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Gli Archetipi della Donna nella Definizione di Genere

Scritto da Anita Dognini.

Jean S. Bolen ha scritto un saggio, dal titolo Le dee dentro la donna, da noi edito nel 1984.

Mi ci sono approcciata solo ora: al tempo, non ero neppure al mondo, ma il mondo conosceva già la Bolen, psicoanalista di formazione junghiana, che prendendo spunto dai suoi precedenti studi e dalla sua attività lavorativa come analista, ha deciso di sviluppare una propria teoria riguardante la definizione della personalità negli individui di sesso maschile e femminile, con riferimenti ad archetipi ispirati alle divinità della cultura greca. Il tema trattato è di grande interesse per i risvolti psicologici che ogni archetipo porta con sé, sia per la possibilità di comprensione del prossimo che la conoscenza di essi produce. Inoltre, il tema della diversità di genere e dell’ incontro tra i due sessi è, ancora oggi, molto attuale. Penso infatti che prima di definirci maschi o femmine siamo anzitutto persone. Nel mio caso, una persona di sesso femminile. È difficile liberarsi dai pregiudizi e dagli stereotipi di genere che rivelano le possibilità di essere della donna, quindi è bene operare prima una distinzione.
Per approfondire la tematica sullo sviluppo della personalità nei soggetti di sesso maschile e femminile è fondamentale, in prima istanza, chiarire i termini “sesso” e “genere”.

Con il vocabolo “sesso” è da intendersi il sesso biologico, definito dai geni X e Y, che al momento della fecondazione si uniscono e si combinano per dar vita ai caratteri sessuali primari del futuro bambino – o bambina – propriamente detti genitali, ed ai caratteri sessuali secondari, che si svilupperanno con l’avvento della pubertà, quali la comparsa dei peli, l’accrescimento del seno, la definizione del timbro di voce. Ora, benché questo sia l’aspetto più utilizzato per definire chi abbiamo di fronte, e con cui facciamo i conti nelle varie situazioni sociali, esso non è da sottovalutare, poiché rappresenta il primo fattore determinante nella definizione del rapporto di correlazione geni-ambiente. La seconda componente da prendere in esame riguarda il genere. Il concetto di genere corrisponde alla presa di coscienza che il bambino acquisisce durante la crescita, circa il fatto che le persone si dividono in maschi e femmine, e ad ognuno dei sessi coincidono dei comportamenti attesi. Il genere è un concetto complesso che si articola in tre parti, che in ordine di apparizione sono: 
- L’identità di genere, cioè la capacità di classificare se stessi e gli altri come maschi o femmine, di sentirsi appartenenti a uno dei due gruppi. Questa prima coscienza compare verso i 18 mesi e si completa e perfeziona gradualmente; 
- La stabilità di genere ove il bambino e la bambina capiscono che il sesso della persona rimane invariato per tutta la vita. Questa comprensione compare tra i 3 e i 4 anni; 
- La costanza di genere: il bambino e la bambina capiscono che la mascolinità e la femminilità non cambiano, nonostante le variazioni somatiche che di norma danno luogo all’identificazione con un sesso piuttosto che un altro (vestiti, taglio di capelli, eccetera). 

I fattori sesso e genere sono in continua interazione tra di loro nello sviluppo delle interazioni sociali, e della personalità. La teoria di Scarr riguardante il concetto di correlazione geni-ambiente sostiene poi che esiste un rapporto tra il tipo di esperienze compiute dall’individuo e la sua particolare costituzione genetica. Da un parte, infatti, i genitori determinano per i propri figli sia il patrimonio genetico che le caratteristiche dell’ambiente nel quale il bambino vivrà; dall’altra, il bambino o la bambina determina le risposte degli altri in base al suo genotipo (il corredo genetico che porta con sé).
Accade che in un primo momento, anche prima della nascita, siano i genitori ad essere influenzati dal sesso del figlio, poiché hanno convinzioni e atteggiamenti particolari riguardanti lo stesso. In seconda fase, i genitori daranno avvio ad un processo detto di
tipizzazione sessuale, per il quale orienteranno i comportamenti del bambino nella direzione che ritengono adatta al sesso di appartenenza. Questo processo non si conclude nell’ambito familiare, bensì continua sotto l’influenza di altre figure significative come ad esempio gli insegnanti e i compagni di scuola. Un particolare curioso che risulta da molte ricerche, è che i maschi subiscono una pressione alla conformazione maggiore rispetto alle femmine, specie da parte dei padri. Ciò comporta delle conseguenze sul piano comportamentale e cognitivo del maschio adulto.

