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La Leggenda di S. Giacomo della Cerreta

Scritto da Fabio Ivan Pigola.

Era appena finita la II Guerra Mondiale, e si era portata via un giovane del luogo; uno dei soli quattro su cui il borgo poteva contare.

Il curato aveva fatto il giro delle parrocchie finché si era fermato in casa del padre del giovane, un contadino laico che conosceva i vangeli. Erano stati compagni di scuola, poi la fede li aveva divisi nel mestiere ma non nell’amicizia. Quando il prete entrò nella stanza il contadino fece il nome della moglie: “Valla ad abbracciare per me, io non ce la faccio”. Sulla spalla aveva ancora il callo del fucile partigiano. Non voleva sporcare quella della moglie, che tanto si era impegnata a cercare di tenerli fuori, entrambi, dalla follia del conflitto. Ci andate a morire, diceva, e metà delle ragioni di vita le aveva perdute. Nella stanza della veglia il suo sguardo cadeva a terra come il pianto, poi si allungava sui campi oramai privi di eredità. Gli stessi che l’uomo guardava addentando in silenzio un pane cotto nel forno, che divise col prete con un gesto fraterno e silenzioso. Accanto ai due c’era il piano che il ragazzo suonava; lo fecero portare in chiesa, e l’aria, durante la funzione, fu tutta piena di lui.
Il piccolo borgo aveva una ventina di anime e l’oratorio era quello di san Giacomo della Cerreta, un brufolo tra le chiome di boschi un tempo dense di querce oggi introvabili. L’interesse per il luogo è andato scemando, benché si trovi in un punto chiave dell’antica via che collegava Pavia a Piacenza, sulla scorta dei pellegrinaggi medievali. L’oratorio è proprietà privata, e pur essendo un capolavoro dell’arte lombarda di anno in anno deperisce nei fregi e negli elementi, abbandonati a un destino di incuria. Le modanature delicate del portale patiscono lo sfaldamento della pietra da cui sono ricavate, le liste di intonaco che facevano risaltare il rossore dei paramenti in laterizio e le formelle in cotto vanno scomparendo, e la purezza degli archi e dei disegni del cornicione viene meno per la rottura delle giunture e per la corrosione dei risalti, a causa degli agenti atmosferici.
Perfino il campanile e i pinnacoli hanno perduto ora la guglia, ora la cornice di coronamento.
Il proprietario attuale, uomo gentile e disponibile, è un appassionato di Storia, e vi è ragione di sperare che possa, con il tempo, recuperare, o quantomeno mantenere in buono stato il complesso. 

Usata per decenni come magazzino agrario, la chiesetta aveva la stabilità minata dallo sgrottamento delle fondamenta, ed era aggredita da muffe e logorii. Un intervento di restauro ad opera della ditta Saffa e della fondazione Cariplo, nel 1967, ne aveva migliorato le condizioni, salvando il salvabile, ma ciò che tuttora rimane non dà la dimensione dei palpiti mistici che la popolarono nel medioevo.
Edificata più dai pellegrini romei che dalla vanità di un signorotto locale, era stata riempita dei doni portati in voto da costoro, che scendevano dalle regioni del nord fino a Roma, transitando sulla strada regina punteggiata dai vari ospizi,
domus hospitalis a ridosso degli argini del Po. Quella strada di rilievo internazionale passava vicina all’oratorio: già nel 1200 attraversava il fiume circa all’altezza di San Giacomo, da cui provengono tesori come la coperta d’evangeliario del tredicesimo secolo donata da un pellegrino francese di alto rango, un’opera di inestimabile valore in smalto di Limoges.

