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Il Malrovescio a Roma

Scritto da Nicoletta Prestifilippo.

Chi afferma che la musica non è più quella di un tempo, non si allontana troppo dal vero.

In fondo sarebbe strano il contrario: gli artisti che ne hanno fatto la storia restano un esempio illuminante e intoccabile, un’ispirazione che si rinnova ad ogni ascolto, una testimonianza di un tempo che ormai non è più quello in cui viviamo: cambiano le urgenze, e in ogni epoca è ben diversa la spinta al cambiamento perché di base, nulla resta immutato. Ciò che viviamo e che sentiamo si tramuta in parola e in canzone. Tutto sta nel fare selezione: lasciarsi guidare, incuriosire, spogliare dei preconcetti. E a volte puntare alla musica cosiddetta “nostrana”, locale, fatta dell’entusiasmo di chi sente di aver qualcosa da comunicare e lo fa con i mezzi e con il talento di cui dispone. Santi, puttane, idoli nati e finiti in tempi moderni, delusioni a portata di click, e curatori senza titolo, malattie senza ascolto, false remore, corpi di reato: reato che fa moda, almeno quanto l’idea che si possa vivere bene, omologati e contenti, in un mondo piccolo e in continua vertigine che fagocita il nuovo e lo sputa via, qualora si riveli troppo distante da un modello imposto. 
Occorre trovare una voce che sappia rimpolpare silenzi aridi, arruffati, arresi, o ancora un colore, un’intesa, una bellezza ripiegata in un angolo, lontana da chi pretende e gioca sporco, e non certo per godere. Chi dice che il pulito debba avere per forza una trama liscia, lineare, forse non ha mai goduto del dettaglio stropicciato e graffiante di un’ammissione nuda e cruda, che non cerca abbellimenti e non intende produrre scalpore: vede la realtà e tenta di mostrarla per ciò che è, sperando che qualcuno dalla stessa angolazione sappia trarre conclusioni sospirate dalle quali ripartire. Per far fronte al problema sempre più largo dell’incomunicabilità, nasce l’esigenza di esprimersi. In un mondo in cui restare in contatto è quasi d’obbligo e la condivisione è spesso priva di calore, per quanto si riveli spesso colorata e ammiccante, ci si accorge di quanto la solitudine sappia nutrirsi di consensi effimeri e non trovare mai sazietà. Oltre lo schermo di un cellulare si fa presto a restituire al nulla circostante i propri muri. 

Ognuno cerca di riempire in ogni modo piccole o grandi voragini emotive ed esistenziali. C’è chi si dedica a un progetto, sulla spinta di un’arte e di un talento da mettere a disposizione di chi li saprà accogliere. La condivisione è il collante che tiene unite esistenze altrimenti distanti, e le accomuna per una ragione qualsiasi. Mi è capitato di osservare una novità gradita, in ambito musicale. Di soppesarla quasi, con la diffidenza sottile che inizialmente si riserva, pure di sottecchi, a un progetto troppo piccolo per arrivare alle grandi masse, senza un nome che da solo assicuri già una presenza facile e conosciuta, ammessa dai più. Locale è sinonimo di piccolo, e un gruppo di poche persone che si approcci a un genere di comunicazione di così immediato effetto, incuriosisce per il solo fatto di offrire uno svago ed un’occhiata più attenta in mezzo a mille distrazioni, magari competente, con contenuti di vario genere sparsi senza troppa parsimonia.
Farsi conoscere sembra l’obiettivo di molti, e in questo caso tutti i mezzi sono leciti. Saperci fare è cosa gradita, eppure dando uno sguardo al panorama musicale odierno, si diviene ben presto tristemente consapevoli di quanto il talento non sia più un elemento decisivo e necessario.
Sapersi vendere è il vero mestiere. Mirare alla reperibilità, ad una fruibilità redditizia, a un messaggio anche banale che sappia ergersi a tormentone – e tormento – di un gran numero di vittime consapevoli, e di entusiasti seguaci. Tutto ciò che è di facile assimilazione risparmia a menti spesso sedate e stanche, l’opportunità di non fermarsi a pensare.
Eppure la musica è anche questo: pensiero, riflessione, crescita. Esperienza che per mezzo di un portavoce si fa espressione, sfogo, anelito. 

