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Eternal Sunshine of the Spotless Mind

Scritto da Filippo Lancietto.

Se esistesse un sentimento universale dichiarato e solo felice, chi di noi sarebbe quello che è?

I supposti benefici che trarremmo da un tale idillio, plasmerebbero il carattere quanto le incognite a cui siamo soggetti? E come la metteremmo con la sofferenza di non sapere mai quanto – e se – il nostro affetto sarà ben riposto e ricambiato per intenzioni e intensità? 
Chissà cosa cambierebbe, poi, se si potesse dare fiato e spinta unicamente al meraviglioso che c’è, abbracciarlo con forza e cancellare ciò che fa acqua da tutte le parti, buio e protesta. Sono riflessioni che mi sfiorano in seguito alla visione di un film che avevo già divorato e ancora mi sorprende: Eternal Sunshine of The Spotless Mind, tristemente tradotto con un Se Mi Lasci Ti Cancello, che crea non pochi fraintendimenti. La bellezza dell’opera rimane immutata, ma a primo impatto, proprio per via del titolo, attira un certo tipo di pubblico e lo lascia sbigottito: ci si prepara infatti a una pellicola spigliata, poco impegnativa, magari di scarsi contenuti. Nulla di più lontano da ciò: agli emotivi è dato l’arduo compito di riuscire a non commuoversi, con e senza lacrime. Chi soffre già di suo per amore rischierà di uscirne a pezzi, e oltremodo dolorante. E chi non ha la fortuna di amare vorrebbe poterlo fare, alla fine. Nulla di nuovo, insomma.

Serve coraggio per tutti, poiché si parla di sentimenti, gli stessi sentimenti che sulla bocca di troppi diventano poco più che una pioggia di parole abusate su espressioni melense, adatte all’occasione. Eppure partendo dalle migliori intenzioni si potrebbe farne una specie di piccola isola felice: “sento, dunque sono”. Perché chi non sente nulla non ha prova di sé: si può sentire dolore in ogni forma e intensità, o un freddo persistente che morde e risale gli animi più che le membra, ma provare il nulla assoluto non è condizione attribuibile all’esistenza umana. 
La pellicola, firmata Michel Gondry, vede ammirevoli interpretazioni di Jim Carrey e Kate Winslet. Il primo, a sorpresa, rinuncia alle sue solite smorfie assurde e paradossali in favore di una piena credibilità, un po’ come quando anni addietro ebbe in mano le sorti di un altro grande film: The Truman Show. Di Kate Winslet a mio parere nulla si può dire, se non che è perfetta nel suo ruolo. La storia comincia con un uomo di nome Joel e il suo risveglio lento, dolce: un sonno lasciato svanire con cautela in una porzione di luce soffice, lattiginosa. Segue coi pochi passi trascinati alla vicina stazione di un treno, disegna la possibilità di un incontro e una mèta ideale: Montauk.

Joel è un uomo timido, schivo, conosce Clementine così per caso ma non se ne stupisce.
Lei è una donna dai capelli color
azzurro sfacelo, limpida e insicura, imbronciata e cangiante. Riempie l’aria di parole, quasi subito lo fa innamorare. Basta il tempo d’un viaggio per confondere le acque e le idee. Il film è fatto per procedere a sbalzi e svela una verità che pare evidente dopo poche scene; i protagonisti sono proprio loro due, e percorrono una loro versione delle vicende che verranno composte piano piano, secondo un ordine emotivo più che temporale, come pezzi di mosaico: armonie da improvvisare, attimi di una tregua che comincia dalla fine, mostrando lo spegnersi di un amore e la corsa disperata che risale agli inizi per passi sofferti.
E ancora quelle scene sottratte alla memoria, rapide e nebulose; confessioni dolorose come strappi, che giungono per non restare: il male che fa non provare più amore e non essere riamati porta alla decisione folle di aggrapparsi alle tecnologie più innovative, in grado di correggere il passato intervenendo sulla mente. Basta picchiettare su pochi tasti, bastano un sonno indotto e un sogno senza lieto fine. Ciò che è accaduto e causa dolore, può essere rimosso. L’amore che era e non è, non lascerà alcuna traccia, neppure materiale: ogni regalo, foto, indumento, svanirà. Sarà esistito, ma i diretti interessati non lo sapranno mai, e vivranno una vita separata, inconsapevole, indipendente, priva del rimpianto e del ripensamento. Priva persino del bello che è stato. 

Crogiolarsi in un certo tipo di malessere è cosa da romantici, però è un atto di lieve masochismo che ha un limite. Può rispecchiare l’attesa di un momento agognato che si prepara con l’immaginazione fin nel minimo dettaglio, un’attesa che tuttavia si servirà dei sensi per dare una sostanza a tutto: ci saranno alberi, case, treni, fiori di campo, folate d’aria gelida, sguardi da restarci impantanati, storie da leggere, nuovi sapori da osare. E nuovi amori, perfino contrastati: anche quelli hanno il diritto di essere tenuti in caldo, tra gli amori sacri in ogni piega, fallibili ed eterni, esemplari per insegnamenti e sensazioni. Bisogna capire anche ciò che non si vuole, compreso ciò che causa ferite. E ancora amare fortemente, pure senza essere ricambiati, e riuscire a non annientarsi per questo. Gli spiriti lievi subiscono forte le scosse di una mancata carezza, e non per forza in senso letterale.
Il guaio delle cose dette è che a volte si dicono male; il guaio delle cose non dette è che porgono un silenzio sgarbato e ingiusto, ripagano con mosse deludenti una fiducia accordata con eccesso di entusiasmo. 

Ma non importa: si ricomincia, fiduciosi, dopo ogni crollo. Come Joel e Clementine che per un po’ sembrano ritrovarsi, e poi chissà. Per istinto tornano a sfiorarsi, qualcosa dice loro che un tempo, un tratto di strada era stata la loro: vissuta in comune, poi scissa con brutalità. Via il ricordo, via il dolore, fino a che qualcosa non riaffiora. E allora si riparte da quello stesso dolore che non si può dire perché è patetico, rimpicciolisce, e spaventa. Quel dolore pieno di paure che toglie vesti e orgoglio, ma tiene la dignità ben stretta tra i denti anche quando, a dispetto di ogni prova, avanza sempre un tentativo se solo ne vale la pena e il brivido. Fino a che si ha la forza di osare l’ennesimo bivio, col beneficio del dubbio e la totale incertezza della riuscita, in nome di quegli amori grandi a cui non si sa smettere di credere. In fondo l’amore eterno non esiste, dicono. Ma pure durasse cent’anni da adesso, io mi accontenterei.