Le contese del ’400 tra i conti Barbiano di Belgioioso e i rapaci investitori della Chiesa, che pretendevano una pigione pattuita 170 anni prima, danneggiarono proprio il borgo e il suo monumento, tanto che nel 1576 il visitatore apostolico Peruzzi scoprì che non aveva reddito né rettore, benché fosse in ordine, soffittato, pulito e pavimentato. L’ardore dei pellegrinaggi si era spento un po’ per l’editto dei Visconti, che avevano interdetto il passaggio su quei terreni, un po’ per le scorribande delle milizie di Carlo V e di Francesco I, alquanto sgradevoli per i viandanti. Anche l’ospizio aveva cessato di esistere, e allo spopolamento aveva contribuito il fiume, che tra una inondazione e l’altra aveva spinto la gente più all’interno. Nel XVII secolo il Pissarello contava appena due case, poi strappate anch’esse in un autunno di esondazioni, e a S. Giacomo è visibile l’avallamento prodotto dalla violenza delle acque, arrivate a lambire la parete sud dell’oratorio. Che a fronte di tanta iattura, ancora resiste. Dentro ha un ambiente lungo e rettangolare, privo di navate, e sul muro di fondo si apre un coro semicircolare che contiene l’altare. Il tetto ha due spioventi come per le cascine e tutto, da fuori, riproduce la struttura interna, senza altri risalti eccetto la rotondità dell’abside e quella del corpo del campanile, davvero singolare. La facciata esterna ha un paramento di mattoni, che grazie alla colorazione sanguigna dà risalto al contorno di losanghe intorno al portale. Non c’è alcun rosone o apertura sulla facciata, ma nella lunetta sopra il portale, un tempo, vi era dipinta un’immagine sacra, che dava una nota di colore all’insieme. Inoltre, il riquadro attorno all’ingresso era ricco di greche e lavorazioni, e altre immagini vi erano ai lati del portale, perdute per sovrapposizione di affreschi e successivi rattoppi, come perduta è la meridiana collocata in alto a sinistra, e nel cui avanzo d’intonaco si leggeva una data: 1607. Il Balducci, nei primi anni Trenta, aveva teorizzato una ricostruzione plausibile del frontale, al quale andrebbero aggiunte le pitture murali. 

Molti ornamenti sono stati asportati, tra cui la formella del santo titolare, che l’ingegnere autore della ricerca colloca in alto, al centro del mezzo giro di losanghe. All’interno, i battenti in legno di vite con i quali era sagomato il portale, molto probabilmente originali. La parte spettacolare, però, è sulla campata superiore. Dominata da un cornicione che la segue lungo tutto il frontespizio, è un magnifico esempio di mattoni sagomati a dentelli, torciglioni lavorati con grande finezza, i quali inglobano un fregio di rami intrecciati che racchiudono la sagoma di un fiore, e le foglie dei rami hanno tutte un andamento lobato, proprio come quelle dei cerri. La modellazione è eccezionale, e l’intero complesso poggia su una sequenza di archetti acuti che insistono su delicate pensiline a calice o a goccia. I giochi d’ombra e di luce del cornicione, temperati dalla mancanza di grandi sporgenze e dal tono rosso cupo, danno un nobile risalto al paramento sottostante, nudo e più chiaro.

Tutto è sviluppato in pochi metri d’altezza, ma se il chiesuolo pare basso e aderente alla terra, lo slancio verso il cielo viene dalle tre guglie che sormontano il frontespizio. Quella centrale è un pilastro a forma quadrangolare, molto lungo, che termina a piramide decorata da un cono cestile. I torrini ai lati hanno proporzioni meno ardite, ma le loro cuspidi acute danno un carattere di originalità a un edificio altrimenti ben poco slanciato. Purtroppo i pinnacoli hanno perduto le estremità, ma quello a sud ha ancora una porzione della cornice e della base del cono. Il lato sud, del resto, non è meno elegante e spettacolare della facciata: il cornicione è alleggerito del fregio a formelle e di uno dei torciglioni, però vi sono quattro lesene intermedie in cinque specchiature, ciascuna delle quali contiene – in alternanza – o una finestra, o una nicchia poco profonda. In ogni nicchia vi era un affresco, smangiato dalle nebbie e condannato dalla assenza di cure; i finestroni, invece, si sono conservati con buona approssimazione.
L’equilibrio delle cordonature e della ghiera è stupefacente, cavetti e scozie formano un decoro strombato e lievemente acuto. L’intradosso è ornato da un frastaglio polilobato, sempre a richiamare le foglie del quercus cerris, l’archivolto è contenuto in alto da una fascia di formelle a bastoncini intrecciati a cui si sovrappone una delicata cornice. 

Sulla quarta campata s’intravede a fatica un’antica porta ad arco scemo, certo chiusa in seguito a tutte le esondazioni del fiume. Il fianco nord dell’oratorio è identico per lunghezza e fregi, ma non ha una sola finestra. Anche qui, nella quarta campata si è aperta una porta, identica a quella sul lato sud, e sia la fattura degli stipiti che la posizione degli affreschi all’interno, indicano che tutte e due esistevano sin dalle origini della chiesa. L’abside è addirittura più interessante: le parti che fiancheggiano la conca paiono coeve alla costruzione, ma la conca absidale e le parti inferiori dei due massicci sono molto più remote.
Anzitutto i materiali: i mattoni recenti sono più piccoli, anche se di poco. Poi c’è l’aspetto strutturale. Le fessure antiche hanno un letto di malta più sottile, e la superficie di paramento è lavorata alla raspa. Il corpo dell’abside è diviso in sette fasi verticali; il punto di appoggio, alla base, ha solo uno zoccolo a mo’ di plinto senza alcuna modanatura. È una cornice formata da una piccola gola sinuosa, che sembra l’unico coronamento dell’abside. La terza e la quinta fase hanno due minuscole feritoie con arco a pieno centro, ma della loro fattura non si può dir nulla, perché i rimaneggiamenti interni hanno chiuso il vano. 