Ho avuto modo di approfondire qualcosa di buono, in tal senso. Un’adunanza piccola e quella voglia di fare musica che si sente bene: spinge e batte, scuote e invoglia. Le strade sono quelle di Roma: pullulanti, trascurate, discinte, sfumate nei contorni di una periferia affollata, raffazzonata e vivace. Il Malrovescio è la risposta al nuovo, il nome di una band con la sua storia di pochi anni eppure pieni, intensi. L’impatto è già forte fin dai colori scelti: un verde acido che presenta i componenti del gruppo e già annuncia che non vi sarà nulla di tenue, o di vagamente conciliante: solo piccole porzioni di verità disciolte in ogni pezzo: un sapore deciso, che invoglia sempre più ad ogni assaggio. 

Il modo più semplice, 
te ne freghi delle regole 
invocando anche la polvere, 
fermentando tutto l'odio che c'è. 

Così si presentano in un intro di pochi minuti, così li conosco: attraverso uno strato di polvere che dorme su tutte le cose, e si fa metafora di memoria, di ricerca da andare a rimestare con i modi che paiono giusti. Un vuoto incolpevole viene presto lasciato a chi ascolta, mentre il ritmo incalza, riscalda. L’esperienza di ognuno darà a quello spazio inerme dei connotati, delle densità precise, pronte ad essere plasmate. La colpa, forse, appartiene soltanto a chi non agisce. Oppure se ne sta lì, acquattata, a non saper fare alcuna differenza. 
Il rock è per anime quiete, inquiete, ricche, nascostamente ribelli. Fosse pure solo a un’idea, all’imposizione di uno stato d’animo: l’esercito degli uguali davanti a tutto e a tutti i costi, non coltiva le differenze perché le teme. Siamo umani, e animali: siamo l’istinto che non misuriamo mai e ci coglie impreparati, salvandoci da una misura troppo stretta di azioni e comportamenti, quasi maniacale, impettita: recita spoglia di trasporto e agilità. Recita spenta, piena però dei giusti requisiti: quelli che vuole la società. Quelli che vuole il lavoro, quando c’è. Gli aggettivi belli e buoni, validi solo per chi vuole piegare il singolo a un’utilità di risorse e di obiettivi che in Un giorno scarafaggio vengono facilmente calpestati: zampe d’insetto, claustrofobie mal digerite e una protesta affatto gracile che filtra nel tessuto del silenzio, lo disturba, e lascia in bocca un sapore di rivalsa. 
Rita Leen è forse il pezzo più accattivante. Trasuda sensualità, sessualità. Le parole non sono carezzevoli, ed hanno un tocco impudico, un’ispirazione acida, velenosa e ammaliante. 

Quanti sguardi desincronizzati, dietro cappe solide 
le prigioni dell'obbedienza strette nelle natiche 
non è il mio posto 
il mondo è livido 
non è il mio sogno.

Se le parole sono esatte, riconoscersi è una pratica svelta, irrinunciabile. Ci si ritrova in un testo simile, nello spazio di un’ammissione qualunque: nella stasi, nella tentata fuga, nel sogno assente e nelle proiezioni; in una realtà costruita a stento, sgraziata e inconcludente. E poi in un sogno surrogato, dentro un sogno, e un altro sogno ancora: infinite tasche, infinite im-possibilità. 
Continuo a percorrere la loro musica, mi muovo per tappe: alcune brevi e brucianti, come accade in Stallo Messicano.
Ed è a pelle e per una sorta di resistente familiarità con le parole cantate con voce ruvida, graffiante e perfetta per ciò che intende esprimere, che finisco per lasciarmi incantare da
Dura Madre più che da un altro pezzo, intitolato Scimmia. Sarà perché trasuda un male di vivere, come diceva Montale, da attingere in ogni cosa: croce e delizia, da individuare nel rivo strozzato che gorgoglia, o nell’incartocciarsi della foglia riarsa. 
Dettagli sparsi ovunque, ferita e brivido. E un’origine da raccogliere con cura, nella poesia come nella canzone che pone una madre in primo piano, fin dai primi cenni musicali: madre creatrice, essere a sé stante. Madre e figlio, divisi. Vita da non poter contenere, persa nell’atto stesso dell’esistere. 

Ancora qualche nota, ancora qualche scorcio di città: una Bomba cade e scuote l’aria e le certezze, mentre un Estraneo si trascina ovunque, coi suoi passi stanchi.
Sullo sfondo, la città dai contorni ambrati, dalle tinte bagnate e crepuscolari, suadente, immensa, pronta ad accogliere vite al margine, vite in tumulto, vite scomode e ignorate, sguardi imploranti, innamorati, vinti. Sagome di cartone, sopra un cuore pulsante.
Si giunge a una fine che ha un sapore d’Oriente: la musica sfuma, fa posto al silenzio. Aspetta di essere ripetuta. Ma prima Sayonara: un battito d’ali, un origami scuro. 

