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Quattro Ruote di Retorica

Scritto da Livio Ottini.

Confucio diceva che a fare il lavoro che si ama, non si lavora un solo giorno in tutta la vita.

Credo di averne uno del genere, ciononostante è difficile che riesca ad aver un giorno libero durante la settimana. Ogni tanto, lo ammetto, accade. Circa una o due volte l’anno. L’altro ieri ce l’ho fatta, e per poco non mi arrotano con l’auto, anzi, con uno di quei cassoni smisurati che ti aspetti sempre guidati da Hulk, o comunque da energumeni che nel vano di una utilitaria non riuscirebbero a infilare neanche una coscia. Sogni un incontro ravvicinato del 3° tipo con le tue icone di fanciullo, ma l’ironia è ingenua e dura poco: dai Suv vi scendono più che altro pigmei, donne tutte nervi che lo usano per andare a prendere i figli fuori da scuola, o baldi giovani reduci dal bar o da un ufficio ad un paio di isolati. Quello che mi ha dato una spintarella con il suo era un tizio vestito di nero, con la valigetta nera, le scarpe nere, i capelli tinti di nero, lo sguardo e l’umore anche. È sceso e mi ha detto di non dormire in piedi, che non tutti hanno i riflessi pronti come lui. A dirla tutta ero a bordo strada, o meglio, viuzza, perché in un abitato di ottocento anime strade vere non ce n’è, o almeno strade come le intende la mappa cartacea, quella di google, ma non l’immaginario del pilota di elefanti a motore.

Camminavo a due spanne dai cancelli, e dalle foglie rosse di autunno che uscivano dai giardini; il marciapiede non c’era perché, in un vicolo, il buonsenso sopperisce alla carenza. Invece il tizio m’ha dato una botta col suo pachiderma e mi ha pure avvisato: la “strada” non è luogo da pedoni. E dovunque ci sia una lingua d’asfalto ci sono più auto che uomini. L’ho notato appena uscito dal vicolo che a sua volta si immette in una via più larga, forse la più larga del paese, benché non superi i dieci passi da bordo a bordo. Da quel momento mi sono guardato in giro con occhi diversi, cercando i punti di appoggio perduti. Mi sono seduto su una panchina ricolma di foglie: lo strato che copriva le assi della seduta era tanto spesso che nemmeno il vento era riuscito a spazzolarle via, probabile che nessuno la usasse come sosta da giorni o da settimane, chissà. Tant’è, vi sono rimasto fermo una buona ora e non ho visto passare un’anima a piedi. Solo automobili, una dietro l’altra, ma di uomini e donne a piedi manco l’ombra. Li vedevo uscire dai giardini, dai palazzi, salire sui loro mezzi e partire. Per giunta verso luoghi vicini, perché nell’arco di pochi minuti rientravano con la stessa fretta di prima.

E nervosi, nervosissimi, che nel frattempo il posto sulle strisce l’aveva preso un altro e dopo due tour del quartiere e una vana attesa – a motore acceso – sgommavano via rabbiosi, dopo aver dato un saggio di Mozart con il clacson. E io che gli ho sempre preferito Beethoven. In sessanta minuti non un cane portato a spasso, non una donna con la borsa della spesa: niente. Un gruppo di ragazzi chi con lo scooter, chi con il motorino, mi ha guardato come fossi un barbone, o un povero disperato che piangeva la sue disgrazie in solitudine. Dov’era la specie umana? In casa. Davanti alla tivù, al computer, a un cellulare, a farsi salvinizzare da Rete4, connessa col mondo ma a distanza da chiunque, ognuno nel proprio guscio. 
Non sono anziano ma ricordo, quand’ero piccolo, le vie popolate di gente, di bocia chiassosi tra i quali c’ero anch’io, e un fervore che era indice di vita. Non c’era quel tanfo tremendo nell’aria, il tanfo delle benzine, dei carburanti combusti, del calore sviluppato dai motori. Non c’era quello stacco che contrappone i gipponari e i signori delle berline alla plebaglia che ronza sulle Panda. Chi li conosce quelli là? Ora non ci si conosce più neppure tra vicini di casa. Si va, si viene, perfino il saluto è un gesto più vuoto. È un atto di routine, una cortesia spinta fuori spesso a fatica. Eppure era così importante sapersi gli uni vicini agli altri, perché la vicinanza è l’essenza di ogni comunità che si rispetti. E il rispetto non nasce da una tesserina di amico in un social, no, il rispetto cresce de visu, faccia a faccia, corpo a corpo, e c’è tutto un ambiente teso a favorirlo. C’è un ambiente che devastiamo di giorno in giorno, bruciandolo come il gasolio. Poi però tutti a fare la danza della pioggia perché l’inquinamento ha superato i livelli di guardia e le polveri sottili ci fanno ammalare, mettono a rischio il futuro delle nuove generazioni. Cari professori di retorica, la vogliamo finire di lanciare allarmi e pensare sul serio ai nostri figli?