Per addentrarci nel discorso degli archetipi, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo.
Carl Gustav Jung fu medico, psichiatra e psicoanalista. Conosciuto come l’allievo prediletto di Freud, se ne distaccò per dare avvio a una nuova rielaborazione dei concetti acquisiti con la psicoanalisi freudiana. Nacque così la psicologia del profondo, detta anche psicologia analitica. Tra i concetti che Jung introdusse nel mondo della psicoanalisi vi è quello di archetipo. Il termine, che letteralmente significa “primo esemplare” o “modello”, nella psicologia del profondo delinea una immagine primordiale contenuta nell’inconscio collettivo, che riunisce in sé gli elementi della vita umana e della vita animale che l’ha preceduta. Gli archetipi si riscontrano nelle favole, nelle leggende popolari, nei miti e nei sogni.
Ed eccoci a Jean Bolen.
I miti greci di cui tratta nel suo saggio rimangono attuali e significativi sul piano personale, perché contengono tracce di verità che accomunano l’esperienza umana. L’autrice fa notare come le donne (ma anche gli uomini) siano influenzate da potenti forze interne, gli archetipi per l’appunto e che, contemporaneamente, diversi stereotipi, da assumersi come forze esterne, rinforzano alcuni tra gli archetipi e tendono a rimuoverne altri. In particolare, gli stereotipi corrispondono a un insieme di credenze in base al quale un gruppo di individui attribuisce certe caratteristiche a un altro gruppo di uomini. Gli stereotipi nascono con l’esigenza che ognuno di noi ha di fare ordine all’interno delle conoscenze che ha del mondo circostante, per impiegare meno tempo ed energie nel mettere in una categoria le persone egli oggetti con cui entra a contatto, per fare in modo di agire in relazione ad essi con maggiore efficienza e velocità. Gli stereotipi possono essere deleteri quando si radicalizzano in opinioni forti e immutabili che l’individuo forma rispetto a un altro individuo o ad un gruppo, poiché non permettono di scindere l’idea nata da una generalizzazione – che è il fondamento dello stereotipo – e dalla analisi di un caso singolo con tipicità uniche, figlie dell’esperienza quotidiana. Di conseguenza, soltanto una forte consapevolezza di esistenza ed influenza degli stereotipi può consentire a un uomo di avere una visione chiara e più veritiera della realtà che gli si para di fronte, per poter affrontare ogni caso nella sua diversità. Qui, la tematica trattata dalla Bolen rappresenta un mezzo molto utile di riflessione e comprensione della realtà umana, poiché propone diversi modelli di donna e di uomo con cui è possibile avere a che fare. 

Gli archetipi di donna approfonditi nel testo di Jean S. Bolen fanno riferimento alle sette dee principali identificate dalla tradizione greca: Artemide, Atena, Estia, Era, Demetra, Persefone ed Afrodite. Le prime tre dee sono quelle che l’autrice definisce dee vergini: la loro caratteristica principale è di essere complete ed autonome, “una in se stessa”, e quindi di non legarsi a nessuna figura di sesso maschile, sia essa Dio o mortale. All’interno di un sistema religioso, in un’epoca dominata da divinità maschili, Artemide, Atena ed Estia rappresentano delle vere eccezioni. Non si sono mai sposate, non sono mai state possedute, sedotte o violentate. Dal punto di vista psicologico, la dea vergine è la parte della donna mai manipolata né dalle aspettative sociali e culturali collettive, né da nessun giudizio altrui. Queste donne riprendono caratteristiche delle dee anche nel modo di svolgere azioni o compiti. Esse sono in grado di concentrare la loro attenzione su ciò che le interessa, di lasciarsi assorbire del tutto da ciò che stanno facendo, e possono escludere ogni cosa, sia essa una componente interna che esterna al compito che si sono preposte. Sono le donne che seguono le loro inclinazioni senza che nessuno mai gliele induca o suggerisca, e sono il desiderio di sviluppare i propri talenti. Spesso ricoprono ruoli per tradizione non femminili. Allo stesso tempo, è probabile che non vengano influenzate dagli altri, o sopraffatte dalle proprie emozioni.

