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Indietro Tutta!

Scritto da Enrico Fontana.

Dai tempi dei “Cesari”, la penisola è sempre in campagna elettorale.

Come sia passata dalla grandeur imperiale ai nani attuali è storia. Indubbiamente anche allora c’erano rimostranze, ed è probabile che nel fragore della folla anche i gladiatori, al posto della formula ave Cesare, morituri te salutant, urlassero «a' Cesare, ma vaff...», mai però si erano toccate le vette odierne. Ora ci si batte in tivù, dove l’esortazione poco galante non ha più effetti dirompenti, anzi, è quasi posta a mo’ di invito, che siamo civili, evoluti, e mitizziamo anche Germano Mosconi. Di tanto in tanto entrano a gamba tesa, in base agli stati d’animo, ma soprattutto ai trafiletti che li riguardano, la Cei, che sente il dovere di guidare le anime purché non mettano il naso negli attici dei cardinali; l’Istat, per cui la città con la più forte economia sommersa è Atlantide; e il partito, che paga il deficit dei giornali e non tollera che altri se ne possano servire. Non a caso gli infortuni della stampa sono all’ordine del giorno, che non è solo il nome di un quotidiano decaduto. Sopra a tutti, ci sono i leader. Le loro dichiarazioni avvengono ormai tra microfoni e nastri dei reporter che si accalcano contro la cintura di “gorilla” che li protegge da chi li ignora (le inquadrature sono in primo piano perché oltre ai cordoni di sicurezza non c’è più nessuno), o li cerca per ringraziarli proprio come i gladiatori. Muovono le masse, ma solo perché con loro si muove anche una flotta di leccapiedi, portaborse e cronisti, polizia, vigili e tutori dell’ordine, e una loro visita in città fa lo stesso baccano di una finale dei mondiali di calcio – anche per il livello intellettuale. E questo è il problema più urgente: più ancora della miseria etica c’è quella cerebrale, e il popolo è parte lesa.

«Ce lo chiedono gli italiani» non fa neanche più ridere; serve altro, serve «se perdo, me ne vado», detto prima a Destra e poi a Sinistra, perché ci piace l’equilibrio. Ecco che, in quell’istante, «ce lo chiedono gli italiani» torna utile, altrimenti sfugge la poltrona, ma siccome non fa più presa, va cambiato con «andarsene è vile. Io resisto, per non dare in mano il Paese ai populisti». Che senso dello Stato, che ardimento! È un grande sacrificio e come tale è dipinto dai media a cui il leader paga lo stipendio, e guai a chi insinua: è in cattiva fede. La plebaglia si sa, è malevola, ma se dici di essere contro i populismi che ci fai a braccetto con la Lega? La Lega non era quella di Roma ladrona, del separatismo? Negli anni ’90 i suoi adepti cantavano «siamo la Lega lombarda e abbiamo un sogno nel cuore/bruciare il meridione», e poi giù in Africa a nascondere i diamanti dai negri. La plebaglia, quella che parla per frasi qualunquiste, ha visto Forza Italia, PDS, DS, Ulivo, Margherita ed ex maschere del PD fare a pezzi la nazione fino a svenderne la sovranità. In tal modo han dato fiato agli estremismi di Destra, che se già c’erano prima, grazie alle mosse dei caciottari al governo sono uscite rafforzate. Può darsi che agli occhi di tanti inutili intellettuali 2.0 – capaci nei discorsi e inetti a gesti – piaccia più un discorso crociano, e magari da me se lo aspettano pure, ma se dicessi che l’allegoria della forza politica è l’unione intrinseca e arbitraria di due fatti spirituali e identitari, dove da un lato vi è un concetto di idea e di ideologia e dall’altro un concreto arsenale di intenti che danno frutti secondo la bontà delle idee e la coerenza delle ideologie, sarei bello e sterile. Mi starei antipatico da solo. L’allegoria, d’altra parte, andava bene in quel miscuglio di romanità e germanesimo che è stato il medioevo, in cui la fantasia era gagliarda e il pensiero coltivato e tradotto in atti fin troppo alla lettera. Il III Millennio ha bisogno di stasi rivestita di azione; la nostra realtà, infatti, teme chi tenta di mettere in pratica le idee, e si affretta a bollare chiunque operi in tal modo: è un fascio, è un maoista, un golpista, un matto, un tipo pericoloso. Lo erano i radicali, con i cannoni farciti di erba e le politiche dell’indulto (semplifico, come semplifica il potere per dare ai cittadini l’immagine distorta di chi gli è scomodo); lo era perfino la Lega all’inizio, che «aiuto, la secessione!», però Maroni finiva sulla poltroncina di Ministro dell’Interno. Ce lo vedete un Ministro dell’Interno, ossia dell’Italia tutta, e unita, che lavora per la secessione? Solo in un manicomio, e noi siamo un manicomio a cielo aperto.

Adesso è il turno dei Cinque Stelle: scie chimiche, ignoranti, e incapaci, e giù titoli che spettano a chi ha disintegrato la quinta economia al mondo. E non si tratta dell’asteroide del Buondì Motta – una delle poche réclame indovinate degli ultimi anni. Ci sono responsabilità precise, cognomi, sigle colluse che attestano la cialtroneria. La colpa è una dinamica sociologica chiara fin dagli studi di Freud, che spiega l’identificazione dei ribelli con il potere contro il quale si ribellano.
Ebbene, a quei clown non interessa il voto in cabina elettorale, al contrario, la classe dirigente responsabile del macello si dà un sacco da fare per apparire ogni giorno più folle, distaccata dalla vita reale, insufficiente: ha capito la dimensione del rischio che può venire da una ventata casuale di coscienza o un voto di protesta generalizzato. Così cerca di allontanare quanta più gente può dalle cabine elettorali, per essere certa di avere quella ventina di milioni di “clienti” a legittimarla sulle poltrone che contano, dalle quali dispensare a cascata benefici ad apostoli e seguaci della prima o dell’ultima ora. E appena possibile sotto con la recita: io sono di Sinistra e tu non sei niente; io sono di Destra e tu mangi i bambini; io sono con l’Anpi, evviva falce e martello; io sono per la patria, la falce la darei sulla zucca di chi vuole confondere le culture fino a disperderle; io sono di qua, io sono di là, però tutti assieme indietro tutta, che solo così abbiamo la fortuna davanti.