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Domesticazione e Comunità

Scritto da Antonella Mecenero.

Un coniglio nella campagna inglese, un muflone che scarta tra i sassi in Sardegna, un cavallo al galoppo in Camargue hanno una cosa in comune: senza l’intervento dell’uomo nessuno dei tre si troverebbe lì.

Il rapporto tra gli uomini e gli animali è così stretto e antico, da così tanto tempo si vive spalla a spalle, abituati gli uni agli altri che, almeno nel Vecchio Mondo, il senso comune non sa più distinguere cosa sia dovuto alla natura e cosa all’intervento dell’uomo. 
Quando tra i dipinti rupestri delle caverne paleolitiche francesi si scorge un leone, questo ci appare immediatamente esotico, quasi alieno, fuori posto più dei mammut e dei rinoceronti lanosi che gli fanno compagnia su quelle stesse pareti. I leoni, nel nostro immaginario stanno in luoghi lontani, al margine delle carte geografiche, “hic sunt leones”. Eppure le leggende ci insegnano che ai tempi di Ercole ancora ci si poteva imbattere in un leone in Grecia. A ben vedere, gli ultimi leoni hanno ruggito in Europa prima che il coniglio saltasse su suolo inglese, con ogni probabilità prima che i gatti si strusciassero facendo le fusa in una casa italica. 

Alla fine dell’ultima glaciazione, quando i grandi animali della tundra, le prede preferiti dall’uomo, si sono estinte, in parte per la caccia, in parte per il cambiamento del clima, la capacità di domesticare piante e animali si è rivelata un’arma vincente. 
Sembrerebbe, però, che i primi esperimenti di domesticazione non siano nati per uno scopo utilitaristico. Del resto ogni genitore conosce il potere degli occhi imploranti di un bambino mentre chiede: “lo possiamo tenere?”. E ogni genitore sa che i desideri dei figli si possono rivolgere alle più svariate specie animali, non solo cani e gatti, ma anche roditori, perfino topi, predatori imprevedibili come i furetti, serpenti, addirittura ragni. Basta una visita a un qualsiasi negozio per animali domestici per rendersi conto di quanto sia forte l’istinto a portarsi a casa qualcosa di selvatico, accarezzare una creatura di un mondo diverso dal nostro. 
Allo stesso modo i nostri antenati hanno portato presso le loro dimore i cuccioli più vari. Il ritrovamento di una mascella d’orso paleolitico con chiari segni di un morso o di una corda portati per anni ci racconta di una tribù preistorica che si faceva carico di un animale ormai considerato un membro della comunità e non una preda o un nemico. 

Non tutti questi esperimenti, al pari di quelli dei bambini, sono andati a buon fine. Solo un numero ridotto di specie si è adattato all’uomo, modificando aspetto e comportamento. Quasi tutte le specie domestiche sono più piccole e più docili dei loro antenati selvatici, hanno imparato a capire l’uomo adattandosi al suo comportamento. Per molte specie, poi, l’uomo è stato un inaspettato mezzo di espansione e di riconquista della libertà. Sembra quasi impossibile che il coniglio, prima che i romani ne intuissero il potenziale economico, fosse una specie relegata a un piccolo areale della penisola iberica, forse destinata all’estinzione. Dietro alle legioni, però, hanno iniziato a viaggiare i conigli diretti alle nuove comunità e i fuggitivi hanno riconquistato prima l’Europa e poi tutto il mondo, fino a trasformarsi, in Australia, in dei veri invasori/distruttori, deleteri per il delicato habitat autoctono. Stessa sorte è toccata ai cavalli, la cui specie selvatica è ormai rarissima. Animale della prateria, senza il fascino che ha sempre avuto sulla mente umana, se la sarebbe vista davvero male quando, al termine della glaciazione, le praterie del vecchio mondo sono state per lo più sostituite da boschi e, più a sud, dai deserti. Quanto ai mufloni, sono i discendenti di antichissimi fuggitivi, le prime capre domestiche portate agli albori della neolitizzazione, talmente antichi da avere un patrimonio genetico più simile alle attuali capre selvatiche asiatiche che alle specie domestiche europee. 

Chi invece è rimasto domestico è cambiato talmente tanto nell’aspetto e nel comportamento da rendere a volte poco intuitiva la propria parentela con le specie selvatiche. Un bulldog o un pechinese sembrano avere pochissimo a che spartire con i lupi, sia come aspetto che come comportamento, e certo un pigro gatto persiano ha poco dell’eleganza predatoria del gatto selvatico africano da cui discende. Eppure la maggior parte dei nostri cani e dei nostri gatti, messi alle strette, sarebbero capaci di cavarsela in ambiente naturale meglio di noi. La domesticazione non ha cancellato i loro istinti, ma li ha abituati all’uomo, rendendoli capaci non solo di convivere con noi, ma di capirci e di darci qualcosa che ce li rende indispensabili compagni anche ora che il gatto non serve più per cacciare i topi o il cane per radunare il gregge. 

Ciò che è stato meno indagato dalla scienza è come l’uomo sia cambiato di pari passo con i propri animali lungo questi millenni di convivenza. A livello fisico la modifica più sostanziale è la capacità di gran parte dei membri di alcune popolazioni di digerire il latte anche dopo lo svezzamento. Altre sono state meno piacevoli, dato che è dal contatto con il bestiame che l’uomo ha contratto moltissime delle malattie che hanno flagellato l’umanità, come la tubercolosi. 
Se, però, gli animali nella vicinanza con l’uomo hanno imparato a comprenderlo, in alcuni casi a leggerne gli stati d’animo con un solo sguardo, non è pensabile che questo scambio empatico sia andato in una sola direzione. Il cacciatore paleolitico non aveva la necessità di conoscere che se stesso e i compagni di caccia. Il pastore che deve prendersi cura delle greggi con l’aiuto dei cani e che dipende dal benessere dei propri animali, deve imparare a comprenderli, così come il cavaliere la cui vita dipende dalla propria cavalcatura deve imparare a capire il proprio cavallo. Non mi è noto nessuno studio incentrato sui cambiamenti comunicativi e sociali dell’uomo in relazione alla domesticazione degli animali. Eppure non posso fare a meno di pensare che l’uomo, da che ha avuto a fianco il cane, sia diventato un uomo migliore.