Ogni dea, poi, si distingue per le sue peculiarità, esplicate nei miti che le vedono protagoniste, e di cui è necessaria una breve descrizione.
La prima,
Artemide, dea della caccia e della luna, rappresenta l’archetipo del femminismo. Essa raccoglie in sé tutte le qualità idealizzate dai movimenti femministi: realizzazione, competenza, indipendenza dagli uomini e dalle loro opinioni, interesse per le donne e le giovani vittimizzate e impotenti. La dea, nel mito, aiutò la madre nel parto, e la salvò diverse volte dagli uomini che volevano compiere violenza su di lei. Portati all’estremo, tali input possono dare vita a chiusura, disprezzo per la vulnerabilità, spietatezza, che la donna desiderosa di crescere e migliorare dovrà affrontare per limare il suo carattere. 
Atena è la dea della saggezza e dei mestieri, nota per le sue strategie vincenti e per le soluzioni pratiche, e spesso invocata in battaglia per fornire aiuto ai combattenti. Tra gli archetipi è il modello della donna razionale, capace di mantenere il sangue freddo anche in situazioni emotivamente difficili. A differenza di Artemide ed Estia, Atena cerca la compagnia degli uomini. Nella vita quotidiana l’archetipo può definire una donna che si sente a suo agio a lavorare in ambienti per lo più maschili, e che allo stesso tempo può evitare senza problemi legami emotivi e sessuali con loro. Con le donne, invece, la donna Atena ha spesso rapporti distanti o inesistenti, perché le considera esseri deboli e irrazionali. 
Estia, dea del focolare, la sua presenza sotto forma di fuoco era la base della spiritualità e delle funzioni religiose, dove rappresentava un simbolo di continuità, coscienza e identità comune. Estia è quella parte di donna capace di concentrarsi sul proprio mondo interiore, dando un senso alla propria spiritualità. Una donna governata da questo archetipo è una persona non invadente, spesso silenziosa, la cui presenza crea un’atmosfera di calore e di ordine, trasmettendo un senso di pace a chi le sta intorno. 

