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La Gioconda della Letteratura

Scritto da Debora Mancini.

Leggenda vuole che anche Montale abbia ceduto al fascino delle gambe di una donna per scrivere una poesia.

E una poesia tra le più sognanti della letteratura. Siamo abituati infatti a considerare gli scrittori non come uomini, ma come entità statiche, imperturbabili, che scrivono di emozioni, le conoscono e le rendono eterne nei versi di una poesia cesellata nel diamante, ma ci resta difficile pensare che le abbiano vissute davvero sulla loro pelle. È davvero impossibile suscitare un’emozione forte nel lettore se non si è vissuta in prima persona. Le parole di chi si aggrappa alla vita, di chi la consuma di forza entrano dentro senza chiedere il permesso: stravolgono l’anima in maniera brusca, come una tegola che ti cade in testa e ti apre la mente, o con modi talmente dolci che quell’anima si polverizza in mille coriandoli colorati. Ci affezioniamo ai personaggi narrati in una storia o in una poesia, e ci affezioniamo allo stesso modo anche all’autore.
Forse, è questo il tesserino identificativo dell’artista.
Sapere che anche Montale abbia sentito il mal d’amore, e vissuto il furore della passione, fatto gossip con gli amici e sì, anche il fatto che abbia chiacchierato di cose “da ragazzi” con l’amico di scorribande Roberto Bazlen, sapere tutto questo rende Montale non solo un intellettuale da studiare, ma una persona come noi, che ha avuto l’onore di saper raccogliere l’emotività di tutti e renderla universale. Nessuno meglio di Montale può sdoganare il cliché dell’intellettuale annoiato e fuori dal mondo. Premio nobel nel 1975, è una figura presente nella letteratura italiana di tutto il Novecento: dalla sua penna sono scaturiti capolavori come Ossi di seppia, Le Occasioni (considerata la raccolta poetica più bella e più importante di tutto il XX secolo), La bufera e altro, Xenia, Satura.
È anche un uomo attivo nell’ambito della politica: è un dichiarato antifascista e nelle sue poesie, spesso, riverserà il suo disprezzo per la politica di estrema destra e anticiperà anche quel senso di preoccupazione e di angoscia opprimente che sarà proprio della popolazione italiana subito prima dell’ascesa del nazismo. Un vate, ed è noto che gli intellettuali sono ipermetropi e vedono alla perfezione anche da lontano. Come uomo invece, si lascia spesso coinvolgere dalla passione: le sue Muse saranno fonti di ispirazione imprescindibili e fondamentali per la sua arte. 

Nella poesia Dora Markus si fondono i tre volti di Montale: il poeta, l’antifascista, e l’uomo. E l’occasione nasce da un episodio insolito e goliardico, che vede protagonista l’amico Roberto Bazlen, talent scout di Svevo e fondatore della casa editrice Adelphi molti anni più tardi. 
Il 25 settembre del 1928 Bobi spedisce all’amico Eugenio una foto delle gambe di Dora Markus, chiedendogli di scrivere una poesia ispirandosi a quella bellezza: «Gerti e Carlo: bene. A Trieste, loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus». Montale non aveva mai visto Dora Markus, se non attraverso quella foto, e aveva potuto intuire qualche dettaglio della sua persona attraverso i discorsi dell’amico. Era un’amica di Gerti Frankl Tolazzi, la cui figura sarà resa eterna in un’altra “occasione”,
Il Carnevale di Gerti. L’episodio relativo alla composizione della poesia è del 1928, ma Montale dichiara più volte di aver scritto la poesia nel 1926.
Da questa contrapposizione possono venire fuori due interrogativi: o Montale ricorda male, ma pare che del 1926 fosse sicuro, oppure mente; nel caso in cui prendessimo per vere entrambe le informazioni, come si possono far coincidere le due cose? L’arcano è presto svelato: Montale aveva già scritto il testo della poesia, che ovviamente difettava del titolo e non era mai stata pubblicata. Bisogna chiarire che ci riferiamo, comunque, alla prima parte della poesia; la seconda parte sarà aggiunta ben tredici anni dopo, nel 1939. 

