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Sulla Centralità della Periferia

Scritto da Davide Giusti.

Gli studi classici mi hanno fatto spesso sospettare dei poeti moderni.

Non parliamo, poi, dei contemporanei. Un po’ perché il programma, al liceo, calcava la mano sui grandi del passato, un po’ perché gli insegnanti dicevano che non c’era tempo per affrontare Cardarelli, Pavese e chi più ne ha più ne escluda.
Forse, da adolescente, un Rafael Alberti mi avrebbe appassionato. Invece no, non si è mai potuto andare oltre, sebbene gli anni a disposizione fossero cinque. C’era da rispettare il programma, una parola che da sola già la dice lunga sulle carenze di chi lo prepara. Flessibilità zero. Con una certa fatica, una volta fuori dal liceo ho tentato di recuperare. Tutti esaltavano i loro beniamini, che in fondo è giusto; io vagavo di rima in rima, di fiore in fiore come un’ape mai sazia. In biblioteca mi era capitato di trovare Rigon, la Merini, Mario Marzi, l’adorabile Consonni, Marco Guzzi, ma non ancora Sereni. Un giorno ho visto una donna sfogliarne un volumetto bianco, e non ho resistito. Quando l’ha riposto ho chiesto al bibliotecario se potevo leggerlo, visto che lo aveva ancora sul tavolo. Non dico mi abbia aperto una via, o indicato la strada, ma una finestra sull’intimo sì. Nelle poesie di Vittorio Sereni ci sono dentro le cose del mondo pure se l’autore ne parla in sordina, quasi avesse paura di sciuparle. Si capisce che ascolta il loro suono, le saluta con la confidenza dolce e malinconica di chi sa di non poterle vivere a lungo, ed è consapevole del declino di sé nel tempo, quel tempo che fa opaco il ricordo e toglie via via il piacere di gustarne gli attimi, le vibrazioni. E non a causa del tramonto dei valori, o la caduta libera delle arti, che tra un doppio carpiato con avvitamento vanno a sbattere sul bordo del trampolino (o della piscina); no, è una coscienza più matura, che nasce dalla certezza che l’uomo abita per intero lo stupore e i sentimenti nei quali si immerge, e quelli che parlano di crisi costante lo fanno perché paga, ed è un buon affare. 

Andrò a ritroso della nostra corsa 
di poco fa 
che tanto bella mai ti sorprese la luna. 
Mi resta una città prossima al sonno 
di prima primavera. 

È una lirica che nasconde – ma neanche tanto – una prosa vivace, narrata a voce piena, e si diversifica da essa per la pienezza dei silenzi. È anche nei silenzi, infatti, che Sereni nasconde le sue figurazioni e i suoi numi, le ombre, i fantasmi dell’esistenza, e quel senso festoso di comunione umana che è il tocco più alto della sua lirica nell’ode o nel dramma. Nei suoi poemi rivive il miracolo più antico – vivere post obitum vatem vis nosse, viator? Quod legis, ecce loquor: vox tua nempe mea est –, da cui prende forma la letteratura. La guerra, la prigionia, la Resistenza mancata e poi l’accordo, l’amicizia e il loro mutare nel tempo sono tutti temi che il Sereni intreccia in una serie di allusioni già nelle Arie del ’53-’55, e porta con sé per una carriera. La sua poesia pare tutta nervi, e invece muove piano la chimica empatica del lettore, come quei farmaci che hanno un effetto diluito nelle ore, nei giorni, e serve che il metabolismo li diffonda fino alle regioni periferiche del corpo. Perché l’opera di Sereni è anzitutto fisica: l’argomento, la “cosa da dire” è un luogo o un istante della propria esistenza da proteggere, da salvare da ogni corruzione. 

Ti si era dato per disperso (...) 
invece ci siamo tutti proprio tutti 
e solo adesso, con te, 
la tavolata è perfetta sotto queste pergole. 

Nel 1966, quando rifletteva su I ricongiunti, pensava alla messa in italiano, che aveva rimpiazzato quella in latino. Si aspettava di peggio, e immaginava una chiacchierata tra morti e vivi che si congratulano tra loro per quel ritrovo quasi a sorpresa, lì riuniti, a dispetto di ogni speranza. La voce narrante non emula, non dà il peso del fato così tronfio e fatale al lettore; si rivolge, piuttosto, al suo presente di carne, al suo gusto per le cose terrene che immagina continuare in un’altra dimensione. In una simile operazione c’è quanto di più classico si possa pensare. C’è il rito fenicio, etrusco, greco e romano della libagione, della sanguigna forza di un aldilà che non è etereo, e un dialogo con chi ancora è tra i vivi e può raccontare la sfida di ogni giorno nella quale è obbligato a impegnarsi. 

Ero con altri un’ultima volta in mare 
stupefatto che su tanti spettri chiari non posasse 
a pieno cielo una nuvola immensa, 
definitiva, ma solo un vago di vapori (...). 
Non servirà cercarti sulle spiagge ulteriori 
lungo tutta la costiera spingendoci a quella 
detta dei Morti per sapere che non verrai. 

Sources: Gli strumenti umani (1966), Frontiera (1941), Gli immediati dintorni (1983).