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Reasoning on Jerusalem

Scritto da Daniela Scimeca.

Il sacro, per la maggior parte degli uomini, è un territorio profano.

Ho avuto il privilegio di visitare lo stato di Israele, terra bellissima, e Santa per le tre religioni monoteiste più diffuse al mondo, e per questo martoriata da continui scontri e guerriglie che la tengono sotto assedio. Con mio marito e le figlie ho intrapreso un viaggio a detta di molti pericoloso, ma che lascerà certo un segno nella coscienza delle piccole: un giorno studieranno quei luoghi, la loro storia, e ricorderanno. Com’è tipico dei paradossi in quei posti vedi e percepisci il respiro della pace che tenta di farsi largo fra gli istinti bellicosi della razza umana. Un viaggio per niente scontato. Ebbene, ho percorso il paese muovendo verso nord, da Tel Aviv alla Galilea e al suo mare, il lago Tiberiade. Ho costeggiato il fiume Giordano e la sua lussureggiante vallata, ho visto le alture del Golan e il confine con la Giordania, segnato da una cortina di filo spinato ad alta tensione e da campi minati. Poi di nuovo verso sud: la Samaria, coi campi dei nomadi samaritani, Gerico e il suo grande monastero arroccato, quindi sono scesa a 420 metri sotto il livello del mare, nella più profonda depressione della terra, e mi sono bagnata nelle acque fisse del Mar Morto, ho visitato il sito archeologico di Quram con quarantacinque gradi all’ombra e visto da lontano la fortezza inespugnabile di Masada. Infine, ho attraversato il deserto di Giudea e i territori della Cisgiordania dove ho visto villaggi di coloni israeliani attorniati da filo spinato, e massi gettati e copertoni bruciati sulle uniche strade percorribili a mo’ di avvertimento, e cartelli rossi di divieto di accesso nei villaggi palestinesi per scoraggiare gli israeliani a inoltrarsi oltre il limite lecito. Ho visto il cartello per Ramallah dove – qualche anno fa – Barenboim, grazie alla magia della musica, unì israeliani e palestinesi in un memorabile concerto. 

Gerusalemme poi è una città incantata, con un fascino senza tempo; una città eterna, stratificata e multietnica, non per nulla ricordata e decantata dai più famosi letterati a partire da Dante. Percorrendo il deserto di Giuda, ad un tratto la intravedi arroccata con i suoi minareti e le mura antichissime che ancora sembrano proteggerla. Passeggiando tra i suoi quartieri più antichi, la storia e il suo passato li respiri mischiati all’odore forte e intenso delle spezie e dell’incenso, e provi un senso di dolore e tristezza al pensiero di dissidi religiosi mai sopiti. I quattro quartieri: armeno, arabo, ebreo e cristiano, li riconosci subito dagli indumenti delle donne, dalla conformazione delle strade e dalle botteghe. Essi non sono altro che un intricato labirinto di budelli pieni di negozi e di bazar, con articoli di ogni genere. Solo i più accorti riconoscono la roba cinese dal fine artigianato locale. Per il resto, passeggiare tra i vicoli variopinti e lasciarsi avvolgere dai colori, sapori, odori, dalle lingue e dalla gente è un’esperienza indimenticabile. In mezzo a tanta bellezza e a tanta abbondanza, il nostro animo e la logica da occidentali non arrivano a farsi una ragione e si domandano come mai non si riesca a trovare un punto di accordo. Ma visitando il luogo, parlando con la gente che lì vive, ti rendi conto che quella nostra logica, tanto decantata e quasi sopravalutata, diventa relativa e lontana. Per quel senso di straniamento, e per la volontà di capire meglio, ho dialogato a lungo con la guida che ha accompagnato il mio gruppo nella visita, Natan, un israeliano cattolico che si è gentilmente prestato a rispondere alle mie domande: 

D: Spesso frotte di turisti vengono qui in pellegrinaggio, per motivi dunque legati alla religione, come del resto tutti i fedeli del mondo, ma in questo contesto un occidentale si trova spaesato perché non capisce i motivi che qui dividono le comunità religiose. Tu che qui vivi e convivi con certe problematiche quotidiane sapresti spiegarlo? 
N: Faccio la guida turistica da parecchi anni e questa sensazione di spaesamento la conosco bene. Il problema è che gli occidentali sono troppo legati alla propria logica e al proprio modo di vedere le cose che non riescono quasi mai a uscire dai loro panni per capire altri punti di vista, altre logiche che a volte sono in contrasto con le proprie. Qui la logica occidentale non è solo strana, non è neppure contemplata perché appunto illogica. Qui sono gli occidentali ad essere strani, a fare delle scelte incomprensibili. Qui, la religione guida e regola ogni aspetto della vita umana: dalle scelte personali, alla vita pubblica e sociale, dal lavoro all’economia e alla politica. Qui la religione detta ogni legge, ogni regola, per cui le varie comunità religiose vivono ben distinte e seguono regole ben precise. 