Il testo – manoscritto – appare sulla terza pagina del Meridiano di Roma nel 1937. In basso compare una nota, in cui si rimanda ad un’altra pagina per leggere la trascrizione del testo della poesia: è una trascrizione di servizio per consentire agli editori di leggerla, ma è di fatto una nuova redazione.
L’editore fece comunque un tiro mancino a Montale, pubblicando il frammento del testo, che il poeta voleva conservare per sé: per questo motivo decise poi di inserirlo ne
Le Occasioni. L’ultima edizione critica dell’apparato è datata 1980, e Montale muore due anni dopo: l’autore, quindi, è ancora vivo al momento della sua stesura. 
Probabilmente, Dora Markus si identifica con Irma Brandeis, americana, di una ricca famiglia ebraica di origini austro-boeme. La sua figura ne Le Occasioni sarà fondamentale: avrà il dono di essere un angelo caduto sulla terra per guidare il poeta nel trovare il senso della vita, perso dietro ai drammi storico-politici del proprio tempo. E forse, come sovente accade nelle poesie di Montale, c’è una sovrapposizione di più donne nella costruzione di un modello ideale: quello di Dora Markus è costruito sulla figura di Dora stessa, di Irma Brandeis e della stessa Gerti. La fusione di personalità così diverse dà vita ad un personaggio dalla psicologia irrisolta, fragile e forte al tempo stesso, carica di fascino e di mistero: Dora è una sorta di Gioconda della letteratura. 

Enigmatica è anche la primissima parola del primo verso: «Fu». 
Cosa, o chi, fu? Non esistendo un reale soggetto di riferimento, abbiamo due opzioni: il verbo è legato o a «additavi la tua patria vera», o a «le tue parole iridavano». Essi sono infatti gli unici elementi non collegati ad altro, dunque papabili soggetti. Oltre a queste due opzioni, c’è la possibilità, da non sottovalutare, che l’autore non voglia dire cos’è che fu.
L’entrata
in medias res rende la composizione inserita in un’atmosfera fumosa, non identificabile, coerentemente con la figura della protagonista della composizione poetica. Riusciamo a risalire a un dato concreto, il luogo in cui la scena descritta si svolge. Attraverso un’indagine filologica, tiriamo fuori dalla poesia due dettagli fondamentali: Porto Corsini e una città «lucida di fuliggine». Grazie a Porto Corsini intuiamo che si tratta della città di Ravenna e, se studiamo la mappa della città, notiamo che il canale di cui si parla finisce in corrispondenza della ferrovia: in quel periodo i treni andavano a carbone et voilà, ecco che il sintagma lucida di fuliggine si fa più chiaro. Altri due elementi confermano che la città di cui si parla sia Ravenna sono «l’antica vita» che «si screzia in una dolce ansietà d’Oriente», e «le scaglie della triglia moribonda». Come si collegano questi due elementi con Ravenna? Quale tassello li unisce e completa il puzzle?

Ravenna fu sotto l’Impero bizantino dal 540, quando venne conquistata da Belisario, al 751, quando cadde in mano ai Longobardi. Giustiniano decise di ristabilire il dominio imperiale in Italia e scelse Ravenna come capitale dell’Esarcato d’Italia, il territorio bizantino d’oltremare. Cominciarono a sbocciare i fiori della cultura orientale nella città, ossia delle basiliche monumentali come quella di San Vitale.
Montale inoltre scrive, con un’abile gioco di sinestesia, che le parole della donna si “iridavano”, in concreto assumono i colori dell’iride e dell’arcobaleno. La donna nel mosaico, infatti, si manifesta per iridescenza, cioè tramite la luce che colpisce le tessere del mosaico proiettandone i colori sugli occhi di chi la guarda. Qual è l’ulteriore connessione che esiste, dunque, tra Ravenna, il mosaico, l’Oriente e la figura della donna? Con chi può identificarsi questa misteriosa figura femminile?
La poesia è composta nel 1926 per Teodora, moglie di Giustiniano; nel 1928 Montale ha deciso di finirla e intitolarla Dora Markus, giocando sull’assonanza dei due nomi: Teo-Dora. La patria invisibile è infatti Costantinopoli.
Dora Markus è nata dunque dalla fusione di tre donne autentiche, ma che subiscono un processo di astrazione così forte da entrare nella leggenda. L’enigmatica figura femminile si palesa nella seconda lassa. È descritta dal poeta con la sua fragilità, nella sua inquietudine, nel suo cercare di aggrapparsi a una filosofia nichilista per resistere a una vita che non le dà serenità.