Era, Demetra e Persefone sono le tre dee vulnerabili, ed impersonano i ruoli tradizionali della donna: moglie, madre e figlia. Sono dee che considerano importanti i rapporti interpersonali, che trovano l’identità e il benessere in un rapporto significativo. In generale, esprimono bene quel bisogno affettivo di affiliazione. Il focus della loro attenzione è esterno, rivolto agli altri, e le donne in cui si rispecchiano sono molto ricettive nei confronti dei bisogni altrui. Solitamente, per queste donne, realizzare ruoli femminili può essere una méta significativa a livello personale. Le dee vulnerabili, nei miti che le riguardano, compaiono tutte come vittime, e ciò può rispecchiarsi in donne che vivono situazioni di difficoltà, sottomissione, talvolta dipendenza e impotenza. Anche queste tre si distinguono fra loro per nette qualità. 
Era è la dea del matrimonio, che si caratterizza per la fedeltà nei confronti del marito (spesso traditore): Zeus. La donna impersonata da Era rappresenta il desiderio di essere moglie, al di sopra di tutte le altre ambizioni che può porsi nella vita. Senza un compagno al suo fianco, una donna così si sente altamente incompleta. Se invece ha la fortuna di essere accompagnata da un uomo sarà capace di impegnarsi, di essere leale e fedele, di affrontare e superare le difficoltà che possono nascere dal rapporto di coppia. Nel caso di tradimento, tenderà a reagire al dolore con la collera, spostando il biasimo dal compagno agli altri, poiché emotivamente dipendente da lui.n
Demetra è la dea delle messi e dell’abbondanza dei raccolti. È un archetipo che fa riferimento alla volontà e al desiderio di realizzarsi come madre o come “colei che nutre gli altri” dal punto di vista fisico, psicologico e spirituale. Se il suo desiderio non trova riscontro, può andare incontro anche a una forte depressione e un profondo senso di inutilità.
Interessante è il fatto che il suo destino sia strettamente legato a quello della figlia Persefone. 
Persefone è allo stesso tempo fanciulla e regina degli Inferi. Quando domina questo archetipo, la donna ha la tendenza a un comportamento accondiscendente e passivo: nei miti e nei racconti che la riguardano è infatti prima sottoposta alla volontà della madre, e in seguito a quella di Ade, che la rapisce per sposarla. Col tempo Persefone acquisisce la maturità necessaria per passare dall’essere vittima a guida del mondo sotterraneo (che secondo l’autrice rappresenta gli strati più profondi della psiche). Un elemento tipico della donna Persefone è il mito della fanciullezza, del sembrare sempre giovane a livello fisico e mentale. 

In ultimo si colloca Afrodite, la dea alchemica, che si definisce tale poiché ha caratteristiche in comune con le dee vergini e con quelle vulnerabili, ma non rientra in nessuna delle due categorie. Difatti, stando ai miti, ebbe un gran numero di storie con divinità maschili e diversi figli, ma allo stesso tempo faceva ciò che più le piaceva e non si sentiva legata a nessuno per tanto. Dà importanza al rapporto e all’esperienza con gli altri, anche se allo stesso tempo non riesce mai a instaurare e mantenere legami duraturi. Afrodite è dea dell’amore e della bellezza. Il suo archetipo può esprimersi nel rapporto fisico ed erotico, che la donna vive in modo esplosivo, o anche in un processo creativo, come quello artistico. In entrambi i casi il risultato dell’attività della donna che agisce sotto l’archetipo di Afrodite è la genesi di qualcosa che in precedenza non esisteva, sia esso un figlio o un’opera d’arte. 

Natura vs cultura: quella di Jean Bolen è solo una delle possibili interpretazioni dei diversi modi in cui una donna può definirsi e di conseguenza agire come tale. È una spiegazione che richiama il livello della psiche e dell’inconscio e aiuta a comprendere le differenze a livello intraindividuale e interindividuale, cioè fare chiarezza sul perché una donna sente, opera, e agisce nel modo che più le è congeniale, e perché esistono grandi differenze tra donne diverse.
La riflessione della Bolen è imperniata sugli archetipi, tuttavia la sua non è l’unica spiegazione. Il dibattito che ha visto coinvolti diversi studiosi nella descrizione delle modalità con cui natura e cultura intervengono durante il processo di definizione della consapevolezza di genere, si è prolungato per diverso tempo.
Una prima fazione era composta da chi sosteneva la predominanza dei fattori genetici durante tutto l’arco della vita. In quest’ottica uomini e donne sarebbero assoggettati alle naturali differenze biologiche tra sessi e all’influenza che diverse variabili fisiologiche, come gli ormoni, avrebbero sulle modalità di azione e reazione degli individui, in quanto maschi o femmine. Studi più recenti affermano poi che a livello cerebrale non esistono marcate differenze nella composizione del sistema nervoso centrale di individui di sesso opposto. Alcune diversità sono riscontrabili in precisi compiti che possono comprendere l’elencazione di parole, la rotazione spaziale di oggetti e il calcolo, ma in generale non si può ancora negare che le abilità cognitive siano ugualmente condivise tra maschi e femmine.