Come per le guglie, nel ’300 anche i campanili svettano alti, smilzi, e terminano col vecchio cono di tipo romanico, fatto di cerchi decrescenti di mattoni sagomati a curva e collocati radialmente. Al suo interno il campanile ha un diametro di appena un metro e venti, altro elemento di rarità. La sala rettangolare della chiesa ha le pareti lisce; solo in fondo appare il fornice dell’abside con una triplice incassatura che non è frutto di svariati rinzaffi ma creata ad hoc e addossata, ahinoi, alla primitiva costruzione. Il tetto è di travetti in legno; assito e listelli poggiano su capriate alle cui estremità spuntano mensole rozze. E fin qui, nulla di notevole. Ciò che colpisce, oltre alla statua di San Giacomo in abito da pellegrino in legno dipinto è la quantità di affreschi, inconsueta per un oratorio di campagna. Coperti nel 1855, dopo che il locale servì da lazzaretto per i colerosi, poi riportati alla luce, sono posti a circa un metro e mezzo di altezza dal pavimento, quasi a formare un fregio, un giro completo di scene, una sorta di film che ravviva di colori l’intonaco a graffito  di cui si vedono le tracce sotto l’imbianco, simile a quello che contorna il portale. Che siano sorti per il voto dei pellegrini in sosta come voti al santo patrono, che li abbia pensati qualche rettore o un gruppo di devoti in fasi differenti della storia, sono uno straordinario documento per la inusuale collocazione, per la varianza di stili, per alcune firme scoperte tra loro.

In primis, il
Johanes de Caminata datato 1468, mal accompagnato da imitazioni dal tocco puerile, con colori scialbi e nei quali c’è poco di notevole, tranne una mano da principiante. Più qualità c’è nel gruppo che dona una visione di S. Cristoforo, S. Rocco, S. Sebastiano, S. Antonio e la vergine con Gesù bambino, nonché in un affresco che raffigura Maria col bambino in cui la prospettiva, il senso dello spazio e della luce sono indovinati, e risplendono di arte altissima. Uno studio condotto dal prof. Bariola ha attribuito il dipinto nientemeno che al Foppa. Si alternano, così, pitture maestose a una vasta sequenza di pasticci, il cui valore ha sostituito, spesso ricoprendole, altre opere antecedenti. Ciò che l’ironia però non svaluta è la portata storica di quei pasticci: la vetustà, l’imitazione d’una o più scuole in un’epoca di transizione, la precarietà della luce nella quale sono stati realizzati e un evidente pathos che comunque trasmettono. Pecche e difetti tecnici non collocano alcun affresco nel girone degli imbianchini, anzi. In modo speciale quelli più remoti, nati forse con l’oratorio e in buono stato di conservazione. Figure di santi, tra i quali S. Giacomo isolato in varie pose, col bastone del viandante in una mano e il libro nell’altra, o nell’atto di presentare gli offerenti alla beata vergine seduta in trono con il bambino in grembo. Gli sfondi sono sempre geometrici o a grandi fioroni, i troni sono per lo più alte cattedre ornate da cuspidi dorate e puntali bizzarri; le vesti hanno pieghe stilizzate alla moda gotica, e tutto si piega alla volontà ieratica e ispirata dei personaggi. Nelle pitture più antiche, per quanto manchevoli – tecnicamente parlando – è notevole la grazia delle figure. Se i volti, visti di fronte, non risultano granché riusciti, a tre quarti paiono invece trasmettere scene di una qualche dolcezza. La tonalità oscura dei colori, poi, dà un senso di innegabile misticismo. Per chi cerca una datazione del chiesuolo, le somiglianze con quello di San Teodoro in Pavia, datato attorno al 1150, sono palesi. Rimane un’incertezza di fondo su quel piccolo abside, da più dicerie collegato al remoto “Hospital di Cerretta” fondato da Gualtiero (il Gualtiero della canonica pavese, che cessò di vivere nel 989), la cui chiesa fu consacrata nel 1096, ma nessuna leggenda sarebbe tale se venisse svelato il mistero che la avvolge. E il fascino di una leggenda è benzina nel motore della curiosità.

Couverture d'évangeliaire en émail, di
Xavier Barbier de Montault (1867)
L'arte del medio Evo, di G. Carotti, pagg. 1119 e seguenti, Hoepli (1913)
L'oratorio di San Giacomo della Cerreta in Belgioioso, del dott. ing, Hermes Balducci, 1932.