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La Fatica del Pessimista

Scritto da Ornella Mariani.

Dire che il pessimista e l'ottimista hanno entrambi torto, ma l'ottimista si diverte di più, è riduttivo.

L'ottimista – e non parlo dell'ottimista perpetuo sul modello del renziano cerebroleso, con la sindrome di Pollyanna che dona fiducia dinnanzi ai miraggi – fa una fatica sovrumana per rimanere tale. In realtà, la fatica per avere una visione ottimista della vita è uno dei doveri e dei compiti peculiari alla condizione umana. Preso atto del fallimento dello stato pessimista, che porta l'umanità all'estinzione facendo vincere l'istinto di morte, la percezione positiva della vita in quanto tale è la vera essenza della moralità, oltre che dell'etica.
Gioire solo per il fatto di essere vivi e lottare per mantenere quella visione, pur se distorta dalla ragione che preme per mostrarci l'ambiguità, la dualità insita anche nel bello, è il segreto della serenità. Del resto il più grande fallimento non sta nell'avere perso qualcuno, qualcosa, o anche tutto – se rimaniamo fedeli alla visione della vita fragile e precaria – ma nella rassegnazione passiva, nel pessimismo cronicizzato. 

Ricordo un aneddoto di Gianrico Tedeschi, reduce da un campo di sterminio nazista: soleva dire che per chi viveva di stenti, la felicità era riuscire a mangiare qualche buccia di patata, qualche scarto scovato tra i rifiuti. Cito: «La voglia di rimanere vivi era tale da farci pensare che anche una sola scheggia di legno, che succhiavamo per mantenere ancora la salivazione, potesse apportare qualche nutrimento». È partendo dal basso, dall'istinto di sopravvivenza che va attinta la voglia di resistere. Chi ha passato l'inferno lo sa bene. 
Per questo credo che la protagonista sartriana de La nausea, romanzo esistenzialista per antonomasia, esausta dopo una vita trascorsa alla ricerca ossessiva dei suoi momenti perfetti (situazioni portate ad un estremo di perfezione stilistica, estetica, ma ritenute alla fine false perché la perfezione che ella avrebbe voluto, anzi, preteso, è impossibile), abbia alla fine perso tutto e si sia ridotta a definirsi sopravvissuta a se stessa. 

L’apoteosi del pessimismo, l’incapacità di accettare quella imperfezione, di abbandonarsi a quello che troviamo lungo il cammino, alla fine non salva neppure l’amore tra i due protagonisti della storia, disillusi entrambi ma con una differenza: se in lei è subentrata la rassegnazione, nell’uomo invece, scatta la molla del riscatto, della nuova coscienza che fa scartare le vecchie certezze, le illusioni di un percorso accademico senza sbocco per iniziare a vedersi diverso, in un’altra città, piena di cose nuove e più opportunità. Quasi che Sartre avesse fatto parafrasi da Winston Churchill, per cui i pessimisti vedono la difficoltà in ogni singola opportunità, e gli ottimisti una buona occasione dietro ogni difficoltà. Non a caso, il protagonista riesce anche a salvare, nonostante l’amarezza di scoprire cambiata la donna, il sentimento che provava per lei.  
I pessimisti, in fondo, adducono la loro posizione ad una sorta di realismo storico: l’uomo è irrimediabilmente perduto, senza possibilità di redenzione, e agiscono di conseguenza con un atteggiamento quasi lascivo. Si concedono a una deriva che ha impure connotazioni erotiche: porta con sé la calma dei predestinati che si danno alla pazza gioia perché tanto, dicono, la vita non regala altro.  

L’ottimista, di contro, non è realista: basta osservare cosa vuol dire essere realisti oggi.   
Il realismo odierno è spietatezza, eppure ci sono sempre due modi di fare e di dire le cose. Pare, a detta di alcuni, che essere brutali sia sinonimo di sincerità. Ma la sincerità è far parlare il peggio di noi o quel peggio andrebbe moderato da una sorta di pacata censura attuata dal buon gusto della mediazione, dalla condivisione delle vicende con chi ha i nostri stessi dilemmi? Scannarsi oggi è d'obbligo nelle trasmissioni televisive, nei dibattiti politici, nel dialogo delle coppie, e perfino nel bullismo dei fanciulli. Il frenarsi per educazione, la mezza parola addolcita dall'ironia, e soprattutto il silenzio, sono cose obsolete. Pochi pensano che è in silenzio che gli esseri umani maturano.
Lo
sfogatoio pubblico è un formidabile strumento di cecità.  

Gli ottimisti guardano tutto, anche gli sgambetti del mondo, a testa alta. Non si rassegnano, hanno in sé ciò che viene dal più sensato degli istinti: la forza che garantisce la perpetuazione della specie, e ciò a fronte di qualunque ostacolo. Il pessimista, nella gran parte dei casi, è un comodo, uno che piange o si abbatte per far sì che attorno a lui chi può si desti e si attivi per dargli una mano, un aiuto, un mero sostegno. Il pessimista è il rimorchio che affatica il motore. I momenti cupi, le carestie, le guerre, le persecuzioni, le discriminazioni razziali sono state superate grazie alla fede nelle risorse umane, una fede che è scintilla ottimista; se non sono ancora state vinte del tutto, una parte del demerito va anche ai pessimisti. Certo, la lobby delle armi, gli affamatori e i furfanti di Stato, e la farmacosofia che monetizza sui mali che affliggono la specie (e non di rado ne produce di nuovi) fanno il loro, ed è una parte consistente, ma la voglia di riscatto non può che nascere da una visione ottimistica della vita, un energia capace di attraversare e vincere ogni crisi.