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Il Vizietto del Mandolino

Scritto da Paolo Macchi.

Poeti ne abbiamo avuti, navigatori pure, ma a santi non ci batte nessuno.

Ne abbiamo avuti a centinaia, tanti che nemmeno sappiamo cos’hanno fatto in vita per essere già santi prima del tempo. Qualcuno lo è diventato nella tomba, agli altri ci ha pensato il mercato. Sì, gli affari. Sui morti non c’è solo il business delle pompe funebri, tantomeno se si va indietro nei secoli. E tra i nostri cari antenati c’è una bella tradizione di mani lunghe: alcune si dilettavano sulle cetre e sulle arpe, altre sul sacco della mandola, da sempre simbolo del furto. Si dice infatti che in una delle prime prodotte, un musico avesse occultato un vero tesoro. Niente bottino di truffa o d’agguato, ma un genere di furto che oggi non si usa più: la rapina di ossa. Il numero di beati, o presunti tali, ha aiutato la nostra e l’altrui arte.
Le reliquie erano cosa ghiotta, così ghiotta che fino Liutprando, il re longobardo, in visita alle acque Salvie di Roma, si profuse in baci – «mea basia fixi» – sulla zucca del martire Anastasio, e baci serrati al punto da portarne via frammenti con le labbra. E il vizio di rubare, nella prima metà del secolo VIII, era già antico. In ogni dove si rubava con fede e con pietà, all’ingrosso e al minuto, e la vendita era a rotta di collo, cantando odi e litanie, con i soldi in una mano e la spada nell’altra. Allora non vi erano i trattati di retorica per dare al furto un posto nelle varie figure, e un gesto clamoroso come lo spostamento di reliquie di uno o più santi era detto traslazione. Si davano atto, luogo, data, e partiva la festa.

Se ai fossori delle catacombe si pagava moneta sonante un posto accanto a un martire (cosa che tanti cercavano e quasi nessuno otteneva), si pensi avere una falange, una scapola, una scheggia di costola o un femore del beato estinto. Basta leggere i graffiti sul tufo in S. Callisto per capire che pellegrini e preti di tutto il mondo hanno detto la messa lì dove pare ci fossero le ossa di Sisto II, e le hanno cercate per fargli un omaggio devoto, e pio, per carità, ma che gioia se avessero potuto abbracciarne anche solo una manata! In un attimo sarebbe finita nei santuari del nord, del sud, in dote alle figlie di conti e duchi, pegno di pace tra potenti, prezzo di grandi favori di principi e re, manco fosse un topazio o un rubino. E quel giorno lo avrebbero chiamato il dì della traslazione.
Abili suonatori di mandolino hanno dato concerti a tutto spiano, e che tripudio in quelle date, e i papi costretti a fargli concorrenza per mettere al sicuro la sacre ossa. Tombaroli S.p.A. con licenza di furto. Il 23 novembre nel 962, il custode della chiesa di S. Epifanio, nella quale riposavano le spoglie di un vescovo definito padre della patria con la tipica enfasi fascio-clericale, vide che la metà di esse aveva preso il volo. Mano alle campane e suonata a stormo.

La voce si diffonde in un attimo: ci hanno ciulato padre Epifanio. Il caos arriva alle orecchie di Ottone I l’imperatore, che non si era ancora svegliato del tutto. Questi ordinò di cercare e di frugare dovunque. Ogni casa e ogni stalla fu ribaltata, ogni angolo frugato, e quando tutte le speranze furono spente, deposto ogni fervore, e creduto il ladro oramai lontano, Ottone avviò con calma le ossa rubate a Hildesheim, per mezzo di un canonico, e là sono tuttora. Dato che buon sangue non mente pure Ottone III, che aveva appreso il mestiere dal nonno, ci mise del suo. Nel 999, di rientro da un viaggio di penitenza sul Gargano, a causa di certi suoi peccatucci, passò da Benevento, e chiese gli venisse consegnato il corpo di S. Bartolomeo apostolo, conservato nel duomo della città. Seguì un notevole imbarazzo, perché non era facile dare il due di picche a un simile ospite. Ma d’altra parte, come rassegnarsi a dargli un tesoro del genere?
Alché un furbo propose di dargli S. Paolino da Nola spacciandolo per l’apostolo. Fu così che Ottone III andò a Roma a far festa: a S. Paolino toccarono gli onori di un collega più illustre, ma in fondo i santi son poco gelosi tra loro. Un bel giorno Ottone III, a detta degli storici, scoprì di essere stato gabbato, tornò a Benevento con intenti meno carini, e se ne andò solo quando un musico uscì dalle mura a pregarlo di interrompere l’assedio al suono di un mandolino. Per non essere da meno, i mercanti di Bari in viaggio di affari a Mira, nella Licia, nel 1085, vollero portare a casa un souvenir locale, e la preda fu S. Nicola. Da principio dissero ai monaci che era il papa a volerlo ma quelli non se la bevvero, tant’è li presero e li legarono come sacchi di juta, quindi fatte le debite orazioni e cantate litanie che in quel genere d’imprese non mancano mai, uno di loro allungò la zampe sul santo, spinto «da una forza celeste a prendere, a prendere».

Dopo una rotta cieca sul mare in tempesta i rapitori, guidati da forze celesti, presero terra a Bari, accolti dai cittadini in festa, a loro volta avvertiti in sogno di un evento speciale. Va da sé che dieci anni più tardi i veneziani sbarcati a Mira, salparono con un corpo di S. Nicola con tanto di iscrizione greca, e tutti lieti se lo portarono a casa. Com’è ovvio da allora veneziani e baresi pretendono di avere S. Nicola tutto per loro. Fanno scuola, quindi, Rustico di Torcello e Buono di Malamocco, che ad Alessandria d’Egitto ci vanno con il preciso scopo di trafugare le spoglie di S. Marco, ma non sapendo dove si trovano le ossa dell’evangelista, si mettono a scoperchiare una ad una le arche. A un tratto gli appare S. Marco, evidentemente voglioso di cambiar il luogo di villeggiatura, addita un cadavere steso a terra e dice che gli appartiene: lo prendano e lo portino dove potrà essere venerato. Fuga a vele spiegate, e in alto mare una nave li accosta: sono i turchi, doganieri. Per far sì che non abbiano sospetti, coprono il corpo con carne suina, e alla domanda «cosa avete in quelle ceste?»rispondono «carne proibita dal Corano», e quelli a turarsi il naso e a torcere il viso, e i due gaglioffi a pizzicare la mandola in segno di saluto. La tradizione potrebbe aver un seguito illustre, dal bravo e pio Federico Barbarossa, il cui rubalizio si spinge alle spoglie dei Magi al giro di vendite, acquisti e donazioni che sta attorno alle spine della corona di Gesù, su cui non è pensabile dare fiducia alle coordinate. Quanto ai corpi, vattelappesca sapere dove saranno finiti. A capirlo non ci vorrà meno della tromba del giudizio universale, sperando che anche gli angeli non suonino il mandolino.