Inganna i tuoi cigni di carta che ti parlano di te 
nascondi frasi dentro ai tuoi caffè 
la cena dei cretini è pronta.

Scegliere di mostrarsi per ciò che si è rimane lusso e coraggio di pochi.
Il boccone va ingoiato con un sadismo velato e diffuso: labbra di arsenico e sorrisi lucenti.
Il primo ascolto è andato. E pure il secondo. Mi piace ciò che lascia il segno: e il Malrovescio sa come si fa. Si capisce bene dallo scambio di idee che ho avuto con Francesco Lanari, frontman del gruppo. A qualche mia domanda, curiosa e sciolta, rispondono i modi netti, acuti e accesi di chi si guarda intorno in maniera tutt’altro che passiva, o rassegnata: 

D: Si è spesso in tempo, o fuori tempo. Alla moda o controcorrente: le mezze misure vanno ai pigri. Chi pensa all’arte usa linee decise che sappiano farsi posto in una vastità di copie, riduttive e sbiadite. Fare musica è rispettare il suono e il silenzio, sperimentare accostamenti nuovi e soppesare ciò che ne risulta. Rispondere a un gusto, non tralasciando mai le proprie inclinazioni. Quali sono le vostre? E con quelle, fin dove vorreste spingervi? 
R: Il Malrovescio è nato più per l'istinto di esteriorizzare un malessere interno che di pensare ad un obiettivo preciso. E' quella sensazione di disgusto che proviamo tutti i giorni nel vedere quanto intorno a noi le cose vadano in direzioni senza uscita. Vedere zombi e manichini catatonici passeggiare nei centri commerciali ci ha resi intolleranti al genere umano. Quello che facciamo è esprimere a modo nostro questa visione. Ognuno esprimendo il 100% di se stesso. 

D: Scegli un artista, passato o presente. Un gruppo o un solista, un concerto o una sessione acustica, per pochi intimi: scansando l’emulazione e optando per una collaborazione esaltante, accanto a chi vorreste suonare per una manciata di ore? 
R: Una domanda complicata. Ognuno di noi ha i suoi riferimenti precisi ed è difficile non rispondere a questa domanda istintivamente. Ma se dovessimo mai avere un'occasione del genere, i Mastodon hanno di sicuro da insegnare molte cose. La prima volta che li ho ascoltati, il fatto di non riuscire a definirli in un ambito mi ispirò molto. 

D: Conoscere i propri limiti, le potenzialità e i voli pindarici, aiuta a darsi una direzione, e magari a invogliare qualcuno a seguire lo stesso percorso intrapreso.  Quali sono i vostri punti forti? Quali, quelli in cui intendete migliorare? 
R: Come dicevo prima, di base bisogna capire dov'è quel 100% che si può dare. Ognuno dà il suo, in ogni ambito, non solo nella musica. Ma non è detto che ogni percentuale massima sia allineata a quella degli altri. Quindi la seconda fase è il "miscelare", trovare punti di accordo, compromessi che rendano il percorso univoco e senza zavorre. Sicuramente non siamo dei virtuosi dello strumento. Ma cerchiamo di entrare sottopelle con sincerità, senza incantare gli astanti con finezze stilistiche che non ci appartengono e che, anche da fruitori, ci annoiano. 

D: Mi soffermo su alcuni dei vostri testi, estraggo una parola a caso da ciascuno. Giochiamo alle associazioni mentali: “ruggine”, “scarafaggio”, “finzioni”, “pillole”, quali storie vi muovono in testa? 
R: Quelle che albergano sempre nelle nostre teste. Le nostre visioni non hanno nulla di fumettistico o di costruito. Siamo profeti di quello che sta già succedendo ma che in troppi non vedono. Siamo una civiltà al collasso. L'età della ruggine, dove tutto si deteriora. 

D: Il verde Malrovescio, è forse un sentimento? È una tinta febbrile, un morso o una denuncia? È tinta nera, vestita a festa? 
R: La risposta è nella domanda e anche altro. È il verde che non esiste, è il verde di Gustavo Rol. Un verde chimico che è putrefazione delle anime.