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Piano Americano

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Se le parole avessero una sola ispirazione, un solo punto di arrivo, non si avrebbe cultura sufficiente per comprendere quanto sia necessaria a chiunque la molteplicità.

Occorrono variazioni di intensità, di tempi, di luoghi immaginati e visitati, di storie da raccontare affinché sia possibile trarre da un solo fatto, da una sola anteprima, dagli eventi che nessuno aveva previsto, un insegnamento qualsiasi.
La ricchezza è tutta di chi assiste al tempo, e di quest’ultimo conserva le coordinate, i più remoti accessi. C’è poi chi riesce ad accedere al ricordo, conservando con cura ogni particolare giunto a colpire animo ed intenti. E c’è chi sa tramutare in racconto un istante di vita concentrato in pochi respiri o dilatato mille volte, in un circolo vizioso, in un abbraccio senza interruzione. Si prenda un libro, per esempio Piano Americano di Antonio Paolacci, e si ringrazi a lungo l’autore per le sensazioni che pagina dopo pagina ha saputo destare, stuzzicare, rinverdire, rincorrere. Si legge e ci si accorge di quanto non vi sia un solo tempo sbagliato, una sola parola che appesantisca un insieme affatto sobrio, ma per nulla eccessivo: vi sono tutti i colori e gli slanci di una vita che si definirebbe piatta, monotona, già morta nell’atto stesso dell’esistere, se non fosse costellata di tanti sentimenti contrastanti; perché siamo sentimento, e lo siamo fino in fondo. E chi pensa che sia un male, una cosa appiccicaticcia e invadente, non ha letto Paolacci. Il Paolacci uomo e ragazzo, padre e non-ancora-padre, il Paolacci caduto nell’amore, come dicono gli inglesi, che per amare la sua Paola non sa fare altro che guardarla, ammirarla, e non tentare nemmeno di superarla: la posa con dolcezza e con tenacia nel suo romanzo, e la rende umana, così bella proprio perché donna piena di coraggio, donna con cui condividere silenziose intese. Ecco la tenerezza, pure priva di dolcezze traboccanti. 

Il protagonista della storia narrata non è uno, sono tanti: capiteranno il doppio e l’alter ego, i flashback, le note che già da sole costituiscono un filo sapientemente intrecciato, che svelerà impressioni e retroscena. Non mancheranno uomini coi modi di donna, esistenze lanciate oltre il confine d’una presunta normalità: dall’incontro con questi ultimi si imparerà il peso esatto e necessario della tenerezza, e la dolcezza di chi potrebbe pure soccombere alla cattiveria intravista e vissuta, usare un trattamento uguale e raddoppiarlo per puro senso della disfatta, così difficile da sopportare; e invece ha ancora la forza di risollevarsi e di tornare a galla, di uscire di scena con tanto di guancia rigata da una lacrima. Ciascuno di noi conquista a fatica e con gioia il proprio posto nel mondo; e fosse anche un pezzo minuscolo, quel perimetro è sacro – e vitale. È una culla che a volte resta intima e immaginaria, destinata a movenze figlie di una penna che non vuole saperne di avanzare, non vuole saperne di fermarsi e mettere un punto all’intera questione. Il fulcro del discorso è quasi sempre decentrato: la rivelazione arriverà, ma viene rimandata mille volte: ecco la forza di chi scrive, quando sa farlo bene.
Si resta ad aspettare una conclusione, ma quella tarda ad arrivare, ed è proprio questo il vero sollievo; altrimenti il libro sarebbe presto finito, e le storie devono continuare, con le figure che si muovono nel fascino dei vicoli di Genova. Siamo i luoghi che abitiamo, i passanti che ci sembra di avere già visto, chissà dove. Siamo stipati negli angoli più impensati, nelle voci di paese, nei rintocchi di campane in festa. Siamo nei volti rugosi e amati, che anticipano un pezzetto di quello che saremo, e nelle storie tramandate e deformate, di bocca in bocca. Io Genova non la conosco, eppure ho sentito forte la sua bellezza, l’energia e l’offesa subita nel 2001, per le vicende che Paolacci sfiora, addenta, e infine porge con inaspettata generosità. 

È un caos pieno di energia e stupore, quello di Piano Americano.
È una mancata linearità che non mi fa rimpiangere nulla: non è necessario un ordine stretto, opprimente: la vita stessa è disordine. Se si può mettere in scena è saggio e infinitamente bello conservare distanze, rilievi, cambi di registro, colpi di teatro: mai privare l’imprevedibile della sua forza per amore d’una lettura pacifica, più conciliante. Leggere tra le righe è esaltante. Si assiste al prodigio di un pensare lucido, accattivante, che non intende indorare la pillola. Siamo tutti sullo stesso tratto di terra agitata, sconquassata, svilita: perché mai dovremmo continuare a raccontarci un idillio che non c’è? Non sempre, almeno. Non per tutti. Perché la bellezza ci è data, e resiste. La si può vedere, la si deve volere e scegliere. A volte ha le sembianze di una persona amata, a volte le linee di un paesaggio. E ci sono giorni, poi, che tutta la meraviglia del mondo resta come sospesa, inglobata, in dimensioni minime. In una
lenticchia, dice Antonio Paolacci. Un ventre arrotondato, una dolcezza di donna che sarà madre. Una vita che si spera troverà una tenue accoglienza, nel mondo. Ma via con gli imprevisti, le assurdità, l’assenza di calore umano tutta depositata in ospedali kafkiani che tanto mi ricordano i Sette Piani di un racconto di Buzzati: un crescere e decrescere di mali, cure e paradossi, snocciolati come fosse niente.
Come fossimo niente.
E intanto lo si vede che la vita è un imperativo; è grande e magnifica, soprattutto quando si palesa nelle forme morbide di una creatura piccolissima che schiude gli occhi e ancora non sa nulla, eppure ha tutto da insegnare. 

Finito di leggere Piano Americano, non si può che pensare a tutto-quel-tutto e quel poco-più-di-niente che incrocia il nostro cammino. Ma se è vero che ogni esperienza ci forma e ci informa, se è vero che siamo anche chi incontriamo, e proteggiamo fosse anche dalla sola dimenticanza, allora è presto detto: nulla è meglio che esserci, con prontezza e voglia. Esserci per amare, sbagliare, condividere.
E ancora trovarsi una sera a riflettere sui mille percorsi imbastiti da un libro scritto meravigliosamente bene e desiderare di avere ancora un po’ di tempo per restarci appesi. Magari qualcuno con cui spartire pensieri. E una stanza, un amore, una voce di bimbo, vino rosso; assaggi di felicità in cui entrare piano, con gratitudine. Attimi preziosi, che continueranno anche oltre il nostro sguardo, in dissolvenza.