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Gli Inabissati

Scritto da Filippo Lancietto.

Ogni zolla di terra esistente è massa in divenire, è lavorio di roccia ed epoche incessanti, storia e destino di uomini e di dei.

Ogni zolla di terra e destino di uomini è fatta da mani che plasmano e popolano, sfruttano e omaggiano scorci di bellezza sopravvissuti al tempo. Tratti somatici, usi e costumi, fazzoletti di terra da arare, incastrati tra i segmenti di un asfalto denso di costruzioni, viuzze intricate, voci di paese. Tutto questo ripreso dall’alto e dall’esterno è tradizione, è un mosaico di colori e si chiama geografia: è uno studio che consente di vedere il luogo abitato come mistura di forme e intensità, da imparare nella forma strisciante dei fiumi e nei cerchi ondulati dei laghi, nelle creste appuntite che sono montagne maestose, e in scala si riducono a una punta di matita, a motivi piccoli e a zig zag. Ogni territorio ha un inizio e una fine: misure precise che scandiscono il tempo del viaggio, andata e ritorno; e hanno un nome dato dai popoli o dal mito, e ancora prima delle forme che talvolta si rivelano liriche, come nel caso del continente africano. Lo si osserva sulle carte geografiche, e si vede il profilo di un viso appena inclinato. Poesia. Da quei luoghi pieni di suggestioni, si approda al nostro stivale: Italia bella e spesso svilita, col suo triangolo staccato dalla punta: l’isola di Sicilia, coricata sul mare.
Chi scrive di lei ha la penna sporca di stupore, propria dei poeti; ha la lucidità di chi osserva e si fa testimone, coi vocaboli belli e tutte le critiche necessarie. Ha lo sguardo nostalgico di chi lascia quella terra per i motivi più disparati; e un po’ è in esilio, un po’ è in viaggio, con la valigia ben chiusa, e dentro tutto l’istinto che può. E va lontano, per poi tornare alle origini, fosse anche solo grazie ai racconti altrui, che sono itinerario da seguire a passi lenti, e sono un ritorno agognato e silenzioso. 

Che tali evocazioni e parole appartengano a un tempo passato o ad uno attuale, poco importa: ci si può sempre trovare un insegnamento, oppure un’ispirazione. Succede con Amelia Colanton e il suo romanzo: Gli Inabissati. Per leggere ciò che scrive bisogna munirsi di molteplici punti di vista, tutti spiegati in un libro che si svela in realtà differenti: una ha le tinte asciutte della povertà che non si può sconfiggere, è radicata nel territorio e affligge gli animi, oltre che le tasche; con parole d’ignoranza che offende tutti meno chi la porta. L’ignorante non è conscio di del suo stato, accusa gli altri di non saper cogliere il punto, e il punto talvolta è che fanno bene quelli che vanno via. Per altri fanno male, sono traditori: non sanno che cos’è il sacrificio, l’amore per la propria terra. La discordia è sempre dietro l’angolo, come il rancore che spesso nasce da un esercizio assiduo di orgoglio che pure non sa togliere amore all’amore, quando c’è. Accade con Luca, uno dei protagonisti della storia, un ragazzo fiero, ribelle, che non passa certo inosservato. Con lui fa capolino la figura smunta del padre, e insieme ad essa il tema dell’incomprensione, che fa dell’età un divario enorme, un diaframma che divide ciò che può, con muta ostinazione. Il padre di Luca non ha più parola, né movimento. La malattia gli spreme il fiato e le energie, ma resta suo malgrado come un monolite tra le cose di ogni giorno, inerme: debole punto di sutura di una famiglia disgregata e stanca.

Luca non sa lasciarsi fermare con facilità; è agile, pure nel pensiero, e soprattutto nel prevedere e scoraggiare le invasioni altrui: il privato è intimo e singolare. È costellato dei successi e dei fallimenti propri di ognuno, su cui dovrebbe aver parola giusto l’interessato, perché sa. Eppure non mancano i giudizi altrui, su una porzione di vita sconosciuta: passatempo poco nobile ma assai praticato. È ancora molto giovane, Luca, quando lascia la Sicilia in cerca di una casa e una terra diverse. Divide spazi e giorni con un uomo, e si direbbe scandalo per chi non sa tentare di capire.
Il loro è un rapporto che si nutre del conforto di chi, comunque, si trova e si sceglie tra tanti, e sa restarsi accanto senza pretese. Un sentimento nobile, non meno di molti altri ma solo quello non basta, ed è l’amore – che prima o poi arriva – a far gustare un calore e un’impronta mai conosciuti in precedenza, impossibili da spiegare. 

Luca ha una sorella di nome Antonia. Lontana anche lei dalle sue origini: vaga per le strade di Roma e lavora per la gente famosa negli studi di RadioTeleOlimpia. Lo fa dietro le quinte, attenta a far sì che ogni cosa trovi il giusto incastro: mille parti minuscole fanno girare un circuito più complesso, che solo a cose finite mostra o meno la propria validità.
Tutto il retroscena è celato al pubblico, insieme a ogni sorta di piccola e grande verità: meglio uno spettacolo luccicante e una notizia condita a dovere, che fa scalpore, piuttosto che un fatto narrato così come avviene, con cause e scopi bene elencati, il più delle volte scomodi. Arrivano presto i sensi di colpa: Antonia li trova acquattati in un angolo ad aspettarla, quando è sera e finalmente smette i panni che le vanno stretti. Quando non ha più sul volto un sorriso tutto forma e poca sostanza, e non le resta nulla da gestire oltre la sua vita, trova la sua gente nel ricordo; trova sua madre e la nonna, unite in un destino che forza spesso la mano, pure se ridotto a brandelli.
Lo scenario è quello delle strade di Ragusa, e di un negozio di scarpe che vede scorrere di molte storie, tutte incompiute. Restano intatti i pregiudizi, a dispetto dello sfaldarsi di una realtà cruda e misera, e non solo in senso materiale. 

Durante l’intera narrazione, le questioni umane e divine sono saldamente intrecciate. Non manca l’incursione degli Dei dell’Olimpo: divinità in borghese, ad abitare una terra generosa che scivola sulle acque, e un poco si inabissa, e poi stanca riposa sulle spalle di un uomo provvisto di branchie, che l’ama e la sorregge a lungo. È una figura da intendere in senso letterale: l’eroe silenzioso che pur di non far giacere negli abissi l’amata Trinacria si chiama Colapesce, ed è in parte suo il compito di tenerla a galla, fino a che qualcuno decide di ridiscutere quella stabilità, osando una mossa differente.
Il cambiamento è cosa agognata, e spesso occorre che la scintilla sia un fatto distruttivo, in qualche modo esemplare.
Occorre lasciar tremare, cancellare, magari riscrivere una fetta di mondo e di storia per mezzo di una protesta che si alza e rende esplicito il suo scopo. E a volte ha tratti umani, come per gli stessi
inabissati che danno il titolo al libro: forza disperata e decisiva contro quella parte di vita ingrata, consumata e persa, insieme al diritto di esistere tenendo alta la propria dignità. L’ingiustizia non ha mai contorni deboli: passa e annienta ciò di cui non vuole tenere conto. Rispondere a un torto subito è il minimo, specie quando si cerca una risposta e si è consci che da quella dipende una sopravvivenza già triste, ma almeno priva di ogni umiliazione. Prendere ciò che si può, finché si può, e non a scapito di altri ma insieme ad essi, è un’ottima regola, che purtroppo resta chiusa in un luogo a metà tra il sogno e l’utopia.