Inventate pure le auto ad acqua, o a batteria, fate in modo che le emissioni si riducano, però piantatela di riempire le colonne dei giornali con la scoperta dell’acqua calda. Mangiamo pesci radioattivi, polli gonfi d’antibiotici e non parliamo dei suini; verdure sui cui la pioggia ha rovesciato metalli nobili e ignobili, radici e sorgenti sono contaminate: cosa deve ancora capitare per convincerci a invertire la rotta? Auto e moto sono una goccia nel mare ma indicano una tendenza, un mood che se prenderà piede non darà occasioni di ritorno. Il malato, fino a quando non è terminale, è curabile.
Abbassare il tetto degli obbiettivi è alzare la qualità della vita. Non si può stare in casa al freddo, ma neppure con una temperatura tropicale, e se adesso arrivano gli uragani e si diffonde il panico perché manca la corrente elettrica, e quindi il riscaldamento? Fessi noi, a buttare via le stufe!
Ah, dicono quelli che ne sanno, la stufe andavano a legna, e la legna combusta fa male. Bravi, allora riempitevi di pellet, che è sempre legna con l’aggiunta – aggravante – di resine artificiali. Paladini della salute unitevi, che il business ci dà la soluzione peggiore. Eh, dicono ancora quelli che al benessere non ci rinunciano, ma la legna per le stufe costa, la puoi mica fregare in campagna. No che non puoi, però un tempo ce n’era per tutti. Abbiamo rapato i campi e tagliato ogni sorta di ciuffo, ché era impegnativo curarli, così come lo era potare i filari di gelsi, salici e ontani che consolidavano le rive dei fossi; e da quei tagli di legna ne usciva per interi paesi. Ognuno aveva la sua riserva, in una o più cataste. L’incolto, con tutti i vantaggi per flora e fauna, è sparito; l’aspettativa di vita è più alta solo grazie alle medicine. Il pane, il riso, il latte, la soia sono inquinati da ciò che l’uomo butta, scarta, produce, laddove per migliaia di anni non ha fatto altro che preservare.

Uh, allora torniamo alla pesca con la canna, alle mondine con le gambe a mollo fino al ginocchio protesta, puntuale, il saputone. Che manca in pieno il bersaglio, e preferisce drogarsi di pesticidi, riempire fiumi e mari di plastica e di veleni, «tanto di qualcosa si deve morire». Oh, continua, e in bici ti muovi tu; io c’ho la macchina. E il cellulare, e se li hanno inventati e mi agevolano li uso, okay? Tu vai pure a fare l’ecoterrorista ma il mondo va avanti, cambia, e non siamo noi a decidere in che modo. È questione di sopravvivenza.
Non pensa, il tapino, che sopravvivere è radicalmente diverso, in approccio e in valore, dal verbo vivere.
Sceglie la soluzione estrema, di rincalzo, d’emergenza, per adattarsi anziché fare circuito e interagire con gli elementi, in modo tale da adattare le parti ai rispettivi bisogni. Egli pensa con la testa degli altri invece di attivare la propria, convinto che sia l’unica opportunità. È una questione culturale: finché non ci si ficca nel cranio che rallentare non è regredire, che i sani costumi fanno fare meno soldi ma danno più futuro, e sono progresso anziché una resa, si andrà incontro beati e incoscienti alla fine.