Resistere è stata scelta come variante solo dopo aver inserito il verbo esisti all’ultimo verso, quindi per ragioni di rima. È una rima importantissima: rima tecnica, rima ricca, rima derivativa e rima inclusiva, racchiude forse tutto il senso della poesia. A lungo al posto di “resisti” faceva capolino un “sopravvivi” che chiarisce il turbamento dell’anima di Dora, che non vive, ma sopravvive. Dora si affida al destino sapendo che si tratti di un destino di morte.
I presagi negativi sono anticipati dalla “primavera inerte”, un costrutto quasi ossimorico: la primavera, con il suo clima tiepido, con il suo germogliare, e con i suoi colori indica sempre una rinascita dalla desolazione dell’inverno, ma non in questo caso. Le primavere montaliane sono come l’estate di San Martino di Pascoli: illusorie, cattive, danno una speranza che non c’è effettivamente nella realtà. E a
nche la «triglia moribonda» è evocativa. Il pesce è colto nel momento della morte: anche nella morte soffre in silenzio, non ha voce, va incontro al suo destino senza lamentarsi. Così fa Dora, che è animata da una inquietudine che rimane in superficie, e che viene scavata più a fondo solo dal poeta. Ogni speranza di cambiamento per lei è spenta, il suo destino è quello di brancolare senza meta, come gli uccelli migratori che sono attratti dalla luce dei fari come fosse quella del sole, un barbaglio che si rivela vano, che anzi diventa un urto. Nonostante sia stremata dagli urti della vita, Dora resiste, ferita e disillusa, tradita dalla stessa esistenza. Il lago d’indifferenza del suo cuore è una metafora che dimostra la grande cultura di Montale. In primo luogo, il lago del cuore è una perifrasi usata da Dante nel I canto dell’Inferno; inoltre, sotto il punto di vista scientifico esso sta ad indicare la cavità del cuore in cui si raccoglie il sangue. Il lago d’indifferenza rimanda anche alla Carte de tendre in cui, tra i rischi che corre l’innamorato, vi è quello di imbattersi nel lac d’indifference, che rappresenta l’ennui. Dora si affida al destino e i piccoli oggetti che la accompagnano nel quotidiano lo dimostrano, come gli amuleti portafortuna.

Un tocco di dolcezza è dato dall’inserimento degli elementi essenziali del suo maquillage, della matita delle labbra, del piumino per cospargersi la cipria, la lima: anche in questo clima così avverso, Dora non rinuncia alla sua femminilità, ai suoi vezzi femminili.
L’origine moesta et errabunda di Dora, la sua nostalgia per la terra d’infanzia la spinge a ricercare continuamente una Terra Promessa che non troverà mai. E gli antenati, i cui sguardi severi e fragili la contemplano, anticipano già il suo futuro. Montale, volendo, avrebbe anche potuto non inserirla nella raccolta, ma la storia di Dora si allineava perfettamente alle leggi razziali, con cui l’Italia aveva accolto la politica di discriminazione della Germania nazista. È anche per questo che deciderà di inserire dopo tanti anni la seconda parte di Dora Markus, che toglie un po’ del mistero che la aveva avvolta nel componimento del 1928 per spiegare qual è il suo dramma. L’angoscia esistenziale della donna viene inserita in un contesto che tiene conto delle novità storiche, ma Montale mantiene il titolo originario: il fatto che queste anime peregrine abbiano un nome contribuisce a circondarle di un’aura di leggenda e le predispone a sviluppi romanzeschi. È un femminile che si avvicina a quello di Petrarca, perché è costruita sull’elemento dell’assenza: quando è presente, è un’anima sfuggente, quando è assente tormenta il ricordo del poeta e si carica di magia, attraverso elementi come gli amuleti o il topo bianco d’avorio. Dora è una figura emblematica perché «la sua assenza può caricarsi di tante presenze». Dora ha un’identità fragile, subisce l’estraneità del mondo reale nel suo mondo interiore, sconta il conflitto tra la precarietà della sua esistenza privata e i regimi totalitari che controllano la vita collettiva. Dora è un’occasione che si incarna, è un incontro che significa separazione: a lei non è riservato il diritto della serenità, ma è costretta a essere una nomade in viaggio perpetuo, «persa a cercar per sempre quello non c’è».