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Le Avanguardie Dimenticate

Scritto da Loris Manelli.

Di recente ho fatto un tour in alcune capitali medievali d’Italia.

Da nord a sud, e quindi ritorno. Le tracce sono fresche per quanto lontane nel tempo, forse perché il tempo non esiste. Il tempo non ha un movimento orizzontale come si pensa. Non ha movimento affatto. Noi ci si muove al suo interno, si nasce e si muore, e in mezzo si vive, si lascia qua e là una traccia, un ricordo o una piaga sulla pelle della Terra. Si lascia una scia che è fatta di esperienze: atti, documenti, studi, opere di varia natura tra cui quadri, libri, canti, fregi, edifici. Siamo artisti per vocazione prima che per necessità, e i luoghi che abitiamo o che decidiamo di far abitare da uomini in carne e ossa o da entità sono lo specchio del sentire comune. Sono gli eredi di un gusto che la dice lunga sui mezzi e sugli apparati dei popoli, sulla grazia o il vuoto che li anima. Passeggiando in un paio di capitali medievali ho notato che la tendenza del mio secolo va verso il vuoto. Un vuoto non solo privo di polpa, ma un vuoto guasto, che dà asilo a forme orribili, sgraziate, e non fa intravedere nel suo spazio alcuno spiraglio di creatività. Il vuoto del resto non è negativo, anzi è necessario per avere un luogo, reale o immaginario, dove sedersi a riposare, a raccogliere i suggerimenti del silenzio, in una stasi che il mondo concede di rado. A molti, invece, il vuoto spaventa. Ai moderni architetti deve dare un sacro terrore, quel vuoto, basta vedere i funghi di cemento che hanno seminato in città, borghi, colli ed ogni zolla edificabile. Con tanto di premi.

Sì, perché in due capitali medievali, dove la storia splende di sassi e mattoni impilati con perizia, disposti con l’arte e la pazienza che ignora il tempo e per questo lo annulla e lo vince (spiegando di fatto, al di là delle mie parole, il motivo per cui non esiste), sono sorti scempi ai quali una e più commissioni hanno attribuito lodi e riconoscimenti. Il primo di quegli aborti è una chiesa, o per tale viene spacciata, che somiglia a una scatola di cibo per gatti aperta, lacerata; il secondo pare una rampa di lancio per missili o navette spaziali. Va bene che la residenza di dio è l’alto dei cieli, e Gesù avrà predicato su un pietrone tra i melograni della Giudea, ma dare un tono di sacro a un open space di metallo e strisce di calce tanto squadrato che l’estetica del fascismo, a confronto, era puro barocco, non sembra la più felice delle intuizioni. Un posto simile non comunica nulla di spirituale. È la sconfitta della ricerca visiva e sonora di un habitat utile a riflettere, a raccogliere la quiete della fede per chi ce l’ha, e ad ammirare tele, tavole, statue, fregi per chi ha più confidenza con l’arte che con le illusioni. Non apro la parentesi sulla edilizia abitativa di massa perché è un capitolo vasto e dolente, mi limito a quella che ha reso – e rende – famosa l’Italia dovunque. Siamo la penisola dei tesori che non sappiamo più realizzare.

E non è questione di arroccarsi su stili antichi, o fogge vecchie. È questione di essenza. Le forme possono, anzi, devono rinnovarsi, è bene che ciò accada, ma che un oratorio assomigli a un sommergibile non ha praticità alcuna, né l’ombra di un senso estetico. Che un palazzo paia una supposta messa in verticale, con balconi a mo’ di siringhe infilzate in maniera casuale sui fianchi, a chi giova? Che sentori genera, oltre al vomito? Non c’è una data precisa in cui lo sbando è iniziato, c’è semmai la somma di tanti fattori e uomini in cerca d’una posizione, una vetrina che gli garantisca fama e soldi grazie a deiezioni architettoniche. E degli incapaci a cui viene dato credito per denaro, e quel denaro crea l’autorità del nome, della firma, non producono altro che nuovi mostri per giustificare una scuola di pensiero che a loro fa capo. E le scuole fanno proseliti, formano il gusto o una parte di esso, e danno le linee guida per l’uomo che verrà. Un uomo che purtroppo è già qui, è tra noi, e va a popolare beato e inconsapevole quei templi anziché indignarsi di fronte a chi li ha eretti.

È un uomo che si trova a meraviglia nel brutto, eppure va in visita ai tesori del passato, e vi torna con occhi affamati di incantesimi. Un uomo che potrebbe farne dieci, cento, di quei lavori, perché oggi ha i mezzi per ridurre la fatica e i tempi ma usa i costi come scusa. I costi erano più alti nel medioevo; spesso se li accollava un duca, un conte, un potente, che tra una porcheria e l’altra qualcosa di buono dava occasione di farlo a chi di arte ne capiva. Per la gloria del casato, certo, ma una gloria destinata a restare. Tuttora nugoli di turisti visitano i castelli, le rocche, i ponti, i fortilizi turriti e le chiese sul territorio, e méta di occhi ammirati sono soltanto le costruzioni di un passato che ci ostiniamo a non voler ripetere.
Sovente riusciamo perfino a distruggerlo. E tra un secolo o più ancora si faranno ricerche, foto, studi sui lasciti di quel passato, e nessuno baderà all’orrore dei santuari di una modernità incapace di ammettere che i modelli non sono i frutti sterili del digitale, bensì le linee dettate da Bernini, Caravaggio, Michelangelo, e migliaia di costruttori sconosciuti che hanno posato pietre e levigato, inciso, eretto edifici capaci di resistere alla corruzione del gusto. Sono loro le avanguardie. Serve tornare indietro per avanzare.