Una visione opposta nel dibattito natura-cultura era quella che sosteneva l’assoluta importanza della cultura come unica variabile nel processo di definizione della persona e della sua personalità, dando scarsa o nessuna importanza ai fattori biologici e genetici.
Una assolutizzazione di questo assunto conduce, però, a non riconoscere differenze invece realmente esistenti tra i due sessi, e in modo implicito sostiene l’idea che l’individuo venga al mondo in modo anonimo e senza nessuna possibilità di influenzare l’ambiente circostante. 
Molto rimane da capire e conoscere nell’ambito delle differenze di genere e della definizione del senso di appartenenza ad un genere invece che all’altro, ma si è raggiunta una buona mediazione tra le due visioni illustrate in precedenza. Il punto di svolta sta nel riconoscere che l’ambiente, formato in primo luogo dalla famiglia d’origine, ha certamente un ruolo importante ed innegabile nella formazione dell’individuo, ruolo che si esplicita per esempio nel sottoporre al bambino o alla bambina alcuni stimoli, e precise regole di comportamento, al dedicargli attenzioni di un certo tipo. D’altra parte però non bisogna dimenticare che veniamo al mondo con precise attitudini e modalità di interazione con l’ambiente che si configurano come innate, e nelle quali è possibile riconoscere una prima forma di carattere, inteso come una delle componenti fondanti della personalità. L’individuo quindi, già dalla nascita, anche se ancora bambino, è da considerarsi più come attivo che come passivo, e dotato di volontà di azione sull’ambiente secondo le sue possibilità, e non come una barca in balia della corrente degli stimoli ambientali.

Personalmente ritengo che la cultura di appartenenza abbia un forte impatto sulla vita di ognuno di noi.
La cultura dà modelli, norme di comportamento, valori, che tramite il processo di socializzazione vengono interiorizzati dai componenti della società. Chiunque di noi in totale possesso delle sue facoltà mentali saprebbe spiegare a un’altra persona totalmente estranea alla propria cultura
come è opportuno comportarsi in precise situazioni sociali in cui si ha a che fare con gli altri, siano esse frangenti di vita quotidiana (fare la spesa, guidare, passeggiare nel parco), che situazioni maggiormente formali o inusuali. Ci creiamo delle aspettative su come gli altri potrebbero – o meno – reagire al nostro comportamento, ed applichiamo alle nostre azioni dei modelli che abbiamo appreso nel corso della nostra esperienza di individui appartenenti ad una certa società. Non bisogna dimenticare, però, che la cultura plasma l’uomo tanto quanto l’uomo è in grado di plasmare la cultura. Capita a tutti, prima o poi, di sentirsi estraniati dalla realtà di riferimento, di sentirsi devianti, pur senza essere criminali. Molti, donne e uomini, che non si riconoscono nei modelli tradizionalmente imposti dalla società di appartenenza, provando a volte sentimenti di forte inadeguatezza e a volte di rabbia, per il fatto di sentirsi costretti in ruoli in cui non si rispecchiano. Questi uomini e queste donne esprimono il proprio disagio spesso sotto forma di anonimato, e chi legge le loro storie li incoraggia ad essere se stessi, ad amarsi e valorizzarsi per come sono, tralasciando i giudizi malevoli degli estranei. Altre volte invece si legge di coloro che hanno reagito, sottolineando il loro valore ed il loro diritto di scegliere chi essere – e come agire –, sempre nel rispetto della libertà altrui. Da ciò si evince come la cultura di appartenenza venga vissuta in modo ambivalente: da una parte come un qualcosa di statico ed imposto dall’alto, senza possibilità di intervento, dall’altra come un’entità che uomini e donne hanno la possibilità di cambiare. Penso che sradicare certi modelli così incancreniti nella cultura e nella società possa risultare difficile, ma, così come Jean Bolen ha descritto gli archetipi delle dee nati e sviluppatisi con la cultura greca, non è da escludersi che nel corso della nostra evoluzione di specie umana si possano generare nuove possibilità di essere, sentirsi e agire come uomini e donne, e più in generale, come agenti sociali coinvolti in un mondo in continuo mutamento.