risoluzione congiunta del Parlamento Europeo – quell’Ente preposto a formulare indicazioni che poi nessuno segue – per porne la fine. E si tratta di mutilazioni come circoncisione, escissione, infibulazione, cauterizzazione. 

La storia della donna, è già stato detto milioni di volte, è una storia di ingratitudini, di repressioni e di violenze.
La donna come oggetto, come strumento e... come schiava. Ovidio è stato certamente un interprete della natura umana sotto la dimensione amorosa. Nulla a che fare con le tecniche o con le aberrazioni erotiche ma con un solo scopo preciso e dichiarato dall’inizio «…ut longo tempore duret amor» (I, 38), perché l’amore duri a lungo.
Nell’esilio, anche se è un «relegatus non exul» (Tristia II, 2), sembra pentirsi di aver scritto tanto sull’amore, essendone uscito con una
ricompensa funesta (pretium triste) e perfino esecrando il giorno della sua nascita: «Ecce supervacuus – quid enim fuit utile gigni?» – «Ecco l’inutile giorno della mia nascita; a che mi è servito infatti, essere nato?» (Tristia III, 13). Un uomo umano, troppo umano. Ed è questo che ce lo rende profondamente vicino. Come se volesse condividere ciò che tanti altri letterati d’ogni tempo hanno sottolineato, come Terenzio: «Homo sum: humani nihil a me alienum puto», o Sartre: «Nel mondo dell’uomo tutto è umano». E ci sono quattro versi, negli Amores di Ovidio, che sembrano ridurre l’amore al numero d’amplessi con le donne. Addirittura di coiti in una notte con la stessa donna, Corinna. Nove volte. Un numero che sfinirebbe qualsiasi maschio. Forse perfino i finti stalloni dei siti di dating online americani

At nuper bis flava Chlide, ter candida Pitho, 
Ter Libas officio continuata meo est; 
Exigere a nobis angusta nocte Corinnam, 
Me memini numeros sustinuisse novem.  

Ma questi versi non sono la dimostrazione che Ovidio sia un dongiovanni. Nell’opera di Mozart, su testo di Lorenzo da Ponte, Leporello fa l’elenco delle donne del padrone: «Madamina, il catalogo è questo delle belle che amò il padron mio: in Alemagna 231, 200 in Francia, in Turchia 91 in Ispagna sono già 1003...». Kierkegaard, nel Don Giovanni, si sofferma proprio sul numero Milletré: «Voglio solo lodare il numero 1003, che è dispari e casuale; la cosa ha la sua importanza, perché dà l’impressione che la lista non sia ancora finita». Se il rapporto uomo/donna assume aspetti statistici si entra nel calcolo matematico che nulla ha a che fare con l’amore. Che, per sua stessa natura, non è quantificabile.  Un simile argomento, anche se da postribolo, apre una delle pagine più tristi e drammatiche della storia della donna nei secoli e millenni. La donna è compartecipe, nel rapporto amoroso. Ma la sua dignità di persona umana è stata sempre sminuita, negata. Una non-persona. Solo con la Rivoluzione Francese, nel 1792 uscì un libro dal titolo Rivendicazione dei diritti della donna di Mary Wollstonecraft.
Ma è con Sigmund Freud e la psicanalisi che si cercherà di scoprire il “continente nero”, come Freud definisce la donna, l’impossibile comprensione per un uomo di conoscere la complessità della sessualità femminile. E sorge pure il dibattito sull’orgasmo femminile clitorideo e vaginale. Per Freud, la donna che rifiuta l’orgasmo vaginale, è solo una donna non cresciuta. Ma alla tesi di Freud risponde Anne Koedt, una femminista, con
Il mito dell’orgasmo vaginale (1941), che ne contesta la tesi. Quindi Carla Lonzi, nel 1971, spiega che l’uomo, per motivi di dominio, ha «imposto il modello di piacere vaginale». 

La rivoluzione femminista del Novecento ha cercato di affermare il ruolo e la dignità  della donna libera.Una rivoluzione che non ha conseguito risultati definitivi, ancora in fase di acquisizione.  Si sono verificati anche gesti di esasperazione, come quello di Valerie Solanas, amica di Andy Warhol, col libro S.C.U.M., manifesto per l’eliminazione dei maschi. D’altronde la donna non sembra tollerare le mezze misure perché non cerca la comprensione, bensì l’uguaglianza; non l’indulgenza, ma il rispetto; non la concessione, ma il diritto. Come è corretto che sia. Dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso sembra «difficile parlare di femminismo al singolare visto il precisarsi e consolidarsi di posizioni teoriche assai differenti tra loro. [...] Alcune femministe storiche prendono posizione contro gli sviluppi che considerano negativi del femminismo degli ultimi anni» osservano Franco Restaino e Adriana Cavarero, ne Le filosofie femministe.
Il femminismo non è più solo una rivendicazione di genere ma una affermazione della natura umana in quanto tale. La grande sfida dell’umanizzazione, con la pari dignità tra sessi, sarà vinta solo quando l’atto più nobile, più amorevole, più razionale, donato all’uomo per ri-creare la vita, non sarà più sottoposto alla deplorevole irrazionalità disumana, causa di efferate violenze sul corpo indifeso della donna. Luce Irigaray, che ha affrontato le tematiche femminili, sottolinea come la differenza tra uomo e donna  non è stata mai superata e che resta ancora autentico il mito della caverna di Platone: la donna prigioniera nella caverna e l’uomo libero fuori da essa. Come nel mito, è la donna stessa a spezzare le catene per uscire dalla caverna e conquistare la libertà. Teilhard de Chardin, filosofo e paleontologo, nelle sue opere non fa che presentare una società in cammino verso la planetizzazione umana, in cui «la pace si avvererà di sicuro; per una fatalità che è solo suprema libertà» e che «bisognerà decidersi a riconoscere nell’amore l’energia fondamentale della vita».
A quando l’utopia?


[Di recente ebbero di seguito il mio ufficio/Due volte la bionda Chlide, tre la candida Pitho,/Tre Libas; in una breve notte Corinna,/ricordo, pretese nove volte e riuscii]