D: Se qui la religione detta legge e da essa dipende ogni ambito della vita umana, anche il concetto di stato laico mi pare di capire che venga messo in secondo piano. 
N: Esiste relativamente a certe regolamentazioni necessarie, ad esempio uffici, sicurezza, sanità, ma per il resto ci sono soltanto le comunità religiose e le regole al loro interno. Qui, noi cattolici, siamo ritenuti più integralisti dei cattolici europei. Tanto per farti un esempio, il matrimonio civile non esiste, non è contemplato, non è una scelta possibile, ci si sposa solo con rito religioso, a seconda della propria religione e all’interno della propria comunità. 

D: Attraversando il paese da nord a sud ho notato una situazione geografica per cui esistono paesi israeliani abitati solo da ebrei, paesi palestinesi abitati solo da arabi, e cittadine come Nazareth abitati da palestinesi arabi e israeliani cattolici che riescono a convivere, come mai? 
N: Tra cattolici e palestinesi i rapporti sono buoni. È vero, riescono a convivere nelle stesse cittadine, ma non lasciarti ingannare dalle apparenze. Io israeliano cattolico, anche se conosco molti palestinesi per motivi di lavoro, non ho mai pranzato neppure con uno di loro. Diciamo che si è raggiunto un equilibrio. E a proposito di cibo, qui la religione detta legge anche su quello, sul modo di cucinarlo e sugli abbinamenti... 

D: Questa localizzazione a macchia di leopardo certo non semplifica ma complica la situazione e la convivenza, e più volte la politica internazionale ha tentato una divisione più netta tra territori israeliani e palestinesi ma non è ancora riuscita nell’intento. Come mai? 
N: Ciascuno è attaccato alla propria terra, la rivendica, ed è difficile spostare la gente da dove vive, da dove è cresciuta, e soprattutto dalla propria comunità israeliana o palestinese che sia. In passato è stato fatto in alcune parti del paese con i disastri che ben conosciamo. Molti ebrei decidono di andare a vivere all’interno dei territori della Cisgiordania, lo fanno a loro rischio e pericolo, ma per loro è più importante difendere quella che considerano la loro terra. 

D: In questi giorni ho imparato che ci sono palestinesi con documenti israeliani che vivono in una situazione più precaria e più povera, sembra quasi vengano considerati cittadini di Serie B, possiamo rintracciare in ciò uno dei motivi della loro rabbia repressa? 
N: Certamente, i palestinesi accettano di essere cittadini israeliani per diversi motivi, primo tra tutti il lavoro, ma per loro è pur sempre un compromesso. 

D: Ma la rigidità religiosa esiste anche in una metropoli come Tel Aviv, dal carattere internazionale? 
N: Sì, anche se è meno evidente. Gli ebrei israeliani li sono meno rigidi, c’è una certa elasticità e non tutte le regole sono vissute come un obbligo. 

D: Proprio perché non posso fare a meno di sentirmi occidentale ti chiedo ma se per assurdo le ferree regole religiose diventassero più elastiche, forse israeliani e palestinesi potrebbero trovare un accordo? 
N: Impossibile, dal mio punto di vista. Le regole sono insite nel dna di queste due diverse etnie e nessuna delle due sarà mai disposta a rinunciarvi. Per questi due popoli, Dio e le sue regole è tutto, l’unica ragione di vita. Anche chi muore volontariamente, dal suo punto di vista, lo fa a fin di bene e per l’ideale in cui crede. Tra l’altro israeliani e palestinesi sono solo le due comunità religiose principali, ricordiamo che ce ne sono altre, la situazione è molto più complicata quindi. Mi auguro piuttosto che si raggiunga un equilibrio nel rispetto reciproco delle varie credenze religiose. 

È il tramonto su Gerusalemme; dopo aver dialogato, io e Natan rimaniamo in silenzio. Dalla piazza davanti al nostro albergo, sul monte degli ulivi, c’è un panorama mozzafiato. Guardiamo il sole che muore e si inabissa in mezzo alle costruzioni più lontane al richiamo della preghiera che ne fa magia da Mille e una notte. Di fronte a noi le mura, ben visibili, la spianata delle moschee coi suoi minareti che toccano il cielo acquarellato da tenui sfumature e la splendida cupola della Roccia, col suo luccichio sfolgorante che sovrasta tutto come un possente guardiano. Quando il buio calerà del tutto sulla città vecchia, sentiremo in lontananza gli inni religiosi dell’Islam e vedremo le luci intermittenti delle sirene della polizia israeliana in una eterna lotta in nome, ciascuno, del proprio Dio che, in fondo, forse, è lo stesso.